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Dichiarare i cartelli messicani come organizzazioni terroristiche è uno slogan che Donald Trump si porta dietro da anni.
Porta voti, indubbiamente, dichiarare di voler trattare i narcos come terroristi (difatti lo sono): appendere i corpi dei propri avversari ai ponti, far saltare camion, sparare contro la polizia e organizzare parate paramilitari con tanto di blindati per ‘marchiare’ il territorio sono, senza dubbio, azioni da terroristi.
Ma quali conseguenze porterà questa decisione per gli Stati Uniti a parte più uomini in divisa e più armi lungo il confine (e quindi scontri armati)?
Ben inteso, si auspica che l’attuale amministrazione combatta con ogni mezzo possibile i cartelli messicani.
Tuttavia sono le naturali conseguenze di questa scelta che dovrebbero aprire ampie riflessioni.
È noto che numerose aziende di armi statunitensi non si fanno molti problemi a vendere i propri prodotti ai narcos. È un giro d’affari che vede coinvolte aziende, ‘colletti bianchi’, persone insospettabili.
Una delle indagini sul campo più accurate degli ultimi anni è stata condotta dal reporter Ioan Grillo che l’ha poi riportata, nel 2021, nel suo libro “Blood, Gun, Money”. Dal suo lavoro emerge tutto un mondo del commercio delle armi da fuoco con tantissimi attori di cui si conosce molto poco al di fuori della cerchia di quelle agenzie di pubblica sicurezza dedite a contrastare questo commercio.
Nella sua ricerca Ioan Grillo ha evidenziato il fenomeno molto diffuso delle teste di legno, dei tanti prestanome (straw men) che offrono la loro collaborazione per l’acquisto per conto dei criminali: ”vi sono dei network di soggetti che operano in questa veste, applicando tariffe che variano dai 50 ai 100 dollari per ogni arma.”
In altre parole i cartelli messicani sono clienti abituali e, soprattutto, non ne hanno mai abbastanza. Questo dovrebbe già rendere chiara che la prima conseguenza della scelta di dichiararli come organizzazioni terroristiche comporterebbe un incremento nella vendita di armi.

Più scontri, più armi. L’equazione è molto semplice.
Inoltre Trump ha dei ‘santi in paradiso’ che gli hanno pagato la campagna elettorale: come gli appaltatori della difesa (Raytheon, Northrop Grumman e Lockheed Martin). Nel 2018, inoltre, aveva firmato quello che all'epoca era considerato il più grande budget militare nella storia degli Stati Uniti, del valore di 700 miliardi di dollari.
Il traffico di armi in Messico è davvero enorme: tra il 2010 e il 2020 secondo le autorità di Città del Messico sono giunte in suolo messicano oltre 2,5 milioni tra pistole, fucili di assalto (come gli AR-15), fucili di precisione e anche mitragliatrici di vario calibro. Le armi in mano ai cartelli provengono anche dagli arsenali di polizia e militari corrotti, tuttavia nel 2018 vennero consegnate dal Messico agli agenti della ATF 16.343 armi il cui controllo portò alla conclusione che oltre il 70% erano di provenienza statunitense.
Le centinaia di migliaia di morti che piagano il Messico annualmente sono il risultato di questo terribile commercio.
Si potrebbe obbiettare che con la decisione di dichiarare ‘terroristi’ i narcos alcuni flussi di armamenti potrebbero fermarsi ma come sappiamo le vie del commercio sono infinite e un modo per vendere, si trova sempre.
In questo contesto, quindi, un intervento armato in territorio messicano (reso possibile da quest’ultima decisione di Trump), porterebbe solamente all’eliminazione dei cartelli più deboli e meno capaci reggere all’urto militare ma non scalfirebbe nemmeno lontanamente il potere dei cartelli.
Avrebbe, in ipotesi, la capacità di ridimensionare gli equilibri all’interno delle vari formazioni di narcos: cambiamento di alcuni capi, ridimensionamento di alcune aree di influenza, cambiamento di alleanze, spartizione del bottino derivante dal traffico di droga.

Con quest’ultima osservazione si apre un altro scenario: diverse operazioni della Dea hanno certificato che esiste un legame profondo tra i cartelli ed alcune aziende cinesi. Per la prima volta nella storia, la DEA statunitense ha incriminato quattro aziende della Repubblica Popolare Cinese per aver prodotto e venduto assieme ai Cartelli messicani di Sinaloa e Jalisco il fentanyl, un oppioide sintetico circa 50 volte più potente dell'eroina e 100 volte più potente della morfina.
Domanda: anche alcune aziende del dragone saranno etichettate come favoreggiatrici dei narcos?
E questo cosa comporterà?
Oltre a questo è necessario fare ulteriori precisazioni.
Sul lato finanziario il narcotraffico rappresenta un ghiotto introito per le banche americane: basti ricordarsi il caso della Td Bank, riciclatrice dei soldi dei narcos per sua stessa ammissione.
Si tratta di un giuro di svariati milioni di dollari al mese: secondo il Fondo Monetario Internazionale, conteggiati in transazioni legali rappresentano l'11,3 per cento di tutte le importazioni degli Stati Uniti. Una fetta tremendamente grande che pesa come macigni sui bilanci dell'economia e sulle scelte politiche.
C'è poco da dire: il narcotraffico è un settore che sforna ogni anno proventi per miliardi di euro ed è in continua espansione. Secondo l'ultimo rapporto sulle droghe del 2023, pubblicato dall'Ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e il Crimine (UNODC), circa 296 milioni di individui nel mondo sono consumatori abituali di sostanze stupefacenti, il che rappresenta circa il 5,8% della popolazione globale. Questo dato evidenzia un aumento del 23% nell'arco di dieci anni. La cannabis si posiziona al primo posto con 219 milioni di consumatori, seguita da 36 milioni che utilizzano anfetamine, 22 milioni che praticano il consumo di cocaina e 20 milioni che si dedicano ad ecstasy, metanfetamina e chetamina.

Nemmeno il Covid sembra essere stato in grado di scalfire il ritmo dei guadagni dei signori della droga, anzi, tramite una complesso piano le varie mafie ('Ndrangheta in testa) hanno tracciato nuove rotte, stretto alleanze e rinvigorito il mercato con nuove sostanze.
Quindi è necessario precisare che quest’ultima decisione di Trump non influirà minimamente nemmeno nel contrasto al narcotraffico. Oltretutto perché il neo presidente non è autocrate e dovrà necessariamente dare conto a qualcuno, specialmente a quelle grandi banche e gruppi finanziari che lo hanno sostenuto.
Un buon biglietto da visita per un presidente il cui impero di famiglia è nato anche grazie a Cosa nostra.

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