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di Karim El Sadi - Video
La paura dei Democratici: "Rischio di escalation fino a punto di non ritorno, Trump non ci ha consultati"

Decine di migliaia di persone scese in piazza a Teheran. "Atto terroristico, morte all'America"

Mai, nel corso degli ultimi anni, Stati Uniti e Iran si sono trovati così vicini dallo scoppio di una guerra di portata non calcolabile. Quella che con buone probabilità potrebbe sfociare in una terza guerra mondiale nucleare. La scorsa notte a Baghdad un drone statunitense ha sganciato alcuni missili contro un convoglio delle PMU (le forze di mobilitazione irachene), localizzato dall’intelligence israeliana che ha fornito agli americani le coordinate, mentre accompagnavano una delegazione dei Guardiani della Rivoluzione di Teheran nell’aereoporto della Capitale. Otto le persone rimaste uccise dalle bombe. Tra queste il Generale Maggiore e comandante della Forza Quds del Corpo di guardie della rivoluzione islamica iraniana (IRGC) Qassem Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis, il secondo in comando delle Unità di mobilitazione popolare irachena (PMU). A distanza di qualche ora su Twitter Donald Trump ha esultato pubblicando una bandiera statunitense, alla quale è seguita la scritta “l’Iran non ha mai vinto una guerra ma non ha mai perso un negoziato”.
Non è chiaro se il bombardamento sia stato voluto da Donald Trump in persona, come ha dichiarato il segretario di Stato Mike Pompeo e il Pentagono confermando la notizia, o se sia stato lo Stato Profondo americano, il cosiddetto “Deep State”, a costringergli a dare l’ordine. Poco importa. L’attacco di ieri ha un’unica e chiarissima chiave di lettura: atto di guerra.

khamenei soleimani

L'Ayatollah Alì Khamenei con il generale Qassem Soleimani



Sì, perché Soleimani non era solo un altissimo generale della Repubblica Teocratica dell’Iran ma era soprattutto l’uomo più potente della nazione dopo la Guida Religiosa Suprema Alì Khamenei, nonché suo braccio destro. Colpire Soleimani significava colpire l’intera Repubblica Islamica dell’Iran. Soleimani, infatti era considerato un eroe della patria amato e rispettato da tutti per aver condotto sul campo battaglie leggendarie come la riconquista di Aleppo nel 2016, caduta nelle mani del sedicente Stato Islamico, dove i suoi uomini sono riusciti a restituire la libertà agli abitanti dell’area per anni soggiogati dalle violenze dei terroristi. Soleimani ha anche animato la seconda fase dell'insurrezione anti-americana in Iraq. Insomma era un personaggio scomodo e ben noto agli americani che da tempo avevano tentato, invano, di toglierlo di mezzo.
Il bombardamento arriva a tre giorni dall’assalto degli iracheni sciiti all’ambasciata americana a Baghdad, guidati, caso vuole, proprio da Abu Mahdi al-Muhandis, l’altro leader iracheno-iraniano rimasto ucciso la scorsa notte. L’atto “di terrorismo internazionale”, come lo ha definito il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, si inserisce in un contesto che vede l’Iran isolato dal resto del pianeta (salvo gli storici alleati Siria, Cina e Russia e pochi altri) per via delle misure restrittive imposte dall’Occidente come le sanzioni e l’embargo navale voluto dall’Europa. E sempre parlando di navi vanno inseriti in questo quadro anche gli anomali attacchi alle petroliere iraniane.
Tutti elementi che lasciano pensare a qualcosa di spaventosamente grande: provocare una risposta violenta dell’Iran in modo da fornire all’opinione pubblica il “casus belli” per un conflitto internazionale volto alla destabilizzazione dell’area e in questo modo piegare il Paese (il quarto esportatore di petrolio al mondo) ai voleri degli USA. Lo ha capito il presidente Hassan Rouhani, l’ha capito l'Ayatollah Alì Khamenei e l’ha capito anche e soprattutto il popolo iraniano che è sceso in strada in massa a Teheran (fonti parlano di diecimila manifestanti in poche ore) per protestare contro quelli che gli iraniani definiscono i "crimini" degli Stati Uniti, gridando slogan come "morte all'America".

bandiera americana bruciata iran c ap

© Ap Photo / Vahid Salemi


Scene viste e riviste durante la Seconda Guerra del Golfo, nel vicino Irak, con la gente affamata e inferocita che dava alle fiamme la bandiera a stelle e strisce e gli americani che facevano il bello e il cattivo tempo in un paese non loro dove non avevano alcun diritto a stare. Ora gli occhi sono tutti puntati sulla leadership iraniana, Rohani e Khamenei su tutti. Quali saranno le reazioni, come risponderanno a questo “atto di guerra”? Ancora non è dato sapere ma la Guida religiosa del Paese ha promesso che “il lavoro e il cammino del generale Qassem Soleimani non si fermeranno e una dura vendetta attende i criminali, le cui mani nefaste sono insanguinate con il sangue di Soleimani e altri martiri dell'attacco della notte scorsa”. Parole di guerra che fanno sprofondare il mondo intero in un incubo, alle quali si aggiungono quelle di un alto generale al comando, Mohammad Reza Naghdi. "La Casa Bianca deve lasciare la regione oggi o deve andare al mercato a ordinare bare per i soldati. Non vogliamo uno spargimento di sangue. - ha aggiunto - Devono fare da soli la loro scelta”. Di ciò ne è cosciente Joe Biden l’avversario Dem alle presidenziali di quest’anno di Trump, il quale si dice sicuro che “l’Iran risponderà”. “Potremmo essere sull'orlo di un grande conflitto in Medio Oriente", ha avvertito, affermando di temere che l'amministrazione Trump non abbia "la necessaria visione a lungo termine".



Lo stesso ma con altri termini ha sostenuto la speaker della Camera dei Rappresentanti Usa, Nancy Pelosi, che ha descritto l’attacco come un "atto provocatorio e sproporzionato” che "rischia di provocare una pericolosa ulteriore escalation di violenza", fino al "punto di non ritorno". Pelosi ha sottolineato inoltre che il Congresso americano non è stato consultato prima che il presidente Trump desse l'ordine di attacco ed ha chiesto che i parlamentari vengano "immediatamente informati" della situazione. L’ennesima azione sconsiderata di un Presidente, Donald Trump, che con la sua politica internazionale potrebbe, volontariamente o involontariamente, accendere la miccia nella polveriera del vicino Oriente, trascinando al seguito tutti gli storici alleati degli Stati Uniti. Italia inclusa.