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Nessuno può sparire. 
Nessuno può volatilizzarsi, un corpo non può diventare trasparente.
Può essere vivo, può morire, qualcuno può nascondersi o sentirsi solo e perso lì dove nessuno riesce ad arrivare. Ma nessuno può sparire. Non nel senso di “cessare di esistere”. Un corpo non cessa di esistere. Può decomporsi con il tempo, gli insetti possono nutrirsi di lui ma un corpo non cessa di esistere e basta.
Santiago Maldonado è scomparso. Cinque anni fa, il suo corpo correva scappando dai proiettili sparati dalla Gendarmeria Nazionale, durante una violenta oltre che illegale incursione. Avevano ricevuto l’ordine di liberare il blocco stradale sulla Rotta 40, all'altezza di Cushamen, Chubut, ma non di entrare nella comunità mapuche Pu Lof come invece fecero. Ma lo fecero, perseguendo i corpi di persone stigmatizzate, mapuche (e loro sostenitori come Santiago) violentati per aver difeso il diritto storico e Costituzionale di recuperare le proprie terre, oggi in mano alle multinazionali come Benetton che possiede circa 900.000 ettari grazie alla Campagna del Deserto (campagna per la sottomissione delle tribù indigene iniziata nel 1878).
Un’influenza esterna su una terra difesa dalla politica e dalla sua Gendarmeria, il braccio armato dello Stato che cinque anni fa, il primo agosto del 2017, fu mandato da quello Stato con Patricia Bullrich a capo del Ministero della Sicurezza, per reprimere. Nessuno si è seduto a parlare o ascoltare, come invece era avvenuto in altri paesi come il Cile dove c’è stata una restituzione di terre, né per far rispettare la Costituzione, la norma suprema: la risposta è la paura, la repressione, le menzogne e le false ricostruzioni. La risposta non è il dialogo né la Giustizia, è la violenza che cinque anni fa, dopo una protesta, falciò la vita di Santiago.
Scomparve in mezzo a quella violenza e trascorsero 78 giorni prima che il suo corpo fosse ritrovato in un punto del fiume che era già stato rastrellato 3 volte, e se i corpi non si volatilizzano temporaneamente, mi chiedo cosa avevano fatto a Santiago.
Ogni volta ci sono altre prove che dimostrano che ci troviamo di fronte ad un caso di sparizione forzata, seguita dalla morte. Tra queste, la nuova testimone ex membro della gendarmeria che lavorava sul luogo dei fatti e sentì i suoi colleghi ed anche ad altri dire esplicitamente: “Abbiamo un hippie” “all’interno dello Squadrone si sa chi ha ucciso Maldonado”, ecc.  
Ci sono prove che la Giustizia, fedele ricettatrice, ha deciso di omettere e non investigare, come i segni di crioconservazione ritrovati nel corpo, o i biglietti asciutti dentro una tasca, o i grani di polline trovati nei suoi vestiti che i periti dicono che erano lì “da meno di 30 giorni”. Qualunque ipotesi ci porta indubbiamente al ruolo principale della Gendarmeria come colpevole, perché senza il suo intervento, ripeto violento ed illegale, Maldonado sarebbe ancora tra noi.
Nessuno può dire quando, dove né in quali circostanze è morto Santiago. Non lo dicono i periti e la Giustizia non sembra interessarsi ad una vicenda così importante. Non sorprende che il giudice Lleral che disse che “Santiago Maldonado era annegato da solo”, sia stato tanto di parte, visto che era stato preparato a puntino da Mauricio Macri, come disse il suo segretario Darío Netto. Una sentenza tanto vergognosa che la causa dovette essere riaperta, perché non si era tenuto conto neanche delle prove presentate dall’accusa. Oggi, anzi 2 anni fa, il caso è al vaglio della Corte Suprema.
Speriamo che questa Corte, fievole speranza perché è amica di Macri, non ripeta l'esempio del Giudice perché sembra che nel caso Maldonado a prevalere siano la menzogna e l’insabbiamento. Dai media, dal giudice Lleral, da Patrizia Bulrich e dal suo staff… Mente dell’operazione, vale la pena ricordare che (per spezzare un po’ l'onda dell'impunità) l'ex Ministro difese la Gendarmeria sin dall’inizio. Non si vergogna di fronte alla menzogna, come ha sintetizzato Sergio Maldonado “Bullrich prima disse che la Gendarmeria non entrò nella comunità, invece entrò. Poi disse che non arrivarono al fiume, invece lo fecero. E poi che non spararono proiettili di piombo, che invece spararono”. Una grande storia di menzogne.
Trovarono Santiago, ma non abbiamo trovato ancora Giustizia né Verità. Nuovamente mi chiedo, cosa hanno fatto a Santiago? I responsabili politici fanno le passerelle in tv, sognando la propria candidatura presidenziale ed i responsabili materiali vanno a dormire contenti, guardando il soffitto della loro casa.
Non ci sta bene la loro tranquillità. Maldonado lo hanno ucciso lì, un giorno mentre sognava di costruire un mondo diverso. Il nostro compagno, il nostro simbolo, il suo coraggio vive in ognuno di noi e ci riempie di certezza, di voglia di fare per lui, perché lui lo fece, perché lo farebbe per noi.
Perché è uno di noi, Santiago è chiunque sogni e creda di avere il diritto di sognare e lottare per quei sogni. Se la violenza si organizza per strapparceli, noi ci organizziamo lo stesso affinché vivano e si moltiplichino.
Accompagniamo la sua famiglia in questo percorso di lotta e scendiamo in strada, come faremo ogni volta che si porteranno via qualcuno in più.  
Affinché tutti i responsabili paghino, materiali e politici, manteniamo viva la memoria di Santiago Maldonado, viva e forte. 

Foto di copertina: Daniela Morán/Agencia Pacourondo

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