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Seconda parte dell'intervista a Juan Raúl Ferreira

La storia dei diritti umani in Uruguay si concentra soprattutto nei fatti della dittatura. Fino ad oggi esistono grandi lacune giuridiche, penali, istituzionali che non permettono di raggiungere una conclusione degna sull’argomento. E finché c’è impunità, non si può voltare pagina.
Dopo 49 anni dal colpo di Stato, lo staff di Antimafia Dos Mil ha intervistato Juan Raùl Ferreira, un uomo entrato nelle istituzioni fin da giovanissimo: è stato senatore, presidente e direttore dell’Istituto Nazionale per i Diritti Umani (INDDHH), nonché Ambasciatore in Argentina, rappresentante del paese davanti l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) e dell’ONU, oltre ad aver ricoperto altri incarichi. Ma sicuramente, quello che più lo identifica ancora oggi, nonostante questo gli possa pesare, è essere il figlio del leader della corrente storica del Partido Nacional: Wilson Ferreira Aldunate.
Un uomo che è stato un grande diplomatico in materia di diritti umani. Forse per cercare di rimarginare la ferita che a volte continua a sanguinare, nel suo angolo di mondo, nel suo spazio di lavoro, nel suo posto per pensare. Quel voto che segnò la storia degli ultimi decenni dei diritti umani del paese è come una spina che al toccarla fa male, gli occhi si riempiono di lacrime. E fa male anche la mancanza di riconoscimento di tanti anni di lavoro, di sforzi, di viaggi in tutto il paese e per il mondo, scuse pubbliche e insulti di un gruppo politico a cui ha voltato le spalle, con grande delusione.
Nella prima parte dell’intervista a Ferreira, abbiamo condiviso il suo resoconto sull’esperienza in prima persona di quel colpo di stato compiuto dall’esecutivo e dalle Forze Armate dell’epoca, tra gli altri protagonisti. In questa seconda parte, parliamo degli archivi della dittatura. Approfondiamo anche la partecipazione alla INDDHH e la sua visione della direzione che l’attuale governo intende dargli; sulla verità storica della dittatura in questo paese, così come sull’impulso che lui e suo padre, Wilson, hanno dato alla legge sulla prescrizione che ancora oggi è un salvacondotto per l’impunità che continua a perpetuarsi nelle istituzioni statali.


ferreria juan raul 2


- Hai fatto parte del direttivo dell’Istituto Nazionale per i Diritti Umani (INDDHH) fino a qualche anno fa. Ora c’è un momento di svolta, all’interno dei cambiamenti che anche questo governo sta attuando. Come vedi la direzione che si sta prendendo?
“È un tema molto doloroso. Molte persone che amo molto e che hanno occupato un posto importante nella mia vita, per esempio Mirtha Guianze, hanno dato la loro vita per questo. Partiamo dall’inizio. Abbiamo iniziato con una riunione in casa mia. Più tardi, la senatrice Monica Xavier ci prestò uno spazio nel Parlamento che ci permise di organizzare un ufficio, ma allo stesso tempo ci creava difficoltà con le Nazioni Unite che ci chiedeva l’indipendenza dal Parlamento. Dopo cinque anni lasciammo un Istituto funzionante, con la qualifica più alta rilasciata dalle Nazioni Unite, grado A, con una partecipazione molto importante.”
Avevamo una relazione molto tranquilla. Eravamo nella seconda metà del governo di Mujica e la prima metà dell’ultimo governo di Tabaré Vazquez. Vedere tutto quello che sta succedendo è un po’ difficile e mi chiedo come si risolverà il tema della successione dell’attuale consiglio di amministrazione. Per quello che so, e mi sembra una misura molto intelligente, le organizzazioni dei diritti umani sono le uniche che possono nominare le persone e i senatori, individualmente. Stanno provando a presentare una lista comune di cinque membri. Sono preoccupato, perché se vengono portate avanti le posizioni del Ministero degli Interni e alcune dichiarazioni del Presidente Lacalle Pou,
perderemo il riconoscimento delle Nazioni Unite e l’istituzione diventerà una cosa meramente figurativa.

- Qual è la verità storica, parlando dei diritti umani?
“Oltre alle sfere del potere formale, si decise di occultare… Bordaberry morì quando stavano per dargli la sentenza definitiva come mandante dell’assassinio di Zelmar Michelini e Hector Gutierrez Ruiz. Ma a Juan Carlo Blanco fu notificata e morì in prigione. Queste sono conquiste del popolo uruguaiano, perché il sistema politico ha scelto un’altra strada ma il popolo ha resistito. Non avevo dubbi che sarebbe andata così, non ho smesso di impressionarmi ed emozionarmi.”
“Non avevo dubbi che la marcia del 20 maggio sarebbe stata tremenda. Non potevo crederci. Io abito sopra la via 18 de Julio, e non sono riuscito nemmeno ad arrivare vicino casa. Guardavo indietro e mi perdevo. Qui la marcia del silenzio è proprio del silenzio. È una cosa mistica, un silenzio assordante. Il presente, dopo il nome di ciascuno dei desaparecidos. Pensare che il tempo cancellerà la memoria è un errore.”


ferreria juan raul torres


- Hai questa visione dei fatti, ma all'epoca eri con la mano alzata a sostenere la ‘Ley de Caducidad’ (Legge sulla prescrizione), una legge alla cui redazione, se non sbaglio, partecipò tuo padre Cosa vi aspettavate con quella legge? Perché scrisse quel testo, se difendeva così tanto i diritti umani?
“Credo che mio padre è stato fortemente manipolato. Sanguinetti lo convinse. C’è molta gente che dice che ci sarebbe stato un colpo di stato, io credo di no, perché il temperamento, il modo di essere di mio padre, se gli avessero detto se non voti ci sarà il colpo di stato, non lo avrebbe votato di sicuro. Lui ha avuto paura… non lo sto giustificando, credo che ha sofferto molto…”.

- E fino ad oggi...
“Sanguinetti riuscì a convincerlo che la democrazia avrebbe continuato a funzionare formalmente, ma i militari non sarebbero comparsi in tribunale. In altre parole, la democrazia appena ritrovata sarebbe stata svuotata. Penso che la risposta fosse sbagliata. Credo che lui fortunatamente abbia avuto modo di vederlo da sé, non ha avuto il tempo di agire ma ha avuto il tempo di rendersi conto. Nel film del figlio di Toba su mio padre, ci sono due o tre scene molto forti in cui si lamenta che il giorno dopo l'approvazione della legge -non giustifico il suo atteggiamento né il mio, credo sia stato un errore gravissimo – lui si spinge fino a dire: 'Il dottor Sanguinetti, il giorno dopo la votazione della legge, ha negato le motivazioni per le quali la legge doveva essere votata. Se è così -il linguaggio del corpo parlava da sé-, questa manina non esiterà ad abrogare la legge. Ma non visse questo momento perché morì prima. Non c'era quando si firmò e neanche quando è stato votato…”.

- Credi che si rese conto delle conseguenze di quello che stava facendo?
“Io l’ho visto piangere due volte nella mia vita: quando morirono Zelmar e Toba ma non subito, perché doveva mantenere il più possibile alto il morale della gente, ma quando entrammo nell’Ambasciata austriaca. Ha pianto molto. E poi quando si votò la legge sulla prescrizione. Uscimmo dal palazzo, era andato lì, era senatore. Io ero nel mio ufficio e uscimmo piangendo. Ma ripeto, non vorrei che questo fosse interpretato come una giustificazione”.
“Quello che dico è che mi ha meravigliato la forza morale che hanno i familiari. Forse mi mancava una piccola spinta, ma devo anche riconoscere chi me l'ha data, Chicho Michelini, Zelmar, che vive in Europa, a Parigi. È venuto e mi ha detto: "Juan, ci sarà un nuovo tentativo per abrogare la legge sulla prescrizione, devi essere con noi". E sono andato là fuori e ho detto di sì. Ed ero preparato, perché sarebbe stato giusto che mi ricevessero con tanti rimproveri, soprattutto i familiari. E fu il contrario. Non mi sono mai sentito un nuovo arrivato. Andavo alle riunioni del PIT-CNT e i familiari mi ricevevano come se ci fossi sempre stato.
Non ho mai sentito un rimprovero”.
“Un giorno in un incontro nella facoltà di Scienze Sociali di Carlos Ricos, raccontai un aneddoto di un membro del gruppo dei familiari che mi ripeteva sempre quando ero critico verso me stesso “Non insistere, lascia stare. Insisti su quello che dobbiamo fare per abrogare questa legge”. Andai a Canelones con Elena Zaffaroni e in nessun momento mi disse ‘ma pensa che se tu non avessi alzato la tua mano non avremmo dovuto fare queste cose’. Ma sì, fu la tappa più triste e sulla quale credo bisogna fare maggior autocritica. Oggi quando torniamo alle opzioni binarie e polarizzazioni  la destra se ne approfitta.


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- Forse lo stai facendo per riparare?
“Per me è stata una sensazione di liberazione da un peso molto grande, quello e curiosamente aderire al Frente… non mi rendevo conto di quanto stavo soffrendo, sebbene fossi in una posizione critica. Inoltre, per molti anni sono stato lontano dall'attività pubblica ma non mi rendevo conto di quanto mi pesasse essere in un partito nel quale non mi riconoscevano, anche con i miei errori. Non mi riconoscevano”.

- E ora ti riconoscono?
“Sì, completamente, sì. Sento la mancanza quando non esco ad incontrare la gente. Le persone così sono molto buone con me”.

- Che succede con gli archivi? Dove sono? Sai come arrivarci? Sai a chi chiedere?
“Tutti sappiamo a chi chiedere, il tema è come fare a convincerli a rispondere e penso che non ci sia altro modo che continuare a incentivare questo grande movimento popolare che è stato creato. Si continua a scoprire cose. Non c'è altro modo; continuare la marcia del silenzio, continuare a colpire ogni giorno, senza dimenticare il problema, senza scendere a compromessi con la questione, avendo cura di fare tutta l'autocritica necessaria.
“Si sa chi ha la risposta. Il fatto che stiano morendo non significa che non ci sarà risposta… Una delle persone che più ha influito sulle cose positive, non quelle negative, nella mia vita, è Jair Krischke, il direttore del Movimento Giustizia e Diritti Umani. Già era morta un'intera generazione di militari e lui ha scoperto che avevano microfilmato i file e non ha esitato a farli conoscere".

- Il giornalista Roger Rodriguez disse che mancavano molti di questi microfilm. Federico Romanell, assistente del sindaco di Canelones Yamandù Orsi, raccontava che dopo l’inizio dell’investigazione sui morti fucilati in Soca, il fascicolo apparve misteriosamente con una parte di informazioni che prima non c’erano. Come è possibile? È qui intorno, ci sono persone vicino che ce l’hanno, chi ce l’ha?
“Credo che l’Uruguay è molto piccolo e tutti lo sanno. (Guido) Manini Rios è seduto da quella parte perché travolto dallo scandalo per l’occultamento di informazioni quando era in carica. Purtroppo invece di ricevere una punizione popolare, ora gode dell’impunità parlamentare. Tutti sappiamo chi ha le informazioni. La questione è che loro o chi li circonda, o altri, permettano di chiarire le cose”
Ascoltato in merito alla sua visione rispetto al governo attuale che, sebbene è diretto dal Partido Nacional, né fa parte una coalizione dei partiti di destra con la quale si uniscono per scontrarsi con il partito Frente Amplio, ha affermato: “Qualunque dichiarazione fatta dal ministero dell’interno, menziona il Frente Amplio nove volte in una frase”. E ha aggiunto, al limite dell’indignazione: “Come possono dirmi che me ne sono andato? Sono loro che sono andati via”.
A questo proposito, ha ricordato che lo scorso 16 Giugno “si compivano 38 anni dal ritorno, io sono stato imprigionato con mio padre, ero un ragazzo. Il fatto storico è che fu preso mio padre, però sono stato imprigionato con lui. Non sono stato invitato. Ci sono stati due atti del Partido Nacional, commemorando la partenza a Buenos Aires e non mi hanno invitato”.
“È una distorsione molto grande della storia. Mio padre era solito dire che quando si cambia la storia attraverso il racconto, si passa dalla storia ad una storiella. Credo che noi viviamo per la storia e loro vivono per la storiella. So che suona molto forte, però è quello che sento”.

Foto © Romina Torres/Antimafia Duemila-Our Voice

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