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Antonio de la Cruz, giornalista di Tamaulipas e Juan David Ochoa, attivista di Antiochia

Due attentati sono stati commessi quasi in simultanea in due paesi che hanno un comune denominatore, la violenza criminale. Violenza che vuole fare piazza pulita di coloro che sia facciano parte di una redazione di un quotidiano o informativo televisivo, o di una forma di attivismo rurale, sociale o ambientalista, sono  di ostacolo o “danno fastidio” agli interessi meschini e putridi di   certi ambiti - in alcuni casi vicini al potere di turno - che sposano una logica mafiosa, che già da  tempo falcia vite, ed elimina  persone  che esprimono i valori della verità, della giustizia e della solidarietà.

Le popolazioni del Messico e della Colombia sono state colpiti nelle ultime ore da un fatto tragico, e sprofondate in un dolore indescrivibile. Nello Stato di Tamaulipas, nel nordest del territorio messicano è stato ucciso a colpi da arma da fuoco il giornalista Antonio de la Cruz (in foto) che lavorava per il quotidiano “Espresso”, mentre, in Colombia, nel dipartimento di Antiochia, a nordovest del paese, la stessa sorte è toccata all'attivista ambientalista Juan David Ochoa, militante della coalizione di sinistra Pacto Histórico, e leader del movimento politico guidato dal neo eletto presidente Gustavo Petro. 

È consuetudine ormai, lo diciamo con dolore, impotenza e indignazione -che a momenti si trasforma in ira- che arrivino in Redazione comunicati stampa internazionali che riguardano crimini contro giornalisti ed attivisti. Notizie di morte che spesso provengono dal Messico e dalla Colombia, da paesi centro americani e da altre zone dell'America Latina, come Brasile, Cile, Paraguay ed Argentina, per citare alcuni punti “caldi” del pianeta, sebbene ci siano anche altri in altri continenti. 

In questa occasione la notizia riguardava un nuovo attentato contro la vita umana ed il diritto ad informare avvenuto nella Città Victoria, nello Stato di Tamaulipas, in Messico. A morire sotto gli spari il collega Antonio de la Cruz, colpita anche sua figlia. Sarebbe la dodicesima vittima nel mondo del giornalismo messicano dall’inizio dell’anno. Una cifra che fa orrore e che supera perfino quella del 2017. 

Dodici i colleghi assassinati: Yessenia Mollinedo Falconi, Sheila Johana García Olivera, Luis Enrique Ramírez, Lourdes Maldonado, Margarito Martínez, Heber López Cruz, Juan Carlos Muñiz, Jorge Camero Zazueta, Roberto Toledo, José Luis Gamboa ed Armando Linares, e nelle ultime ore Antonio de la Cruz. Dodici vite spezzate dall’azione criminale, solo perché ognuno dei nostri colleghi erano impegnati in un lavoro di denuncia che, in realtà, avrebbe portato allo scoperto pubblicamente qualche personaggio del potere. E di fronte a una tale possibilità, le strutture criminali, caratterizzate spesso dal narcotraffico o dalla corruzione poliziesca o politica, hanno deciso di mettere fine alle loro vite, come misura cautelativa e di protezione dei suoi interessi e strutture non ‘sanctas’.  

Dalle agenzie internazionali apprendiamo che Antonio de la Cruz è stato colpito a morte mentre usciva dal suo domicilio, accompagnato da sua figlia e da sua moglie. Al momento di redigere il presente articolo non è stato confermato se sua figlia  e sua moglie siano state ferite e la loro gravità.

Da puntualizzare che il Messico ad oggi ha registrato una cifra allarmante di casi di giornalisti assassinati negli ultimi cinque anni, e l'aspetto non meno sconvolgente è che l'impunità ha esteso il suo velo protettivo su circa il cento percento di tutti questi condannabili fatti. 

È emerso che Antonio de la Cruz era reporter del quotidiano “Espreso” da circa quindici anni. Il gruppo editoriale per il quale lavorava ha costantemente richiamato “tutte le autorità affinché sia fatta giustizia” di fronte a tanti assassini di giornalisti. Ovviamente, una richiesta che condividiamo e che intendiamo sia stata la matrice per questo nuovo attentato, questa volta quella del collega de la Cruz. Un'infamia del destino. Una vera canagliata del sistema di potere che regna e dirige la vita messicana dei nostri giorni, davanti agli occhi di tutta la comunità locale, internazionale e, quel che è peggio -e più grave- in faccia al governo la cui passività lo rende complice della mano criminale che preme i grilletti o che dà gli ordini, protetti nell’ombra delle istituzioni e dei gruppi mafiosi che agiscono con impunità sorprendente, infiltrati in angoli inimmaginabili del proprio Stato. 

Ipocritamente, o come pura prassi diplomatica del governo, in seguito a questo nuovo attentato, dalla Procura Generale è stato annunciato “solennemente” che attueranno il Protocollo Omologato di Investigazione per i Reati Commessi contro la Libertà di Espressione per avanzare concretamente nell'investigazione dell'assassinio di Città Victoria, a Tamaulipas. 

La criminalità che fa tiro al bersaglio contro il giornalismo che lo denuncia, vive e regna in un contesto di impunità che ci lascia tutti, dentro e fuori le frontiere messicane, a bocca aperta ed in un costante stato di lotta e di resistenza, perché i risultati delle investigazioni sono pressoché assenti salvo alcune eccezioni – che si contano sulle dita di una mano-, come ad esempio nel caso del giornalista indipendente maya Edwin Canché, vittima di un attentato al quale sopravvisse ed a chi inoltre furono chieste delle scuse dalle autorità municipali e dalla polizia di Merida. Scuse inusuali, assolutamente. 

In Colombia colpito l'attivista Juan David Ochoa
Degli conosciuti -ovviamente sicari pagati dai mandanti dell’attentato- hanno trovato Juan David Ochoa a Granada, nella regione a nordovest di Antiochia e lo hanno colpito a morte mentre si trovava insieme a suo padre a alla sua compagna, anche loro colpiti dai proiettili.  

Dopo l'azione criminale gli assassini si sono dati alla fuga ed ora le autorità cercano di definire la linea investigativa per chiarire il fatto, e che non rimanga (come si suol dire) nell’oblio, come avviene di frequente quando si tratta di attentati contro attivisti rurali, sociali o ambientali, in territorio colombiano. 

La vittima di questo attentato era un attivo militante e leader del movimento politico guidato dal neo presidente Gustavo Preto. Sicuramente per questa circostanza, il procuratore dell'Unità Speciale di Investigazione ha dichiarato alla stampa internazionale che assumerà l'investigazione del fatto avvenuto esattamente nella piccola località di Santa Ana a Granada. 

Secondo i dati forniti da organismi di Diritti umani, tra questi l'Istituto di Studi per lo Sviluppo e la Pace (Indepaz), dall’inizio dell’anno sono stati assassinati niente meno che 91 leader sociali. Da parte sua, la sede in Colombia dell’Alto Commissariato delle Nazioni Uniter per i Diritti Umani ha reso noto che sono state ricevute 89 denunce -solo tra gennaio e marzo- e sono state verificate al momento 21; e di quelle 89 denunce, circa 51 sono in fase di verifica e circa 17 non hanno avuto esito.   

La cosa certa è che i dipartimenti dove è maggiore il numero di attivisti uccisi, nei tre primi mesi dell'anno, sono Cauca (sette casi); Arauca e Chocó (tre casi), e Cesar y Meta (due casi). Mentre nelle regioni di Antiochia, Bolivar, Casanare e Nariño è stato commesso un omicidio in ciascuna.   

In questo momento in Messico ed in Colombia ci sono famiglie che vivono il dolore, la disperazione, l'indignazione, ed il richiamo di giustizia diventa indispensabile, ancora una volta. Una situazione che suscita una condanna generalizzata che si deve sposare con un’azione immediata, anche dall’estero, con la denuncia internazionale immediata, affinché il silenzio non sia più funzionale alla mano criminale, come di abitudine in quelle latitudini.

Foto da www.abc.es

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