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Affollati e decisi a non arrendersi, scorrono tuttavia pacifici le centinaia di cortei che percorrono le città degli Stati Uniti urlando contro la Corte Suprema che dopo mezzo secolo ha soppresso di fatto il diritto all’aborto. Si portano dietro ansie e tensioni forti, molta rabbia; ma nessun incidente davvero rilevante. E più di un’attivista delle maggiori organizzazioni femministe contraddicono esplicitamente saggi politologici e titoli di giornali che predicono rischi di guerra civile, a partire dall’assalto dei pretoriani di Donald Trump al Campidoglio di Washington un anno e mezzo fa. “Vogliono intimorirci, mirano ad avvelenare per tempo il clima elettorale. I sovversivi non siamo noi”, commenta Martha, sociologa di Women’s March Win. Dall’ultimo week-end la protesta attraversa come un arcobaleno anche le strade di Atlanta e della Georgia. Bianche, nere, latinas, per la maggior parte giovani e giovanissime, numerose con i figli in braccio o in carrozzina, migliaia di donne si mobilitano per rivendicare la libertà di decidere esse stesse sulla scelta della propria maternità: “My body, My choice”. Hanno accanto boy-friends, genitori, mariti consapevoli che nel paese delle libertà l’estremismo conservatore sta riportando allo scontro duro la battaglia sui diritti civili, che sebbene inconclusa, appariva arginata da uno spirito negoziale. Le donne negli Stati Uniti sommano a quasi la metà dei 335 milioni di abitanti, un 25 per cento circa è in età riproduttiva e stime attendibili dicono che un terzo di esse hanno esperienza di un aborto, si tratta di decine di milioni di persone. E mezzo paese è con loro. Non che fino alla scorsa settimana fosse facile per le donne degli Stati Uniti interrompere la maternità. Poiché comunque la liceità a ricorrervi non era garantita a livello nazionale da una legge specifica votata dal Congresso. Bensi, semplicemente, non era perseguibile in termini penali grazie al giudizio della Corte Suprema del 1970 su un caso divenuto perciò famoso, il Roe vs. Wade. La differenza è notevolissima e concreta. In quanto oltre al grave turbamento psicologico che in ogni donna produce la rinuncia a un concepimento, restavano da ottemperare le necessarie procedure per l’autorizzazione all’intervento. Che la mancanza di sufficienti strutture, in vari stati del Sud -Texas in testa e poi Missouri, Luisiana, Kentucky, Arizona e altri ancora- lo rendevano di fatto impossibile. Costruita a questo scopo da Trump con le nomine mirate di giudici notoriamente di parte, con il rovesciamento della sentenza precedente la Corte ha dunque non solo compiuto una rozza giravolta giuridica, ma buttato olio sulle ceneri roventi di una questione umana e sociale delicatissima che ora spinge verso conseguenze imprevedibili, di certo dolorose. L’idea più diffusa tra le donne nei seminari aperti un po’ dappertutto e ascoltandone i discorsi nelle marce, è che nel partito repubblicano una parte almeno intende attaccare uno dopo l’altro i matrimoni dello stesso sesso, l’omosessualità tra adulti consenzienti, le unioni di fatto, l’accesso legale alla contraccezione. Sarebbe stata aperta una offensiva generale contro i diritti individuali. “Attenzione ai rischi di un’economia aperta e una morale chiusa”, avverte la nota scrittrice e giurista afroamericana Stacey Abrams, candidata democratica al governo della Georgia. Tra i 25 milioni di latinoamericani cittadini degli Stati Uniti, pertanto votanti, e gli altri milioni che attendono di ottenere la nazionalità, l’inquietudine è duplice: per la nuova condizione propria che si trovano ad affrontare e per le prospettive che si aprono nei rispettivi paesi di origine. Il diritto all’aborto praticato nella superpotenza continentale era considerato dal femminismo a Sud del rio Bravo un modello da imitare. Nel tempo sono sorti vincoli operativi, tanto per lo scambio d’informazione quanto di consulenza legale e solidarietà politica. Soprattutto con le più fragili repubbliche dell’istmo centramericano. Mentre Argentina, Uruguay, Cuba, Messico e Colombia hanno in proposito legislazioni rispettose dell’autonomia delle donne. E in Brasile, per l’eccezionale rapporto tra l’estensione del paese e la sua burocrazia amministrativa, l’applicazione giudiziaria del divieto risulta assai blanda. La restaurazione del divieto in metà degli Stati Uniti fa temere, però, che possa rinvigorire il machismo più o meno latente nelle società latinoamericane; e che diventa militante nelle culture della destra politica.
Sappiamo che la storia non procede per linee rette; ancor meno, al suo interno, lo fanno il riconoscimento delle identità individuali pubbliche e private come pratiche di libertà. Ma trascinare una problematica così profondamente intima come l’aborto e tutte le altre legate all’identità soggettiva della persona sul terreno della morale religiosa, è l’azione più sconsiderata che si possa compiere ai danni della convivenza comune. Tuttavia è proprio quella che periodicamente, fin dagli anni Sessanta del secolo scorso con il pastore Jerry Falwell, chiese e sette evangeliche nordamericane, sostenute da settori della amministrazione pubblica e finanziate da fondazioni private, portano avanti all’interno degli Stati Uniti e nel subcontinente. Dal Messico al Brasile e al rio de la Plata, lungo ogni strada e in tutte le periferie dei grandi agglomerati urbani una crociata moltitudinaria invoca “la Signoria di Cristo per scacciare la maledizione di pagani, abortisti e femministe”.
Ho di quel periodo il ricordo non letterale ma nitido nella sostanza di un pertinente commento di Italo Calvino. Era intorno alla fine estate 1965, accompagnavo sui monti Appalacchi, nel sud-ovest dello stato di New York il regista cinematografico Luigi Vanzi, mio carissimo amico, impegnato nelle riprese del lungometraggio documentario “America Paese di Dio”. Incaricato di scrivere il testo del film, Calvino raggiunse la troupe in un villaggio di roulottes abitato da pensionati il cui reddito non permetteva loro di vivere in città. Colpito dall’intensità emotiva con cui molti di quegli anziani avevano seguito una cerimonia religiosa, Calvino disse che vi aveva intravvisto lo spirito teocratico degli Stati Uniti. Tanta fede, in una cultura che rifugge dal senso di contraddizione -aggiunse-, può diventare un fattore politico molto pericoloso per la stessa felicità che a tutti promette.

Tratto da: articolo21.org

Foto: it.depositphotos.com

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