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Estratto da La Izquierda Diario

“Dove sono? La verità è ancora sotto sequestro. È responsabilità dello Stato”. Questo lo slogan che accompagnerà questo 20 maggio la Marcia del Silenzio, marcia che chiede giustizia e la fine dell'impunità. Quest’anno, in particolare, ha luogo mentre si assiste al tentativo, da parte di alcuni membri della coalizione di governo, di liberare i pochi genocidi carcerati.
E il 20 maggio, a partire dalle 19:00, avrà luogo una nuova Marcia del Silenzio, che partirà da Rivera e Jackson. È ormai dal 1996 che questa data si è trasformata in un simbolo per ricordare i crimini della dittatura civico militare e la ricerca di verità e giustizia.

Il muro dell'impunità
La situazione dei diritti umani, per quanto riguarda i crimini della dittatura, è veramente preoccupante: i processi giudiziari, tenutisi alla presenza di vittime del terrorismo di Stato, continuano a rimanere paralizzati; ex prigionieri ed ex prigionieri politici hanno dato testimonianza delle atrocità commesse nel periodo dittatoriale, delle torture e dei maltrattamenti subiti; tuttavia tutto il sistema politico si assicura  che non ci sia nessun progresso, fiduciosi che con il tempo la richiesta di verità e giustizia svanisca. Al massimo offrono indagini con il contagocce affinché siano trovati i resti di altri desaparecidos.
Praticamente nessun passo avanti è stato fatto per conoscere la verità sul destino dei desaparecidos, nonostante sia evidente che ci siano delle informazioni nascoste. È indispensabile la reale apertura degli archivi e dei documenti del periodo della dittatura per sapere dove si trovano i desaparecidos e conoscere i responsabili del loro sequestro e della loro sparizione.
Purtroppo nemmeno quando il Frente Amplio era al governo sono stati fatti dei passi in avanti sul sentiero della giustizia e della lotta contro l'impunità. Ricordiamo la frase di Mujica riferita ai “poveri vecchi carcerati” o il tentativo di Tabaré di avanzare sulla via della riconciliazione con “mai più gli uruguaiani contro uruguaiani”.
Le sue dichiarazioni di solidarietà verso i parenti dei desaparecidos o le sue partecipazioni alle Marcie del Silenzio non si sono trasformate in fatti concreti e miravano, in ogni caso, ad essere in sintonia con il profondo desiderio di giustizia presente nel popolo uruguaiano. 
Non possiamo dimenticare il ruolo giocato da Fernández Huidobro, che ha protetto e difeso i genocida, attraverso il suo ruolo chiave di ministro della Difesa, nominato e sostenuto da entrambi i presidenti del Frente Amplio.
Filogovernativi ed oppositori cercano di preservare e ridare prestigio alle Forze armate, affinché, di fronte ad una possibile ascesa popolare, siano nuovamente legittimate a reprimere i lavoratori ed il popolo.

Pilastri dell'impunità
Nella Coalición Multicolor troviamo difensori attivi dei genocida e membri accusati di essere stati dei repressori durante la dittatura, così come avviene nel partito Cabildo Abierto, fino ai partiti come il Colorado, promotore della Ley de Caducidad (Prescrizione) o il Partito Nazionale, che non solo votò con entusiasmo questa legge nel 1986 ma ha difeso fermamente l'impunità negli ultimi decenni.
Membri dei partiti tradizionali hanno rivestito incarichi di responsabilità durante la  dittatura (ad esempio Aparicio Méndez, del partito Blanco, che fu uno dei presidenti in quel periodo) e già da prima dell'arrivo dei militari al governo difendevano le pratiche repressive (mentre si torturava nei quartieri, Wilson Ferreira Aldunate votò lo stato di guerra interno nell’ aprile del ’72).
Luis Alberto Lacalle, il padre dell'attuale presidente, è responsabile, durante la sua presidenza negli anni novanta, del massacro dell'Ospedale Filtro, selvaggia repressione che ha fatto decine di feriti e due omicidi nell’elenco della “democrazia” dei ricchi.
Per quanto riguarda il Partito Colorado non si può non menzionare il governo autoritario e repressivo di Jorge Pacheco Areco, che ha nel suo bagaglio una lunga lista di assassinati in “democrazia”, e quello di Juan María Bordaberry, primo presidente della dittatura.
Entrambi i partiti collaborarono inoltre, in tutto il paese, con membri delle loro file, collegati con governi dipartimentali. Già nel periodo della democrazia tutti i membri della Coalición difendevano l'impunità per i genocida e i torturatori.
Oggi vogliono accrescere l'impunità promuovendo dei progetti, come quello presentato da Guido Manini Ríos di Cabildo Abierto, che prevede di concedere gli arresti domiciliari ai condannati per crimini di lesa umanità. O come le intenzioni di alcuni settori del Partido Nacional di dichiarare questi assassini come prigionieri politici. Di fronte a ciò bisogna essere molto chiari: non sono prigionieri politici, sono assassini, sono torturatori, sono genocida. E dobbiamo lottare per la prigione ordinaria, perpetua ed effettiva per tutti coloro che hanno partecipato alla violazione dei diritti umani, alla tortura, alla sparizione dei nostri compagni e compagne che oggi non ci sono più Non ci riconciliamo con chi ha ucciso e torturato protetti dal potere.

Le origini di una politica di Stato
La dittatura uruguaiana fu la risposta della borghesia e dell'imperialismo nordamericano ad un processo di affermazione del proletariato, iniziato a metà degli anni ‘60 e facente parte di un fenomeno latinoamericano e mondiale.
Il governo militare e la coordinazione repressiva del Cono Sud, conosciuta come Piano Condor, portarono avanti un piano di repressione sistematico e genocida contro l'avanzata operaia e popolare. L'obiettivo era quello di soffocare l’ascesa rivoluzionaria che voleva affrontare la crisi socioeconomica dell'epoca con una prospettiva di cambiamento strutturale che mettesse fine al capitalismo. Il fine ultimo del governo militare era quello di consolidare un regime economico su misura per la borghesia, per garantire gli affari delle imprese internazionali e degli imprenditori.
Il risultato fu decine di migliaia di lavoratori, studenti e militanti rivoluzionari torturati, obbligati all'esilio, assassinati e desaparecidos in Uruguay e in tutta la regione. In Uruguay, in particolare, furono decine di migliaia i sottoposti a tortura, prigione, persecuzione ed esilio, oltre ai circa 200 casi denunciati di sparizioni di cittadini uruguaiani.
A partire dalla transizione democratica la compagine del regime politico si è unito per difendere quelle Forze Armate, mantenendo i privilegi di casta della corporazione militare come ultima garanzia del dominio di classe.
Il Patto del Club Navale garantì un'uscita “ordinata” del periodo dittatoriale, nel contesto di una strategia controrivoluzionaria gestita dall'imperialismo nel Cono Sud, imponendo transizioni democratiche (post-controrivoluzionarie) sulla base della sconfitta del movimento di massa negli anni settanta.

Lo Stato e l'impunità dal post dittatura
L'impunità è una politica ufficiale del potere finalizzata a mantenere e garantire il dominio dei capitalisti e dei suoi amministratori sul resto della società. Ed i partiti del regime mantengono quel patto di impunità, riaffermandolo e garantendolo periodo dopo periodo.
Il risultato è un regime di democrazia sfrangiata, una democrazia solo per i ricchi e per privilegiati. Lo Stato continua ad accumulare potestà repressive per sostenere il dominio di classe in un contesto di profonde disuguaglianze sociali, accompagnate dalle politiche del grilletto facile che criminalizzano ed uccidono la gioventù povera.
Una continuità che condividono, nell’insieme, la dittatura e la democrazia erede del Patto del Club Navale, che tutela i privilegi di classe.
Per questo motivo è politica di Stato la violenza politico-sociale, come anche il saccheggio e la corruzione associata, insieme all'impunità riconosciuta a questo modo di agire; manifestazione di un regime di oppressione ed ingiustizia, sostenitore di privilegi a beneficio di pochi e della loro cerchia di servitori.

L'impunità di ieri è la base della repressione di oggi
L'agenda dell'attuale governo per le Forze armate in particolare, oltre a continuare la politica ufficiale di impunità e riconciliazione, mira a dare prestigio ed integrare sempre di più queste forze, nel loro ruolo di riserva per la difesa dell'ordine sociale imperante.
Questa agenda ha una continuità che attraversa a tutti i governi e cerca di sostenere e fortificare le forze repressive, anche se in questo governo si manifesti ancora più brutalmente.
La violenza poliziesca, l'implementazione della LUC, l'aumento delle potestà per la polizia non è altro che la continuazione di quell'impunità. Non possiamo permettere che continuino a rinforzare l'apparato repressivo. Per questo motivo respingiamo anche la presenza di personale militare nordamericano in territorio uruguaiano, come respingiamo la LUC, che dà una cornice legale alla violenza poliziesca verso la nostra gioventù povera ed alla criminalizzazione della protesta sociale.
La politica operata riguardo le forze di sicurezza dello Stato, che cerca costantemente il rinvigorimento dell'apparato repressivo, la criminalizzazione della povertà e la protesta sociale, non fa distinzione di governi ed è parte delle priorità del regime politico di insieme.

Né Dimentico né Perdono: Lottare per finirla col regime dell'impunità
Finirla con il regime dell'impunità è finirla con i privilegi di casta e con le istituzioni che garantiscono ed assicurano il potere di fatto di una classe sociale su tutto il resto.
Per questo è imprescindibile giudicare tutti i militari ed i loro complici civili, che orchestrarono e attuarono il golpe civico-militare, come anche aprire gli archivi della dittatura per conoscere il destino dei nostri desaparecidos.
Per contrastare l'iniziativa del Consiglio comunale Aperto di concedere gli arresti domiciliari bisogna finirla con i privilegi dei pochi genocidi condannati, che oggi scontano la loro condanna in prigioni Vip, con ogni tipo di prebende e attenzioni, e trasferirli in prigioni comuni ed effettive.
L'impunità dei repressori della dittatura e la lotta contro la stessa è, in un certo modo, una testimonianza che rende conto delle ingiustizie e delle limitazioni imposte ai lavoratori e alle grandi maggioranze oppresse, in un modo o nell’altro.
La coscienza di questo deve portarci alla lotta collettiva contro il regime del Patto del Club Navale, sostenuto da questa democrazia “spuntata”.
Le altre forze repressive dello Stato, come le forze poliziesche, meritano lo stesso destino per essere anche esse partecipi alla repressione in dittatura e alla repressione attuale nella "democrazia". Compiendo con “efficienza” l'infiltrazione in manifestazioni, la repressione e l'assassinio di chi protesta o per il solo fatto di essere giovane e povero.
La Legge di Urgente Considerazione, LUC, è un esempio attuale e concreto di ciò, perché combina l’aumento di potere poliziesco con l'indurimento di leggi, come le restrizioni e le limitazioni al diritto alla manifestazione, ai picchetti ed al diritto di sciopero.
Tutte queste sono ragioni sufficienti per concludere che non meritano di esistere che devono essere sciolte e che tutti i criminali e complici che li difendono devono essere sistematicamente processati ed andare tutti carcerati.
In definitiva, per finirla con l'impunità è necessario finirla col regime che la garantisce ed il potere che la sostiene. La lotta per le strade è il percorso per demolire un regime a sostegno del privilegio di pochi e a costo della sofferenza di milioni. La mobilitazione dei lavoratori, degli studenti e del popolo oppresso in generale è quella che può dare un taglio a decenni di ingiustizie e privilegi.
Questo 20 maggio staremo nuovamente nella Marcia del Silenzio, una dimostrazione massiccia e popolare della volontà di finirla con l'impunità ed avanzare durante il tragitto della verità e la giustizia.

Foto di copertina: La Diaria/Nicolás Celaya

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