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Gli Stati Uniti d’America si dicono "molto preoccupati" per la crescita del traffico di stupefacenti in Ecuador, con il conseguente inquinamento della vita civile e istituzionale del Paese. A riferirlo è l'ambasciatore statunitense, Michael Fitzpatrick, intervistato dal quotidiano "Primicias". "In questo momento, nonostante i successi che lo Stato ecuadoriano ha riportato contro i cartelli, è ovvio che fuori e dentro del Paese ci sono gruppi che vorrebbero indebolire la democrazia e lo Stato di diritto, corrompere il settore privato e il pubblico”, ha detto parlando di una "minaccia condivisa", perché riferita a un "problema globale". La Casa Bianca è "molto preoccupata per la penetrazione del narcotraffico in Ecuador e nelle forze dell'ordine", ha proseguito il diplomatico spiegando che il problema riguarda anche gli states, come dimostra la nuova "strategia nazionale anticorruzione" messa in campo dal presidente, Joe Biden.
Fritzpatrick ha poi osservato come proprio questo fosse uno dei punti messi a fuoco nel recente Summit per le democrazie. "A livello internazionale gli autocrati ordinano le loro azioni, i cartelli coordinano le loro azioni ed è quindi ovvio che anche le democrazie devono fare lo stesso", ha commentato. Washington ha incrementato la politica di sospensione dei visti proprio per colpire i nodi nevralgici delle presunte trame criminali. "Nel passato la gente si è nascosta dietro il concetto di sovranità per commettere reati, ma quando si tratta di crimini internazionali non è un problema di sovranità. Al contrario è il coordinamento degli sforzi di vari Paesi", ha specificato l'Ambasciatore rivendicando il diritto di scegliere "chi far entrare nel Paese". Anche perché i narcos "sono una minaccia" per tutta la società, "per i giudici, i procuratori, nei porti, per gli agenti o i funzionari, per la società civile".
Secondo alcuni esperti in sicurezza, l’aumento degli omicidi e della violenza sarebbe riconducibile a un mutamento del ruolo dell'Ecuador nel mercato continentale delle droghe. Da semplice Paese di transito, punto di snodo tra Perù e Colombia nonché trampolino marittimo verso Messico e America centrale, l'Ecuador si sarebbe via via trasformato in hub per grandi quantità di merce. In tale contesto si registra un deciso incremento delle operazioni di polizia che portano a smantellare laboratori per la sintesi delle sostanze. Si tratta di dinamiche che incentivano le guerre tra le nuove organizzazioni che si fanno largo in un panorama sbloccato fra l'altro dall'erosione del potere dei grandi cartelli di Messico e Colombia. Le 5.514 armi da fuoco illegali sequestrate nei primi mesi del 2021 sono per le autorità la prova indiretta dell'aumento di conflittualità tra bande alla ricerca di maggiori spazi di mercato.
Il carcere di El Litoral, nella città occidentale di Guayaquil, sulla costa pacifica, è principale teatro delle violenze. Il 28 settembre scorso si è verificato uno dei più tragici eventi. Si è trattato, sostiene la procura, del frutto di una lotta tra bande per "ostentare il potere" all'interno del carcere e della risposta alla decisione delle autorità di trasferire alcuni capi banda in altri centri penitenziari del Paese. Molte delle vittime sono state decapitate, smembrate o incenerite, riferiscono i media, senza tuttavia specificare il loro numero. Non meno rilevante il massacro di altri 62 reclusi registrato a metà novembre, sempre a seguito di tensioni tra i gruppi criminali.
Attualmente il sistema carcerario dell'Ecuador, con le sue 65 strutture, ospita circa 39mila detenuti contro i circa 30mila posti disponibili. Nei dodici padiglioni del Litoral sono ospitati 8.500 detenuti, il 60 per cento in più di quelli previsti. Almeno sette padiglioni, secondo fonti investigative rilanciate dai media locali, sono controllati da esponenti di primo piano delle reti criminali dedite al traffico di stupefacenti, tra cui elementi legati ai cartelli messicani "Sinaloa" e "Jalisco Nueva Generacion".
Stando a quanto riporta il quotidiano "Primicias", nei primi otto mesi del 2021 si sono registrati 1.007 omicidi con arma da fuoco, un incremento del 119 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Si tratta inoltre della cifra più alta dell'ultimo decennio, più degli 845 morti con arma da fuoco del 2012. Gli omicidi con pistole e fucili sono stati sin qui il 71 per cento delle 1.427 morti violente contate in tutto il Paese.
Stando a quanto riporta l’agenzia NOVA: “Diverse indagini condotte dalle forze di sicurezza svelano che nel Paese esistono diversi circuiti di commercio e produzione di armi. A giugno, nel carcere Litoral oggetto degli ultimi drammatici scontri, era stato smantellato un laboratorio artigianale di armi, da cui uscivano anche pistole con il caricatore a un solo colpo. Strumenti che fuori dalle mura carcerarie verrebbero per lo più usati dalla piccola criminalità di strada. Ma le immagini registrate dalle telecamere di sicurezza durante la sommossa di fine settembre svelano anche la presenza di armi sofisticate, di produzione industriale, assegnate soprattutto ai detenuti incaricati di controllare la zona dai tetti del penitenziario. Si tratta di apparecchiature in gran parte provenienti dal sud del continente, ma con un'origine particolare. Secondo un'indagine giornalistica condotta nel 2018 dalla fondazione cilena Ciper, in Cile e Perù si trovano imprese criminali che assemblano le armi con componenti in arrivo dal Texas, appositamente camuffati”.

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