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L’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America supera la media mensile di Trump e vende il Golfo del Messico

Dall’inizio del suo mandato, Biden ha concesso in media più licenze del predecessore Trump per l’estrazione di petrolio e gas naturale dal suolo americano. L’ultima concessione è stata quella dell’area attorno al Golfo del Messico, venduta all’asta il 17 novembre.
Durante la campagna elettorale dello scorso novembre, il Presidente degli Stati Uniti d'America, Joe Biden si era distinto per la grande attenzione dedicata alla crisi ambientale. Aveva, infatti, posto al centro del proprio programma politico una serie di promesse che avevano fatto ben sperare gli ambientalisti di tutto il mondo. Ad oggi, però, come ci si poteva aspettare, le speranze sembrano essere state mal riposte.

Il presidente americano aveva inserito nell’agenda politica del Paese la riduzione dell'utilizzo e quindi dell'estrazione dei combustibili fossili, fino al raggiungimento di emissioni di CO2 nette pari a zero entro il 2050. Inoltre, aveva fortemente condannato i finanziamenti percepiti dai partiti politici provenienti dalle lobby di gas e petrolio. Evidentemente, una campagna elettorale finalizzata solo ad ottenere voti e non ad attuare una vera svolta politica, ecologica ed ambientale per tutto il paese americano.

Infatti, dall’inizio del suo mandato, quindi a partire dal 20 gennaio 2021, Biden in media ha approvato 339 permessi di trivellazioni per petrolio e gas al mese: più di quelle approvate in media mensilmente dal suo predecessore, Donald Trump. Anche durante la COP26, conclusasi recentemente a Glasgow, è emersa la mancanza di volontà politica di porre in essere veri e profondi interventi di cambiamento e di trasformazione da parte dell'amministrazione Biden. Gli USA di Biden si sono, infatti, rifiutati di firmare l’accordo sulla fine dell’estrazione di carbone.

Adesso, a poco più di due settimane dalla fine della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, il presidente americano è tornato a far parlare di sé in merito alle concessioni petrolifere. Come se non bastasse le azioni ipocrite del governo Biden non finiscono qui. Lo scorso 15 novembre il presidente aveva annunciato alle comunità native di Chaco Canyon, in New Mexico il blocco dell’approvazione di nuove licenze per le trivellazioni dell’area circostante allo storico parco nazionale, patrimonio dell’UNESCO, oltre che luogo considerato sacro dai popoli indigeni Hopi, Navajo e Pueblo.

A soli due giorni di distanza, però, è arrivato un altro annuncio, che ha invece preoccupato gli ambientalisti americani e quelli di tutto il mondo. Biden attraverso un’asta ha venduto concessioni per un valore totale di 192 milioni di dollari per l’estrazione di gas e petrolio. I permessi, che interessano un’area di 300 chilometri quadrati intorno al Golfo del Messico, avranno una durata di validità di 44 anni e frutteranno circa 1,2 miliardi di barili di petrolio e fino a 124 miliardi di metri cubi di gas.

Questa è la prova, ormai da tempo evidente, che non esistono più differenze tra destra o sinistra: cambiano i presidenti, ma le posizioni rimangono le stesse. Nonostante le diverse amministrazioni, infatti le lobbies del fossile continuano a mantenere inalterato il proprio potere economico ed imprenditoriale e quindi anche a guidare più o meno direttamente la politica americana. Gli Stati Uniti detengono il secondo posto nella classifica dei Paesi del mondo per quantità di CO2 liberata nell’aria, appena dopo la Cina. Si confermano i secondi peggiori inquinatori del pianeta, con l’emissione di 5.269.529.513 tonnellate di CO2. Oltre a tutto ciò, sono tra i primi a tirarsi indietro davanti all’unica politica che potrebbe salvarci dalla crisi ecologica globale che stiamo vivendo, ossia l’eliminazione immediata dei combustibili fossili.

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