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È l'ottavo nel paese quest’anno

La violenza nelle prigioni ecuadoriane non smette di falciare vite. Questa volta è accaduto al penitenziario Guayas 1, situato nelle vicinanze del porto di Guayaquil, a sudovest dell'Ecuador, dove uno scontro tra detenuti è sfociato in un ammutinamento che ha lasciato, lo scorso venerdì 12 novembre, un bilancio di 68 morti e 25 feriti. È la seconda volta che questa struttura penitenziaria è scenario di un massacro di queste caratteristiche, l’ottavo nel paese quest’anno.

Alla fine di settembre è stato dichiarato lo stato di emergenza nelle prigioni, a causa degli oltre 320 morti, a seguito degli ammutinamenti in diverse prigioni ecuadoriane nel 2021. Gli scontri, tra bande, e la corruzione, che regna nel sistema penitenziario, hanno scatenato i massacri, che il governo di Guillermo Lasso, e prima ancora, di Lenin Moreno, non è riuscito ad affrontare, nel migliore dei casi.

Il primo massacro si è verificato quest’anno, a settembre, nella prigione di Guayaquil, che ha un sovraffollamento del 60 percento, con un bilancio di 119 morti e oltre 80 feriti. Le scene che sono state riprese dai telefoni cellulari, all’interno della struttura, erano degne di un sanguinoso film del terrore.

Le famiglie aspettavano e chiedevano alle autorità, dall’esterno del penitenziario, informazioni sui loro figli, fratelli, nipoti, e genitori; fondamentalmente cercavano di sapere se erano ancora in vita, o se comparivano nella lista dei detenuti uccisi in un modo così selvaggio, come essere bruciati e decapitati.


donna disperazione da elcomercio pe

Jorge Vicente Paladines, professore dell'Università dell'Ecuador, ha dichiarato ai microfoni del quotidiano Página/12, che il problema è che "lo Stato non ha il controllo né l'amministrazione penitenziaria. Le prigioni sono in mano alle organizzazioni criminali", e ha aggiunto: “C'è un massacro sistematico. I numeri delle persone assassinate, squartate, decapitate nelle prigioni, aumentano e hanno quelle caratteristiche evidenti, tipiche del narcotraffico, modalità che i cartelli messicani hanno imparato dai gruppi paramilitari e dai narcos colombiani”.

"Nel 2019 l’Ecuador ha già vissuto una situazione simile a quella attuale, mi riferisco al farsi giustizia con le proprie mani, da parte delle persone private della libertà. L'unica risposta di Lenin Moreno fu la militarizzazione e la politicizzazione delle prigioni. Senza dubbio queste misure attuate non hanno funzionato perché si sono ripetute le stesse catastrofi nel 2020 e nel 2021", ha segnalato lo specialista.

"Se lo Stato non ha il controllo e la gestione delle carceri, significa che in definitiva non c’è Stato di diritto in Ecuador", ha sottolineato.

In sintesi, la situazione nelle prigioni ecuadoriane è critica. Sono circa 40 mila le persone private della libertà, con un altissimo tasso di sovraffollamento, e un livello di violenza e corruzione fuori da qualunque parametro di umanità. E lungi dal controllare la situazione le autorità non stabiliscono soluzioni. E i carcerati continuano a morire. E il sovraffollamento fa parte di una realtà che, all’interno delle mura, continua crudelmente a minare il sistema penitenziario, che non sembra essere focalizzato sulla riabilitazione, ma, piuttosto, a emulare la peggior versione dell'inferno. La peggiore versione dell'essere umano che lascia morire migliaia di esseri umani, nelle peggiori condizioni di vita; nelle migliori condizioni per la morte.

Foto: elcomercio.pe

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