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Il primo libro italiano che analizza la più grande inchiesta sulla corruzione della storia latinoamericana

In sette anni è passata da godere del favore di tutta la nazione ad essere considerata un colpo di Stato. Stiamo parlando dell’operazione Lava Jato, la più grande indagine contro la corruzione della storia del Brasile. Un’inchiesta che ha coinvolto oltre 500 persone, tra imprenditori, operatori finanziari, politici locali, parlamentari di tutti gli schieramenti e persino quattro ex Presidenti della Repubblica.
Eppure, nonostante le confessioni, le condanne in via definitiva e i miliardi di reais recuperati, oggi il ricordo della Lava Jato è offuscato dalle centinaia di fake news usate come clava dalla stampa brasiliana ed internazionale per bastonare i magistrati e la loro inchiesta.
"Lava Jato - La vera storia dell’inchiesta che ha fatto tremare il Brasile" è il libro che, per la prima volta in Italia, ripercorre i sette anni d’indagine del pool Curitiba, spazzando via le post-verità nate attorno a questa Tangentopoli in salsa carioca.
Ripercorriamo le principali bugie raccontate nel corso degli anni dai politici e da parte della stampa, sia verdeoro che internazionale.
L’operazione Lava Jato è stata un golpe contro il sistema politico che ha garantito al Brasile di compiere numerosi passi in avanti dal punto di vista economico e sociale.
Falso. Non vi è stato nessun colpo di Stato ma una semplice indagine da parte di una piccola Procura del Paranà, scaturita da un’operazione della Policia Federal per stroncare un giro di trafficanti di valuta che utilizzavano come ufficio un distributore di benzina nel centro di Brasilia. Nessuno poteva prevedere che si sarebbe allargata alla principale compagnia petrolifera del Paese, la Petrobras, e da lì avrebbe raggiunto l’intera classe politica, portando alla luce un ramificatissimo sistema corruttivo. Per finanziare le campagne elettorali, i partiti di maggioranza avevano creato un gigantesco buco di bilancio (quantificato in 44 miliardi di reais, di cui 6 costituiti da sole mazzette) all’interno della Petrobras mentre le principali aziende di costruzione del Paese avevano rinunciato a competere legalmente sul mercato nazionale e internazionale, poiché era molto più semplice pagare tangenti per aggiudicarsi l’appalto. Molte opere venivano realizzate non perché utili allo sviluppo economico del Brasile ma solo ‘per far girare’ i soldi delle tangenti.
Prima della Lava Jato, il Brasile era tra le prime dieci potenze industriali mondiali. L’inchiesta del pool ha fatto perdere milioni di posti di lavoro e ha trascinato il Paese nella crisi economica.
Anche quest’argomento è falso. La crescita economica brasiliana aveva già iniziato a tirare il freno a mano molti anni prima rispetto allo scoppio dell’inchiesta Lava Jato. Basti pensare che già nel 2012, ben due anni dall’inizio delle indagini, il Pil era cresciuto dello 0,9% rispetto all’anno precedente e l’anno seguente, The Economist aveva criticato le politiche economiche attuate dal Governo di Dilma Rousseff. Ben prima dell’indagine del pool di Curitiba, i principali investitori mondiali sapevano che l’economia brasiliana era in una fase recessiva.
Non vi è nemmeno una correlazione con il tasso di disoccupazione dato che l’ondata dei grandi licenziamenti ha cominciato a verificarsi a partire dal 2016, quando la Lava Jato già imperversava da più di un anno. Le ragioni della crisi economica perciò non sono riconducibili all’indagine sulla Petrobras ma a ciò che i magistrati scoprirono. Chi avrebbe mai voluto investire in un Paese dove gli appalti della principale azienda pubblica erano controllati da un cartello di imprese?
I magistrati del pool di Curitiba hanno usato la carcerazione preventiva per estorcere false confessioni.
Su 553 persone indagate, solo 132 sono state sottoposte alla classica custodia cautelare in carcere, quindi il 23% del totale. Dall’altro canto vi sono stati 209 accordi di collaborazione, di cui l’80% con indagati a piede libero. Tutte le carcerazioni preventive passavano al vaglio non solo del giudice Sergio Moro ma anche della Corte Suprema, la quale almeno fino al 2021 non ha mai constatato una violazione dei diritti degli indagati o una persecuzione politica.
Anche il mito della presunta falsità delle confessioni dei collaboratori si sgretola su sé stesso poiché i magistrati del pool scelsero di utilizzare ai fini del processo solo le dichiarazioni che i delatori potevano dimostrare per scienza diretta. A maggior ragione, moltissimi imprenditori si presentarono spontaneamente dalle autorità al fine di giungere ad un accordo di collaborazione, in modo da anticipare possibili dichiarazioni contro di loro da parte di altri collaboratori di giustizia.
La tesi delle manette facili per ricattare gli indagati lascia quindi il tempo che trova.
La Lava Jato è stata manovrata dal dipartimento di giustizia statunitense per consentire all’America di controllare l’economia brasiliana.
Durante le indagini, il pool di Curitiba ha collaborato più volte con le autorità americane. Uno degli appalti incriminati riguardava la raffineria di Pasadena in Texas, comprata dalla Petrobras ad un prezzo molto superiore rispetto a quello di mercato. I procuratori americani chiesero informazioni sull’inchiesta Lava Jato ai loro omologhi brasiliani ma non vi fu nessun complotto. Avvenne una collaborazione tra i due Paesi per portare alla luce nuovi episodi di corruzione che coinvolgevano le aziende brasiliane negli Stati Uniti, come poi le confessioni degli imprenditori verdeoro dimostrarono.
Dall’altro canto, il pool effettuò rogatorie internazionali in ben 58 Paesi nel mondo e collaborò con altrettante Procure straniere.
La condanna di Lula è stata frutto di un processo politico per favorire l’elezione di Jair Bolsonaro.
Lula è stato giudicato sui fatti per cui è stato condannato da ben 7 giudici in vari gradi di giudizio e tutti i magistrati di merito (tranne la Corte Suprema, che ha annullato per vizio di forma) sono stati fermi nel giudicarlo colpevole per corruzione e riciclaggio di denaro. Difficile ipotizzare un complotto così esteso per metterlo fuori gioco. Inoltre la maggior parte delle azioni penali contro di lui sono state intentate non dal pool anticorruzione ma da Procure di altri Stati brasiliani, quindi è illogico affermare che vi sia stato un accanimento giudiziario da parte dei procuratori di Curitiba poiché la maggior dei procedimenti (17 in totale) imbastiti contro l’ex Presidente non provenivano da quella città.
In merito invece alla vittoria elettorale di Bolsonaro non vi sono dubbi su quale sia stato l’evento che gli abbia consentito di compiere il passo decisivo verso la vittoria: la coltellata ricevuta a meno di un mese dal primo turno elettorale e non la condanna di Lula. La settimana seguente l’arresto del leader PT, Bolsonaro aveva perso ben tre punti rispetto all’ultima rilevazione (17% dell’11 aprile contro i 20,9% del 3 marzo). Il giorno dopo l’attentato, Bolsonaro aumentò esponenzialmente i suoi consensi passando dal 23-25% al 30% delle preferenze.
Delle due l’una: o crediamo all’esistenza di un complotto internazionale che coinvolge l’FBI (con buona pace della Cia che non si sarebbe accorta di nulla), i nostalgici del regime militare brasiliano, decine di giudici, magistrati, poliziotti e la Corte Suprema (che in seguito ha capovolto di 360° il proprio orientamento sul caso di Lula) oppure guardiamo ciò che i fatti ci dicono.
Ma a questo quesito dovrà rispondere il lettore.

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