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Esercito contro manifestanti: “2 morti e 80 feriti”

Colpo di stato in Sudan dove, per la terza volta in poco più di un anno, i militari hanno assediato l’abitazione del primo ministro del Sudan Abdalla Hamdok, dichiarandolo agli arresti domiciliari. Oltre a lui sono stati arrestati anche diversi membri del governo civile: tra questi il ministro dell'Industria, Ibrahim al Sheikh, il ministro dell'Informazione, Hamza Balou, e il consigliere per i Media del primo ministro, Faisal Mohammed Saleh. Arrestati anche il portavoce del Consiglio sovrano, Mohammed al Fiky Suliman, e il governatore della capitale Khartum, Ayman Khalid.
Al contempo sono state occupate le sedi della radio e della tv sudanese a Omdurman, nei pressi della capitale sudanese Khartoum. A dare la notizia è la Bbc, riportando una comunicazione del ministero dell'Informazione locale secondo cui “forze militari congiunte hanno assaltato” la sede e “arrestato alcuni dipendenti”.
Col passare delle ore la situazione si è fatta sempre più calda.
Il premier, prima che venisse interrotta la comunicazione, ha fatto appello alla resistenza pacifica, mentre 17 sindacati del Paese, racchiusi nell'Associazione dei professionisti sudanesi (Spa), hanno invocato una mobilitazione e uno sciopero nazionali.
Ed è esattamente ciò che è avvenuto.
Durante le manifestazioni di protesta contro il golpe militare vi sarebbero stati almeno due morti ed oltre ottanta feriti.
Il bilancio, ancora in aggiornamento, è stato certificato su Facebook dal Comitato medico centrale sudanese, un organismo vicino alle opposizioni che già in occasione delle proteste del 2019 - che portarono alla deposizione del presidente Omar al Bashir - forniva quotidianamente un bilancio delle vittime. In una nota, i medici del comitato avevano in un primo momento riferito che almeno 12 persone sono rimaste ferite in seguito a una sparatoria avvenuta oggi a Khartum contro i manifestanti che protestavano contro il golpe, esortando i cittadini sudanesi a resistere ai militari.
Nel pomeriggio il presidente del Consiglio sovrano, il generale Abdel Fattah al Burhan, ha annunciato lo scioglimento del governo di transizione, annuncio che è stato accolto con scontento da diversi leader internazionali ed organismi regionali, inquieti per un'ulteriore destabilizzazione del Paese e dell'area.
Altre fonti hanno fatto sapere che i militari hanno bloccato tutte le strade e ponti che conducono a Khartum, hanno chiuso l'accesso all'aeroporto di Khartum e sospeso i voli. Nel Paese è inoltre stato tagliato l'accesso a Internet e limitato l'accesso alle telecomunicazioni.
Era da qualche settimana che il clima di tensione si era fatto sempre più forte nel Paese dove si è creata una forte spaccatura all'interno delle Forze per la libertà e il cambiamento (Ffc), tra la fazione filo-governativa e quella filo-militare, quest'ultima sempre più insofferente verso l'esecutivo guidato da Hamdok e irritata dal mancato rispetto delle promesse di due anni fa.
La scorsa settimana decine di migliaia di sudanesi avevano sfilato in diverse città per sostenere il pieno trasferimento del potere ai civili e per contrastare un sit-in rivale allestito da giorni davanti al palazzo presidenziale di Khartoum chiedendo il ritorno al “governo militare”.
Da due anni militari e civili condividono il potere di transizione nel Paese. La condivisione, tuttavia, non ha risolto la crisi politica, che si è anzi aggravata con l'approssimarsi del 17 novembre, data in cui la presidenza del Consiglio sovrano sarebbe dovuta passare a un esponente civile.
A livello internazionale non sono mancate le "condanne al golpe" a cominciare da quella del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. In un messaggio su Twitter ha sottolineato che “deve esserci il pieno rispetto della Carta costituzionale per proteggere la transizione politica faticosamente conquistata”, assicurando che le Nazioni Unite “continueranno a stare dalla parte del popolo del Sudan”.
Per capire meglio ciò che sta accadendo in Sudan occorre tuttavia inquadrare la crisi in un più ampio contesto internazionale, in particolare nel gioco di influenze esercitato dalle grandi potenze nell'area. Non va trascurato che Hamdok - economista di lungo corso e già vicesegretario esecutivo della Commissione economica per l'Africa (Uneca) - sia considerato molto vicino agli Stati Uniti e artefice del reintegro del Sudan nella comunità internazionale dopo il trentennio di Bashir. Nonché artefice di accordi per nuove relazioni con Israele, con il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale.
Da non sottovalutare, poi, le tensioni con i Paesi vicini, come l'Etiopia, che invece ha un forte influsso da parte della Cina.

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