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Ben 149 aerei cinesi hanno sorvolato i cieli di Taiwan negli ultimi 3 giorni, secondo le statistiche del Ministero della Difesa locale. Si tratta della più pesante incursione da un anno a questa parte, da quando la difesa Taiwanese ha iniziato a monitorare gli sconfinamenti. Un numero tale da far temere il peggio nella stabilità dell’area, che oramai assiste un’escalation tale da preannunciare un imminente scontro militare di vaste proporzioni.

Solo nella giornata del 4 ottobre 34 caccia Shenyang J-16, 2 caccia Su-30, due aerei da guerra antisommergibile Shaanxi Y-8 (Y- 8 Asw), 12 bombardieri Xian H-6 hanno sconfinato la Southwest Air Defense Identification Zone (ADIZ) dell’isola.

Il governo di Taipei ha risposto facendo decollare gli aerei militari, mentre il ministro degli Esteri dell'isola, Joseph Wu, nella piattaforma “Abc’s China” ha auspicato ad immediati colloqui con l’Australia per "preparare l'isola ad affrontare lo stato di guerra", dichiarandosi certo della "tremenda sofferenza della Cina", in caso di un ipotetico attacco contro Taiwan.

Non meno drammatici sono i moniti lanciati da Pechino: è nelle pagine del Global Times (tabloid prodotto dal quotidiano ufficiale del Partito Comunista Cinese) che viene riportato che “risolvere la questione di Taiwan e realizzare la riunificazione nazionale non è mai diventato così pesante sulle spalle di tutti i cinesi. Non solo gli Usa, ma anche alcuni altri Paesi stanno cercando di usare la questione Taiwan come una carta da giocare contro Pechino. Una soluzione drastica alla questione di Taiwan sta diventando ogni giorno più ragionevole. Se gli Stati Uniti e le autorità del DPP non prenderanno l'iniziativa per invertire la situazione attuale, alla fine scatterà la punizione militare della Cina continentale per le forze secessioniste dell'indipendenza di Taiwan. Il tempo dimostrerà che questo avvertimento non è solo una minaccia verbale".

Siamo sull’orlo del precipizio e da ambo le parti in conflitto non sembra scorgersi lo spiraglio di una soluzione diplomatica.

“La Cina è stata arbitrariamente coinvolta in un’aggressione militare, con grave danno per la pace regionale”, ha tuonato a caldo il premier taiwanese Su Tseng-chang. Da oltreoceano, il portavoce del dipartimento di stato americano Edward Prince ha espresso preoccupazione, criticando Pechino per aver minato la stabilità della regione, sottolineando che gli Stati Uniti “continueranno ad assistere Taiwan nel mantenere sufficienti capacità di autodifesa e ad adempiere al proprio impegno nei confronti di Taiwan.”

Di diverso avviso, ovviamente, è la controparte cinese che, per bocca dell’esperto militare Song Zhongping, ha chiarito come l’obiettivo delle incursioni sia in realtà quello di “scoraggiare le forze armate sull’isola e l’interferenza straniera”, motivo per cui sarà “necessario che esercitazioni diventino di vasta scala”.

In effetti Taiwan, da sempre considerata una regione strategica di influenza da parte di Pechino, a partire dal 2016, ha messo in discussione i contenuti del "consenso del 1992", basati sul principio di un’unica Cina e ha iniziato ad avviare accordi economici e militari con gli Stati Uniti.

Una strategia geopolitica che mira a trasformare l’isola nella più avanzata trincea al contenimento di Pechino, ma a pesare nelle tensioni, come evidenziato, non è solamente la richiesta di Taiwan di entrare nel CpTpp, l’accordo di libero scambio transpacifico, a distanza di nemmeno una settimana dall’identica mossa cinese, come sottolineato da molte testate.

A decretare un atteggiamento sempre più aggressivo da parte cinese è certamente l’imponente corsa agli armamenti in cui si sta assistendo in questi mesi nel Pacifico.

A fine agosto il ministero della difesa nazionale di Taipei ha presentato al parlamento un progetto di bilancio di 471,7 miliardi di dollari taiwanesi, pari a 17 miliardi di dollari per l’acquisto di armi e altre esigenze di difesa, inclusi missili guidati di precisione per caccia a reazione e veicoli aerei senza equipaggio.

Ha inoltre recentemente siglato un accordo da 62 miliardi di dollari con Lockheed Martin per l'acquisto di 66 nuovi jet F-16 "Viper" entro il 2026 e uno per l’acquisto di missili Sky Bow III dall'Istituto nazionale di Scienza e tecnologia Chung-Shan (Ncsist).

Uno degli ultimi contratti con gli Stati Uniti dal valore di 1,4 miliardi di dollari taiwanesi prevede la manutenzione e la riparazione delle installazioni di terra per i suoi missili Patriot Pac-3. Stando all'accordo firmato lo scorso 31 agosto tra la delegazione del dipartimento della Difesa Usa con l'American Institute in Taiwan (Ait), de facto l'ambasciata statunitense a Taipei, l'isola di missili Patrion, ne ha schierato ben 350.

Sempre sul fronte dei missili a lunga gittata il governo di Taiwan ha inoltre approvato un piano di approvvigionamento di armi che consente la produzione di massa di una variante a lungo raggio del missile antinave Hsiung Feng III, per raggiungere un raggio di quasi di 400 chilometri.

Anche l’Australia è entrata nella partita della corsa agli armamenti in funzione anti-Pechino, sulla scia di Aukus, il nuovo paternariato strategico-militare tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, annunciato da Joe Biden che, a parole, dovrebbe “assicurare la pace e stabilità a lungo termine nell’Indo-Pacifico”.

I primi effetti dell’accordo hanno colpito la Francia, che ha perso un contratto da 90 miliardi di dollari stipulato con l’Australia per la fornitura di 12 sottomarini da attacco Barracuda a propulsione convenzionale. Un voltafaccia dettato dalle urgenti “minacce” rappresentate da Pechino: ad armare il paese saranno dunque 8 sottomarini a propulsione nucleare di ultima generazione forniti dalla Australia e dal Regno Unito. Una scelta che palesemente esula dal loro utilizzo abbinato ad armamenti convenzionali: il primo ministro Scott Morrison ha già annunciato che l’Australia acquisirà in breve tempo “capacità di attacco a lungo raggio” con missili Tomahawk e missili ipersonici, armabili di testate sia convenzionali che nucleari.

I futuri sottomarini australiani saranno probabilmente in grado di lanciare anche missili balistici Usa Trident D5, che armano gli analoghi sommergibili statunitensi e britannici. Il Trident D5 ha un raggio di 12.000 km e può trasportare fino a 14 testate termonucleari indipendenti: W76 da 100 kt o W88 da 475 kt.

Anche il Giappone si sta preparando alla guerra: il ministero della difesa del Giappone ha presentato a settembre la richiesta di un bilancio record per le spese militari del 2022, pari ad un valore di 48 miliardi di dollari.

Fra i costi vi è un significativo incremento delle voci di spesa relative al rafforzamento delle capacità difensive nelle aree al confine con la Cina, facendo anche riferimento alla stabilità attorno a Taiwan.

A questo proposito, Stati Uniti e il Giappone hanno condotto a giugno azioni militari congiunte in vista di un ipotetico conflitto con la Cina per la contesa di Taipei. A riferirlo è stato a luglio il Financial Times, che ha riportato inoltre come, secondo sei diverse fonti anonime, nell’ultimo anno dell’amministrazione Trump alcuni funzionari militari statunitensi e giapponesi avrebbero iniziato una seria pianificazione per una possibile guerra con Pechino.

Già l’ex premier del Giappone, Shinzo Abe nel 2019 aveva deciso di espandere significativamente la pianificazione militare giapponese a causa della minaccia cinese a Taiwan e alle contese isole Senkaku, nel Mar Cinese Orientale.

Giappone e Stati Uniti hanno effettuato il primo luglio una esercitazione di difesa aerea tramite l’impiego di sistemi missilistici terra-aria presso le isole Nansei, un arcipelago nell’estremo sud del Giappone distante circa 850 chilometri da Taiwan. All’esercitazione hanno preso parte 40 militari delle Forze di autodifesa giapponesi, e 30 militari statunitensi presso l’isola di Amami Oshima, dove per l’occasione sono state schierate batterie di missili antiaerei semoventi.

Dal 15 settembre fino alla fine di novembre, inoltre le forze di autodifesa di terra giapponesi effettueranno la più grande “esercitazione delle forze di autodifesa di terra” dal 1993.

Tutto sembra predisposto per la grande scintilla e la coalizione occidentale si mostra pronta allo scontro contro il dragone rosso. Passi indietro non sono più consentiti per nessuno, la diplomazia sembra oramai abbia lasciato posto al grande caos, pronto a piombare sulla regione e sul mondo intero.

A ribadirlo è stata poche ore fa anche la portavoce del ministero degli Esteri cinese Hua Chunying: “La Cina adotterà tutte le misure necessarie per schiacciare qualsiasi tentativo di “indipendenza di Taiwan”.

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