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Un telefono rosso con la Cina come quello esistente tra la Casa Bianca ed il Cremlino dai tempi più tesi della guerra fredda. A questo sta pensando l’amministrazione Biden, secondo quanto rivela la Cnn.
Uno strumento rapido di comunicazione diretta che teoricamente servirebbe ad evitare guerre o incidenti militari, ma che in sostanza rappresenta un chiaro segnale del livello di tensione raggiunto con Pechino negli ultimi mesi.
Basti pensare che questo sistema era stato inaugurato nel 1963, mentre era in pieno corso la crisi dei missili di Cuba e il mondo intero rischiava di deflagrare nell’olocausto nucleare sulla scia di una guerra tra Stati Uniti ed Unione Sovietica.
Siamo tornati sull’orlo del precipizio, nonostante i principali organi di informazione presentino ancora il Covid come unica minaccia omnipervasiva della civiltà occidentale: il 15 luglio Wu Qian, portavoce del ministro della difesa cinese, rispetto alla situazione di Taiwan ha lanciato un monito precisando che "l'isola è una parte inseparabile della Cina e qualsiasi aereo militare straniero che atterra sul territorio cinese deve ottenere il permesso del governo della Repubblica popolare cinese", aggiungendo che "qualsiasi violazione di navi o aerei stranieri nello spazio aereo cinese porterà a gravi conseguenze”.
Ha concluso inviando un chiaro avvertimento alle autorità del Partito democratico progressista (Dpp) precisando che “la collusione con forze esterne per cercare indipendenza porterà solo Taiwan in pericolo".
Dichiarazioni diffuse in risposta all’atterraggio di un aereo militare statunitense sul territorio di Taiwan che avrebbe trasportato Sandra Oudkirk, la nuova direttrice dell’American institute of Taiwan (Ait); in pratica l’ambasciata degli Stati Uniti, in mancanza di rapporti diplomatici formali.
A questo proposito Qian ha esortato Washington a “non giocare con il fuoco” e a “fermare immediatamente le azioni rischiose e provocatorie”.
Solo pochi giorni prima, il 12 luglio, il cacciatorpediniere missilistico statunitense USS Benfold ha navigato vicino alle contese isole Paracel, un gruppo di 30 isole, in cui Pechino ha attualmente 20 avamposti, rivendicate da Cina, Vietnam e Taiwan.
Il portavoce del comando dell’esercito di liberazione del popolo Tian Junli, ha affermato che le risorse navali ed aeree hanno monitorato la nave prima di cacciarla via con un avvertimento, esortando gli Stati Uniti “a fermare immediatamente tali azioni provocatorie e a controllare rigorosamente le attività militari, marittime e aeree”. In caso contrario avrebbero subito “tutte le conseguenze che ne derivano”.
L’incidente è avvenuto nell’anniversario di una sentenza del tribunale internazionale che ha annullato gran parte delle rivendicazioni territoriali della Cina nella regione.
“Gli Stati Uniti continueranno a volare, navigare e operare ovunque il diritto internazionale lo consenta… Nulla di ciò che afferma la Repubblica Popolare Cinese ci scoraggerà” ha dichiarato la 7a flotta degli Stati Uniti in un comunicato stampa.
Ad arroventare un clima già colmo di tensione ci ha pensato il segretario di stato americano Antony Blinken che, appellandosi alla sentenza del tribunale internazionale, secondo cui Pechino “non aveva alcun diritto legittimo sull’area” ha minacciato che “un attacco armato alle forze armate, alle navi o agli aerei filippini nel Mar Cinese Meridionale invocherebbe gli impegni di difesa reciproca degli Stati Uniti ai sensi dell’articolo IV del Trattato di mutua difesa USA-Filippine del 1951”.
Ed ecco dunque che il telefono rosso risponde, più che ad una prassi formale per garantire la sicurezza tra le due superpotenze, alla necessità di rispondere ad un grave errore di valutazione che potrebbe innescare reazioni pericolose.
Le premesse ci sono tutte e a ricordarcelo vi sono anche i nuovi 119 silos di lancio per missili balistici intercontinentali, distribuiti su circa 1.800 chilometri quadrati vicino a Yumen, la cui costruzione era quasi interamente ultimata dalla Cina nel febbraio 2021.
Il progetto di contenimento della Cina continua sulla scia di provocazioni sempre più azzardate e pericolose; questa volta però, a differenza della crisi di Cuba, del lontano 1963, non c’è la volontà di arretrare sulle proprie posizioni. Non ci sarà telefono che ci salvi dallo scontro d’egemonia che vede come avversario quel paese che stando alle parole del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, mostra una crescita che “ha delle conseguenze sulla sicurezza di tutti i paesi dell’Alleanza”.

Foto © Imagoeconomica

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