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Potrebbe sembrare una frase errata, ma non è così. Quarantotto anni fa, il 27 giugno, lo Stato uruguaiano ha cessato di essere uno Stato democratico e le decisioni sul destino del Paese sono passate dalle mani di Juan María Bordaberry (del Partito Colorado) a quelle del generale Aparicio Méndez. È così che iniziava ufficialmente il colpo di Stato in Uruguay e con esso anni di morte, sparizioni di persone, furti di identità, sequestri e torture che vengono denunciati ancora oggi alla giustizia. Sono trascorsi molti anni tra il mantenimento di un patto di impunità, stipulato e perpetrato dagli esecutori del Piano Condor in Uruguay, e le battute d’arresto legali con i tentativi di fermare l'azione della giustizia. Dopo otto governi "democratici", sono circa trecento le cause penali nei tribunali per reati commessi dallo Stato, al momento sono davvero poche le sentenze e condanne effettive. Sono oltre sessanta i centri in cui gli organi istituzionali hanno commesso crimini contro la popolazione uruguaiana, comprese operazioni congiunte con paesi della regione e perfino luoghi che le vittime non sono state in grado di identificare.
In questo 27 giugno, centinaia di persone sono scese in piazza per manifestare. L’appello lanciato dal “Coordinamento del 27 giugno” è stato accolto da circa duecento persone che si sono ritrovate nello spiazzale dell'Università alle ore 11:45, ai piedi di quella scalinata che, ai tempi della dittatura, era un luogo emblematico di persecuzione di studenti e lavoratori. Oggi è un inconfondibile scenario di resistenza.
L'incontro è stato aperto dal movimento culturale internazionale Our Voice che si è esibito in una performance artistica, per ricordare cosa ha significato la dittatura per la popolazione uruguaiana. La disperazione, la scomparsa fisica e la violenza di un potere che si manifestano attraverso i simboli degli stivali, delle uniformi brillanti (tipici di una ricchezza che domina eserciti, governi e regioni) hanno risvegliato per otto minuti la coscienza di quei testimoni militanti. Alcuni avevano le lacrime agli occhi, provavano la sofferenza, l'orrore e l'imposizione della vita e della morte, di un potere che domina come vuole e uccide quando serve, distruggendo tutto ciò che ostacola i propri interessi. La presentazione del gruppo dei giovani ha commosso il pubblico, perché espressa con cuore, sentimento e forza. Una messa in scena favorita dalla pioggia che ha accentuato la drammaticità del momento, come se il cielo piangesse su quei corpi stesi a terra, quasi nudi, vessati ed abbandonati, che rappresentavano i morti e i desaparecidos del nostro territorio sofferente.


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Al termine dell’esibizione sono intervenuti Fátima Amaral, la coordinatrice di Our Voice in Uruguay e Matías Guffanti, direttore del movimento in America Latina. Insieme hanno denunciato il potere economico di essere complice e attore principale del colpo di Stato, che ancora oggi continua a commettere stragi tra la popolazione tormentata che soffre la fame, muore e continua a subire ingiustizie sulla propria pelle.
Prima di dare inizio alla manifestazione, un gruppo di artisti ha cantato e incitato i presenti che si sono radunati in strada, pronti a reclamare giustizia urlando con il pugno alzato. Successivamente, sono stati ricordati alcuni martiri dell'apparato repressivo uruguaiano.
La marcia è proseguita per la via 18 luglio fino a Magallanes, per poi continuare lungo il viale dove si trova l'ambasciata degli Stati Uniti. Sulla via Magallanes il corteo si è fermato per ricordare, di fronte a un murales che porta il suo nome, Carlos Alfredo Rodríguez Mercader, un professore universitario UTU assassinato durante la dittatura. La marcia ha proseguito e, per la prima volta dall’inizio delle manifestazioni per commemorare il 27 giugno, c’è stata una forte accusa diretta agli Stati Uniti, alle porte della loro sede diplomatica. I manifestanti hanno alzato le bandiere delle loro associazioni e dei comitati sostenendo i cartelloni in testa al corteo, fino all’arrivo nel viale intorno alle ore 14.
Nell'edificio della delegazione diplomatica statunitense sventolava una bandiera nordamericana, nella parte superiore c’era l’insegna del movimento LGTB+. Una dimostrazione molto curiosa di un marketing che cavalca l’onda del politicamente corretto, ma che discrimina e perseguita gli oppositori dei suoi interessi. Basta leggere Stella Calloni, che abbiamo intervistato giorni fa e sulla quale abbiamo pubblicato un articolo di un incontro aperto online, per capire da dove nasce l'accusa contro gli Stati Uniti, l’importanza di continuare a indagare sui legami tra diplomazia, intelligence, istituzioni e sistema finanziario; per poter collegare i diversi punti che costituiscono la realtà criminale che sostiene e domina il nostro sistema sociale, estremamente ingiusto e così indifferente verso l’essere umano.
Ecco perché sono quarantotto i colpi di Stato. Ogni anno senza una risposta è un colpo di impunità, uno schiaffo dato in faccia alle famiglie le quali aspettano ancora che la giustizia si occupi del loro caso, che la politica e le istituzioni si facciano avanti e divulghino le informazioni custodite gelosamente. L'armonia, il progresso sociale e la prosperità dei cittadini non possono esistere, se non esiste la giustizia per tutti.
E ancor meno se lo Stato è il criminale che si nasconde, tradisce e mente in faccia.

Foto © Victoria Márquez e Romina Torres

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