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L'atteggiamento esemplare di una famiglia italiana vittima di attacchi neofascisti per aver accolto sei immigrati africani

Correva l'anno 2017 quando, nella città turistica di Venezia, tra i famosi Vaporetti che circolano ogni giorno nei canali, andava in scena una tragedia: centinaia di turisti, da una barca, guardano una persona che sta affogando. La stampa poi scriverà che si trattava di un giovane di 22 anni proveniente dal Gambia. La reazione di alcuni "cultori del buon vivere" è stata scioccante: "È stupido, vuole morire" ha proferito una persona mentre un'altra gridava "Torna a casa tua". Nessuno ha tentato di aiutarlo. Questo atteggiamento ripugnante, insieme a tanti altri simili, fanno parte del quotidiano, si ripetono continuamente in diverse parti dell'Italia contemporanea e alimentano gran parte dell'ideologia elitaria europea; questo atteggiamento, tra l'altro, si è accentuato sempre più di fronte all'aumento del numero di migranti in fuga dalle zone di guerra o per i cambiamenti climatici; guerre che spesso sono state favorite dallo stesso governo italiano con la complicità della mafia, e dei cambiamenti climatici; siamo responsabili tutti!
Originaria di Treviso, nel Veneto, la famiglia Calò ha sentito fortemente la pressione esercitata da una società ormai scollegata dalle sue origini. Il professore di scuola media Antonio, sua moglie Nicoletta Ferrara, maestra elementare, ed i loro quattro figli sono stati oggetto di minacce e persecuzioni dall'inizio del 2015, da parte dei loro concittadini, per aver accolto nella loro casa sei immigrati africani.
Governato politicamente da anni dalla razzista Lega di Matteo Salvini, il Veneto è stato lo scenario di numerosi e pesanti atti intimidatori contro la famiglia Calò, anche da parte dei neofascisti di Forza Nuova, un movimento di estrema destra che ha tappezzato le pareti della scuola dove lavora il professore con minacce indirizzate a lui e alla sua famiglia.
Mentre il teatrino andava avanti, i Calò hanno deciso di trattare gli africani come se fossero loro figli. E sei anni dopo i sei immigrati hanno un lavoro fisso, sono autonomi e stanno costruendo la vita che desiderano in Italia.
Questo esempio è stato di ispirazione per un progetto di integrazione dell'Unione Europea. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, alla fine del 2015, ha consegnato alla famiglia Calò il titolo onorario di Ufficiale dell'ordine del Merito della Repubblica Italiana e nel 2018 le è stato riconosciuto il titolo di Cittadino Europeo dell'anno da parte della Commissione Europea, una delle principali istituzioni della UE. La loro esperienza è alla base del progetto della UE chiamato Abbracci, finalizzato proprio alla accoglienza ed integrazione degli immigrati.

In un'intervista concessa al mensile Pagina 12 il professore ha raccontato la sua esperienza.

Perché lei è la sua famiglia avete deciso di ospitare questi sei immigrati?
"Da circa un anno io e la mia famiglia vedevamo le cose terribili che succedono nel mare Mediterraneo. Ciò ci ha colpiti profondamente. E ci chiedevamo: perché queste persone devono morire in questo modo? Perché l'Europa non riesce a pensare a delle forme di accoglienza? Ricorderò sempre un giorno terribile, il 18 aprile del 2015. Le radio e le televisioni all'inizio parlavano di 700 morti nel Mediterraneo. Dopo sono diventati 1000. Tornando a casa da scuola ho detto a mia moglie: 'Non possiamo fare nulla per loro. L'unica cosa che possiamo fare è aprire la porta della nostra casa'. Così abbiamo deciso di parlare con i nostri figli. Se solo uno di loro avesse detto no, non l'avremmo fatto. Invece hanno risposto tutti con grande entusiasmo".

Qual è stato il passo successivo?
"A questo punto sono andato alla Prefettura di Treviso (organo dipendente dal Ministero degli Interni) che aveva fatto un appello alla popolazione affinché accogliesse gli immigrati perché lo stato non poteva. Ho parlato con un'impiegata e le ho fornito tutte le informazioni sulla mia famiglia. Le ho detto che la nostra idea era quella di accogliere ragazze, non ragazzi, perché le ragazze spesso subiscono violenza o arrivano incinte. Le ho chiesto anche di darmi i recapiti di altre famiglie che avevano accolto immigrati per mettermi in contatto con loro. E lei mi ha risposto: 'Non ho nessun recapito. Nessuna famiglia si è offerta in provincia di Treviso o nella regione Veneto. Lei è il primo che si è offerto in tutta la provincia di Treviso e probabilmente sarà il primo in tutta Italia'. A Treviso non arrivano ragazze ma solo ragazzi. E la prefettura continuava a chiamarmi chiedendomi di accogliere ragazzi. Finalmente, l'8 giugno del 2015, abbiamo accolto 6 ragazzi: Ibrahim e Tidjane della Guinea Bissau, Sahiou e Mohamed del Gambia, i due più giovani, Saeed, del Ghana e Siaka della Costa del Marfil. Due di 18 anni, due di 24, uno di 28 e un altro di 30".

E come li avete sistemati?
Abbiamo dovuto aderire ad una cooperativa che si occupa di immigrati. Loro ci hanno fornito letti, materassi ed altre cose. La cooperativa si è comportata molto bene. Mentre arrivavano i letti contemporaneamente arrivavano i profughi. Noi viviamo in una casetta in mezzo alla campagna di Treviso. Non ti dico quello che è successo quando hanno visto arrivare il pullman con gli africani che, una volta scesi, entravano in casa nostra. I vicini hanno iniziato a raggrupparsi intorno alla nostra abitazione. I loro sguardi e le loro parole sono state pesanti. Tutto mentre i ragazzi africani scendevano dal bus con la faccia allegra ed una borsetta di plastica contenente i vestiti donati per cambiarsi. Il mio figlio più piccolo mi ha guardato chiedendomi perché gli italiani ci guardavano così male. Si era spaventato. Quello è stato l'unico momento in cui abbiamo avuto un po’ di paura. Il giorno dopo, e per almeno 20 giorni, abbiamo ricevuto minacce, insulti, sia sui social che per telefono, nella scuola dove lavoro una parete esterna era stata riempita di manifesti con vignette contro di noi. Dopo qualche giorno abbiamo deciso di uscire a fare una camminata per la città con i ragazzi. E camminando più di una volta ho sentito dire: 'Guarda il professore Calò con le sue sei scimmie'. La cultura del Veneto, dopo 20 anni di governo leghista, è una cultura molto vicina al razzismo. Dopo il governo di Berlusconi e della Lega, l'Italia è un paese molto più ignorante. Hanno seminato la paura per il diverso, per lo straniero".

Cosa avete fatto per far adattare i ragazzi africani a questo "nuovo" mondo?
Appena sono entrati gli abbiamo detto che quella era la loro casa e che potevano usare tutto. Condividevamo gli spazi perché per creare le stanze da letto abbiamo dovuto sgomberare altre camere che erano destinate allo studio o al lavoro. Abbiamo programmato i turni per tutto: per lavare i panni, per sistemare il giardino, per cucinare. Poi abbiamo deciso insieme di mangiare italiano a mezzogiorno e africano la sera. In poco tempo hanno iniziato a chiamarci "papà" e "mamma". Altro problema è stata la lingua. All'inizio impiegavamo mezz'ora per capire due frasi. Questo perché alcuni di loro parlavano francese, altri portoghese o inglese. Ma noi genitori non parliamo nessuna di queste lingue. I nostri figli, però, conoscono un po’ di francese e di inglese e così hanno iniziato a fare da interpreti. Abbiamo ricevuto aiuto anche dalla cooperativa. Così abbiamo potuto pagare una psicologa che veniva una volta alla settimana per aiutarli ad elaborare le violenze che avevano subito in Libia o nel deserto del Sahara durante il viaggio. Inoltre veniva un'altra persona per il controllo dei documenti legali e per la parte medica. Un giornalista in pensione veniva ad aiutarci nell'insegnare loro l'italiano. Dopo tre mesi, però, mi sono reso conto che i ragazzi dovevano andare a scuola. E ci sono scuole per gli immigrati.
"Dal lunedì al giovedì andavano a scuola dalle 9 alle 13. Il giovedì pomeriggio invece andavano a fare sport, a giocare a calcio con i miei figli. I ragazzi sono tutti musulmani. Pregavano cinque volte al giorno nonostante noi siamo cristiani. Il venerdì mattina andavano alla moschea ed il pomeriggio facevano volontariato presso le famiglie che necessitavano di aiuto per traslochi, cambio di mobili, ecc. Il sabato era dedicato alla pulizia della casa. Terminata la scuola li abbiamo iscritti ad alcuni stage affinché imparassero delle professioni e per fargli capire cosa significa lavorare in Italia. E alla fine le ditte li hanno assunti. La cosa più bella è stata che il mese scorso, uno dei più giovani, è venuto a dirci 'Papà e mamma, vi presento la mia fidanzata. Ci sposeremo presto e faremo un matrimonio italiano ed africano. Mamma non ti preoccupare perché ti faremo cucire un vestito africano. E quando avremo dei figli il maschietto si chiamerà Antonio, mentre se è femmina Nicoletta'".

Come avete finanziato tutto questo?
"La mia famiglia non ha mai ricevuto denaro in maniera diretta. Tutto è stato realizzato attraverso la cooperativa che riceve fondi dalla Unione Europea. Noi portavamo la contabilità e presentavamo un bilancio periodico delle spese sostenute".

Qual è l'insegnamento più importante da condividere con il resto del mondo, dopo questa esperienza così profonda?
"Le rispondo con le parole di un Vostro conterraneo che si chiama Francesco: 'Siamo tutti fratelli' (l'ultima enciclica del Papa dello scorso ottobre). In questo mondo nessuno vince da solo, solo insieme possiamo affrontare i problemi economici, climatici e politici. Solo insieme. Siamo tutti fratelli. Nessuno è più fratello di un altro".



La famiglia Calò non è stata mai ricevuta da papa Francesco al Vaticano nonostante abbiano espresso questo desiderio; ma il quotidiano L'osservatore Romano ha pubblicato un articolo che parla di questa famiglia.
"Ho la sensazione che prima o poi ci verrà a visitare a Treviso. Non perché siamo speciali ma per far capire che si può" dice Antonio, per dire che si possono fare molte cose, anche se la gente non ci crede.
Nei prossimi mesi Antonio pubblicherà un libro intitolato 'Sì può fare', scritto in collaborazione con una giornalista olandese, dove racconta proprio la sua esperienza e quella dei suoi familiari, Questo libro si aggiunge a quello scritto da sua moglie Nicoletta, pubblicato qualche anno fa ed intitolato "A casa nostra".
La crisi umanitaria che sta vivendo l'Africa e che si ripercuote in Europa può essere alleviata solo da un gruppo di anime caritatevoli che ritornano agli ideali cristiani che qualche volta ha ribadito papa Francesco poco prima di diventare pontefice a Lampedusa (l'isola del mar Mediterraneo che si trova di fronte alla Sicilia). È utile anche il ritorno alle forme originarie di civiltà, come ad esempio quelle della civiltà maya, in cui l'incontro tra due persone era improntato al rispetto assoluto; "IN LAK ECH" significa "Io sono un altro te", tutti siamo la stessa persona, e si risponde "HALA KEN", cioè "Tu sei un altro me". Anche l' espressione africana "Ubuntu", che significa "Io sono perché noi siamo", è saggezza popolare che costruisce, che alimenta e moltiplica le nostre capacità, le nostre esperienze e le fa ricche, gioiose ed abbondanti. Come siamo decaduti a poco a poco? Come abbiamo trasformato le nostre tradizioni in tecnocrazie assolute? Dove è scritto che l'unico valore è il progresso a discapito dell'altro?
Noam Chomsky, nella sua opera "Requiem per un sogno americano", ha scritto che il potere economico, per poter continuare nel suo dominio, ha dovuto fomentare l'individualismo e distruggere l'idea della cooperazione, creando caos ai sindacati, alle organizzazioni sociali e a tutto quello che aveva a che fare con la costruzione collettiva. Forse dobbiamo scendere dal piedistallo e tornare all'idea che la nostra cultura è costituita da tante altre culture che sono intrecciate per formare la nostra identità.
Cosa hanno di noi i nostri fratelli africani e cosa abbiamo noi di loro? È una consolazione sapere che la reminescenza di queste idee brilla nelle mani della gioventù e che sta già dando i suoi frutti. Risuona nel cuore dei volontari delle organizzazioni umanitarie che operano nel Mediterraneo, risuona nell'abbraccio caloroso della giovane Luna sulle coste di Ceuta.
La famiglia Calò ha abbattuto questa barriera separatista che impediva di vedere questa connessione "Prima di criticare bisogna riflettere" dice Antonio, e continua "Il modo per abbattere i muri dell''indifferenza sta nell' incontrare e conoscere le persone direttamente".

Foto: www.pagina12.com

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