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Gli Stati Uniti lavorano a un'altra serie di sanzioni legate al caso Navalny contro la Federazione Russa, esattamente quattro giorni dopo il vertice tra i presidenti Joe Biden e Vladimir Putin. Così riferisce alla CNN il consigliere per la Sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan. Come di regola, in coda a Washington e all’unanimità come sempre, Bruxelles decide di estendere di un ulteriore anno le sanzioni contro la Crimea e Sebastopoli. “Non esattamente il segnale che ci si aspettava dopo il vertice”, ha affermato l'ambasciatore russo negli Stati Uniti, appena rientrato a Washington. 
L’entourage di Putin nel frattempo sta organizzando un summit, questo sì ora al centro del mondo, tra Vladimir Putin e Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese. La data è imminente: il primo luglio, che coincide con il centesimo anniversario della nascita del Partito Comunista Cinese, oppure 16 luglio, il ventesimo anniversario della firma del Trattato di Amicizia Cina - Russia. Dice bene Pepe Escobar, dalle colonne di Asia Times, Putin - Biden è l’antipasto, Putin - Xi è il piatto principale del menù geopolitico targato 2021. 
Il quadro generale che si mostra innanzi agli occhi degli avveduti è ancora una volta, e sempre più fortemente, Eurasia contro Occidente atlantista. Per quanto Washington continuerà a spingere l'Europa - e il Giappone - a separarsi sia dalla Cina che dalla Russia, anche attraverso Mr. Draghi, la Guerra Fredda 2.0 solo su due fronti ha pochissimi acquirenti. 
Simultaneamente Washington prepara la militarizzazione dell’Indo Pacifico, come promesso da Biden nel suo primo discorso dinanzi ala platea del Congresso statunitense al completo. “E’ venuto il momento di concludere la dottrina del pivot to Asia”, come espresso di recente alla Stanford University da Kurt Campbell, l'ex vicesegretario di Stato di Obama per l'Asia orientale e il Pacifico, ora capo degli affari indo-pacifici del Consiglio di sicurezza nazionale. 
Ma non basta perché parallelamente, uno stretto alleato di Khamenei, Raisi, potrebbe complicare ulteriormente le relazioni tese tra Teheran e Washington durante il suo mandato di quattro anni. L'ex capo della giustizia iraniana, ora eletto nuovo presidente, è stato preso di mira dalle sanzioni statunitensi nel 2019, a causa del suo presunto coinvolgimento nell'esecuzione di prigionieri politici negli anni '80, nonché nella repressione dei disordini civili alla fine degli anni 2000. Ma non tutto può essere analizzato esclusivamente con la lente dei diritti umani consacrati e riconosciuti solo nell’opulento Occidente. 
Ora, in tempi di transizione, è necessario un caleidoscopio per leggere nitidamente i grandi passi della Storia, che non può più essere decisa in un unico posto al mondo, per ragioni demografiche, culturali, energetiche, politiche, o meglio per la forza dello spirito dei popoli - come ben sapeva Giulietto Chiesa -, indeboliti dal consumismo in alcune parti, umilmente rafforzati dal disprezzo subito negli anni altrove. 
Ebrahin Raisi ha vinto le elezioni presidenziali iraniane con quasi 30 milioni di voti seppure con meno del 50% dell’elettorato presente ai seggi. Ma non per questo è meno forte tra il popolo, che sa che le sue posizioni sono indistinguibili da quelle della Guida Suprema Khamenei, che la crisi economica è forte, a causa delle sanzioni, e che la rete elettrica potrebbe non reggere più per l’attuale forte siccità. Ebrahim Raisi, uomo vicino alle Guardie delle Rivoluzione, che non dimenticano lo sprezzante omicidio del generale Qassam Soleimani, potrebbe essere l’uomo che allontana definitivamente l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica dal Paese, semplicemente perché le dighe sono vuote e i vassalli ora hanno deciso di essere nuovamente sovrani. 
Russia, Cina, Iran - Israele permettendo - colpiscono oggi l’unilateralismo e la dottrina del consensus washingtoniano con gli stessi colpi con cui è crollato il muro di Berlino nel 1989. Una nuova era ci attende, ma prima dobbiamo superare la transizione, tra virus, reali o cibernetici che siano.

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