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Quattro di loro sono stati condannati per la prima volta, dopo decenni di completa impunità

Sette ex militari sono stati condannati al carcere per torture, privazione di libertà ed abuso di autorità contro circa 30 persone nel centro clandestino '300 Carlos', che operava in Uruguay nel periodo della dittatura. Un’indagine che ha impiegato anni per dare i suoi frutti, ma che contribuisce a rompere il silenzio e tanti anni di impunità, che i patti sono riusciti a mantenere.
Il giudice Silvia Urioste ha condannato al carcere Mario Aguerrondo, Manuel Cola, Carlos Frachelle e Raúl Sioscia - che sconteranno per la prima volta una condanna per crimini di lesa umanità -; e anche Jorge 'Pajarito' Silveira, Ernesto Ramas e José 'Nino' Gavazzo (in foto), che già stavano scontando una precedente condanna. L’ordinanza carceraria pesava sui repressori da luglio 2018.
Al momento di prestare dichiarazione, Ernesto Ramas si è rifiutato di parlare, e José Gavazzo non si è presentato perché, come ha spiegato il suo avvocato, era ricoverato all'Ospedale Militare dal 14 maggio. C’era un'ottava persona che doveva rispondere davanti alla Giustizia, ma è deceduta durante il processo.
Brenda Falero, una delle vittime della repressione detenuta nel Battaglione 13 tra il 1972 e il 1974, presentò denuncia nell’ottobre del 2011. Ci sono voluti “10 anni, quattro giudici ed altrettanti pubblici ministeri, per arrivare ad una sentenza", ha dichiarato ai media locali, sottolineando che "c’erano tutte le prove” a disposizione della Giustizia, e ha aggiunto “l’essenziale è fatto, siamo arrivati a concludere questa prima denuncia". "Non finisce qui, continua perché ci sono altre cause aperte".
Il pubblico ministero Specializzato in Crimini di Lesa Umanità, Ricardo Perciballe, aveva presentato 13 istanze di detenzione carceraria a carico di circa 50 criminali, colpevoli di crimini di lesa umanità nel periodo della dittatura uruguaiana. Tra queste, continuano ad andare avanti le indagini sul sequestro in Brasile di Universindo Rodríguez, Lilián Celiberti ed i loro figli Camilo e Francesca; l'assassinio di Hugo de los Santos in quella che oggi è la prigione di Domingo Arena, ma che precedentemente era centro clandestino di torture; il sequestro di Anatole e Victoria Julien … tra le altre.

Memorie dell'orrore
“C’era una stanza dove c’era il ‘tacho’ (vasca) per sottoporti al ‘submarino’* (sottomarino) ed un'altra che aveva il cavalletto, la ‘picana’ (pungolo elettrico) e tutto il resto. All’inizio non mi chiedevano niente, era solo tortura. Quando non sopportavi più ti colpivano nello stomaco e ti mettevano di nuovo nel ‘tacho’, finché svenivi, dopo ti lasciavano al primo piano su un materasso pieno di sangue". Il ricordo delle torture che Carlos Lamarcha ha ricevuto durante i 26 giorni di detenzione al ‘300 Carlos’, rimane ancora impresso nella sua memoria. Ha raccontato a La Diaria: "E' difficile spiegare quello che provi quando entri in un posto così, sentivi le grida di gente che stavano torturando, grida di persone che stavano vivendo un periodo di follia, donne che gridavano e tre o quattro altoparlanti a tutto volume. L'odore che ti penetrava, di urina, di materia fecale, sudore, già quello era impattante”. Le sensazioni si intensificavano per il fatto di avere la vista bloccata da un largo nastro sugli occhi ed un cappuccio in testa, che non gli permetteva di vedere cosa stava succedendo attorno a loro.
Come altri carcerati, Lamarcha era numerato. “A partire da ora il tuo nome è 87'”, ha ricordato. Attraverso un altoparlante, i torturatori comunicavano di chi era il turno dell'orrore: "Dicevano 'portami il numero tale' e tu sapevi che in qualunque momento avrebbero detto il tuo numero". La sala di torture si trovava al secondo piano, e tutto quello che succedeva si sentiva nell’altoparlante, aumentando il terrore dei carcerati che sapevano che il prossimo poteva essere chiunque di loro.
"Una cosa molto sinistra era che alle persone che crollavano, gli mettevano il microfono e tu cominciavi ad ascoltare nomi e nomi… era come una macchina di distruzione", ha raccontato. "Alcuni compagni si toglievano la benda e dicevano 'andiamo compagni, lottiamo contro queste bestie', e li massacravano”.
A questo punto del racconto, la giornalista che descrive queste immagini, si identifica con la donna, con la madre, con la sorella, con la figlia… con l'essere umano che vive l’orrore senza limite, tristezza ed incredulità di fronte a tanta brutalità. Com’è possibile difendere uomini che hanno distrutto altri uomini? Come può un incarico, un posto di lavoro, un gruppo di potere, esimere qualcuno da queste atrocità? A chi risponde veramente la Giustizia, se gente come questa viene processata dopo decenni, e quelli che stanno scontando la pena si trovano in un carcere con tutti i privilegi come appunto il carcere di Domingo Arena, o nel loro domicilio? Chiedo scusa, ma il giornalismo di informazione puro e vero perde credibilità quando l'umanità è in gioco, e la riflessione si impone al senso comune.

300 Carlos, e risposte che cercano giustizia
Le indagini legate a crimini commessi al 300 Carlos continuano. Il giudice Urioste sta indagando sul caso del medico Ramón Rodríguez de Armas - conosciuto come 'Oscar 5' all’interno dell'Organo Coordinatore di Operazioni Antisovversive (OCOA) -, che l'ufficiale della Forza Aerea, FAU, Bernabé Saralegui avrebbe visto diverse volte.
Il repressore Gavazzo ha confessato a marzo di quest’anno che era stato al 300 Carlos. Questa dichiarazione è stata acquisita nell’ambito di un'altra denuncia penale, questa volta del giornalista Rodolfo Porley, sottoposto a torture in detto centro.
300 Carlos, o Inferno Grande, funzionò come centro di torture tra 1975 e 1977, sotto il comando dell'OCOA, dove attualmente si trova la struttura del Battaglione di Fanteria N°13. Oltre 130 dichiarazioni indicano che ci furono diverse sepolture; a giugno del 2005 furono trovati i resti di Fernando Miranda e successivamente quelli di Eduardo Bleier, nell’agosto del 2019. Si sa che in questo posto sparirono Elena Quinteros, Julio Escudero, Julio Correa, Juan Manuel Brieba, Carlos Arévalo ed Otermín Montes de Oca.
Un inferno che desideriamo sia chiuso per sempre, il giorno che finalmente avrà fine l'impunità, ed i colpevoli renderanno conto davanti alla Giustizia. Affinché mai più, sia realmente mai più.
*Submarino: costituito da un secchio pieno di escrementi nel quale si immergeva la testa del detenuto
(5 Giugno 2021)

Foto di copertina: www.laizquierdadiario.com/Martha Passeggi

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