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Intanto il presidente López Obrador continua con il suo piano "più abbracci, meno pallottole"

Un'ondata di omicidi politici ha scosso l'attuale stagione della campagna elettorale Messicana che si sta svolgendo in questi giorni in un Paese già devastato dalla criminalità organizzata.
Oggi lo Stato Messicano sta affrontando le elezioni più vaste e più violente della sua storia contemporanea e i numeri sono elevatissimi: 500 deputati, 15 governatori, circa 20mila amministratori, 30 parlamenti locali e 1.900 consigli comunali e vari sindaci da eleggere.
Il dato preoccupante è il numero di violenze consumate a danno delle personalità politiche. A Settembre dello scorso anno, da quando è iniziato il processo elettorale, e la fine di maggio, ci sono stati 89 omicidi di politici in Messico e 782 crimini commessi contro di loro. I dati sono stati riportati da una società di gestione del rischio, la Etellekt. Inoltre trentacinque delle persone uccise erano candidati in corsa per le prossime elezioni.
L'ultimo a cadere vittima della violenza dei cartelli della droga è stato René Tovar, candidato sindaco della città di Cazones de Herrera, nello Stato messicano di Veracruz. A renderlo noto è stato il suo partito, Movimiento Ciudadano, che ha chiesto al governo di "garantire la sicurezza e la vita dei cittadini".
Lo scorso 25 maggio invece un'altra candidata sindaco dello stesso partito, Alma Barragan, era stata assassinata a colpi d'arma da fuoco nella città di Moroleon nel Guanajuato durante un comizio pubblicizzato dalla stessa politica con una diretta Facebook. Stessa sorte anche per Abel Murrieta, candidato sindaco della città di Cajeme (stato di Sonora) ed ex procuratore di stato, ucciso in pieno giorno il 13 maggio mentre distribuiva volantini elettorali.
E poi ancora, il giorno seguente, José Alberto Alonso Gutiérrez, candidato a sindaco della città balneare di Acapulco, è sopravvissuto a malapena a un attacco armato.
Ma nonostante le sue dimensioni e i drammatici eventi queste elezioni riguardano per molti aspetti un solo uomo: Andrés Manuel López Obrador.
L'attuale presidente è salito al potere promettendo una linea abbastanza controversa: "più abbracci e meno pallottole". Questo programma politico avrebbe dovuto minare le basi del crimine organizzato, incentivando la creazione di posti di lavoro e l'istruzione ma fino ad ora non è ancora riuscito a frenare la violenza armata in Messico.
"Il Paese è in pace. Viene governato. Non ci sono rischi di instabilità. Ma stiamo affrontando il flagello della violenza ogni giorno", ha detto martedì López Obrador.
L'ex segretario alla salute Juan Ramón de la Fuente, in riferimento alla violenza armata, ha snocciolato dei numeri che smentiscono clamorosamente le dichiarazioni fatte dal presidente Lòpez: 10.579 omicidi nei primi quattro mesi del 2018 (prima che Obrador entrasse in carica), poi 11.307 nel 2019 e infine, 11.736 omicidi tra Gennaio e aprile del 2020.
Più volte l'attuale presidente si è scagliato contro la magistratura, i funzionari elettorali indipendenti, la banca centrale e la stampa libera ed è da molti considerato un presidente non adatto a gestire la situazione e gonfiato dalla propaganda mediatica.
Eppure il presidente e il suo partito rimangono enormemente popolari. Secondo un sondaggio il tasso di approvazione di López Obrador si assesta al 61 percento.
Tornando ai primati di questa tornata elettorale, quello politico per ora è il record di partecipazione delle donne: sarà la prima volta infatti che ci sarà parità di genere tra i candidati, frutto della riforma costituzionale del 2019. Domani nove Stati potrebbero svegliarsi governati da donne.

Foto © Eneas De Troya

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