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Sono serviti esattamente 500 anni e due genocidi colonialisti e razziali, di cui uno tuttora persistente in tutto il continente latino-americano, al governo messicano per porgere ufficialmente le sue scuse al popolo indigeno Maya, per i torti commessi contro di loro dopo la conquista spagnola. Il “mea culpa” è stato annunciato lunedì 3 maggio su iniziativa del presidente Andrés Manuel López Obrador (in foto) e dell’omonimo guatemalteco Alejandro Giammattei, nel comune di Felipe Carrillo Puerto, nello Stato di Quintana Roo. "Ci scusiamo con il popolo Maya per i terribili abusi commessi da individui e potenze nazionali e straniere durante la conquista, i tre secoli di dominio coloniale e i due secoli di Messico indipendente", ha dichiarato López Obrador facendo riferimento in particolar modo alla Guerra delle caste avvenuta nel XIX secolo. Durante la ricorrenza, inoltre, il governo messicano ha riconosciuto la reale problematica di razzismo e discriminazione che la comunità Maya soffre ancora oggi a due secoli dall’indipendenza del Paese.
La Guerra delle Caste ebbe inizio con la rivolta del popolo Maya nella penisola dello Yucatan contro la popolazione di discendenza europea, (Yucatecos) che da svariato tempo possedeva un’egemonia totale, politica ed economica della regione. La penisola dello Yucatan fu teatro di numerosi scontri ed incursioni da ambedue le parti e tale situazione durò fino a quando nel 1850 il Regno Unito riconobbe lo stato Maya considerando la rilevanza dei suoi commerci con l’Honduras britannico (oggi Belize). Tutto cambiò quando, alla fine del XIX secolo, ci fu un ribaltamento nella politica della Gran Bretagna, che portò a sempre più crescenti investimenti nel territorio messicano. Nel 1893, fu firmato un trattato con il governo nazionale, riconoscendone il pieno controllo di tutto lo Yucatan, aprendo così le colonie inglesi ai commerci con Chan Santa Cruz, la capitale dei Maya. La guerra terminò ufficialmente nel 1901, quando l’esercito messicano occupò Chan Santa Cruz e sottomise la zona circostante. Nel corso della celebrazione, Lopez Obrador si è anche espresso sulla questione del Treno Maya, un progetto che fin dall'inizio è stato oggetto di critiche e denunce da parte di svariati attivisti sociali e leader indigeni del territorio. Infatti, quest’ultimo, motivo di vanto del presidente messicano, è stato spacciato come una delle più grandi realizzazioni nell’ambito del turismo sostenibile. In realtà altro non è che un investimento dannoso per l’ecosistema locale. La suddetta realizzazione dovrebbe viaggiare su una linea ferroviaria di oltre 1000 chilometri, mettendo così in comunicazione i cinque stati sud-orientali del Campeche, Yucatan, Quintana Roo, Chiapas e Tabasco, e formando in questo modo un percorso che possa attrarre i turisti che si riversano su Cancun e altre città costiere con le loro ricchezze, all’interno della penisola dello Yucatan (nella quale vi sono alcuni fra gli stati più poveri del paese). Insomma, sulla carta, il Treno Maya segnerebbe una svolta netta (in positivo) in tutta la penisola dello Yucatan, se non fosse per il fatto che, come da tempo denunciano e affermano attivisti sociali e leader indigeni, l’imponente ammasso di acciaio comporterebbe la distruzione di migliaia di ettari e soprattutto di una delle foreste pluviali più importanti delle Americhe, dopo l’Amazzonia; ovvero la riserva della biosfera di Calakmul della giungla Maya di Calakmul che, oltre ad essere un punto focale per la biodiversità, ospita un patrimonio archeologico, cioè l’antica città Maya di Calakmul. Facendo riferimento ad un rapporto presentato dal Fondo Nazionale per la Promozione del Turismo si evince che circa il 26% del territorio interessato per la costruzione della rete ferroviaria fa proprio parte della giungla Maya. Ciò implicherebbe l’abbattimento di oltre 10.000 alberi in un’area che è già stata ed è tuttora soggetta a deforestazioni di massa. Come colpo di grazia al cuore ambientale il treno sarà alimentato a gasolio, un combustibile fossile altamente dannoso per la natura. Purtroppo, l’impellente deforestazione dei cosiddetti “polmoni verdi” non trova sosta in varie parti del mondo, poiché questi progetti di natura capitalistica sembrano essere diventati una prassi nei territori di tutto il Sud America. Su questa linea è stata l’affermazione del presidente brasiliano Jair Bolsonaro, che ha definito la foresta Amazzonica come “una risorsa economica da sfruttare”. Ebbene, all’interno di queste risorse economiche da sfruttare vi risiedono numerose comunità indigene, che basano la loro sopravvivenza sulla corretta vita di questi ecosistemi. Nascono, crescono, si nutrono, e si battono per i “loro territori”, che quotidianamente vengono minacciati dalle multinazionali di turno. E, se pensiamo che questa sia una vicenda distante migliaia e migliaia di chilometri, ci sbagliamo. Senza guardare troppo lontano dal nostro recinto, molte di queste multinazionali le abbiamo proprio sotto i nostri occhi, le vediamo ogni giorno, e consumandone i prodotti noi stessi ne finanziamo l’operato di morte e devastazione nei territori latinoamericani. Detto ciò, di fronte a questa complessa macchina consumistica, colonizzatrice e capitalista di distruzione che non guarda in faccia né a uomini, né a donne, né a bambini, delle semplici scuse non bastano a pulire il sangue di centinaia di migliaia di indigeni uccisi in nome del progresso. Non bastano a far dimenticare le migliaia di attivisti sociali e leader indigeni brutalmente assassinati con la complicità dello Stato di turno che, nella maggior parte dei casi, opera per garantire l’impunità ai responsabili di tali delitti. Le parole di pentimento del governo messicano devono essere l’inizio di un moto a favore della vita e acquisiranno senso solo se seguite da azioni concrete che andranno ad incidere radicalmente sull’attuale trattamento che spetta a questi territori e alle minoranze che vi abitano. Non dimentichiamoci infatti che oggi, come 500 anni fa, la causa di tanta sofferenza e povertà porta un solo nome: neo-colonialismo.

Foto © "Andrés Manuel López Obrador, Presidente Legítimo de México" by Alejandro Castro is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

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