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Brutale operazione della polizia nella favela Jacarezinho di Rio de Janeiro; gravi violazioni dei diritti umani

Non sono una novità le frequenti sparatorie nelle favelas di Rio de Janeiro tra poliziotti ed elementi del sottomondo del narcotraffico. Non è una novità che gli abitanti delle favelas siano abituati a questa drammatica convivenza. Non è una novità che in tutto il mondo quella per niente desiderabile realtà di vita, sia considerata una caratteristica dell'urbe carioca. Non è neanche una novità che la brutalità della polizia sia sempre presente nei loro interventi. Ma quello che ci è difficile da capire, pur consapevoli che tali tristi situazioni sono ormai abituali in quelle zone, è che la brutalità della polizia non ha limiti: ci sono già stati in precedenza massacri ad opera degli agenti. Recentemente la società brasiliana, quella di Rio de Janeiro, ha vissuto un'azione di polizia che ha lasciato un saldo di morti e di feriti sconvolgente: 25 morti e cinque persone ferite, due delle quali viaggiavano nei vagoni della metro. La notizia ha subito fatto il giro della città e di tutto il paese, suscitando indignazione e condanna, perché ancora una volta (l’ennesima), le forze di polizia hanno dimostrato che non solo usano la forza bruta nel compimento del loro dovere, ma le attribuiscono una caratteristica propria delle forze repressive di tutti i paesi del mondo: l'abuso più assoluto e rigoroso nell'esercizio della loro funzione. Incentivata da chi è sopra di loro, cioè dai propri superiori nella catena di comando e dai capi politici, anche loro nella catena di comando. È infatti il potere politico a mettere i puntini sulle i; per meglio dire, impone ordini, si serve di loro e li corrompe. Lasciano loro la strada aperta (a loro che rappresentano la legge e l’ordine) per coprirli e giustificarli. In questo modo ogni funzionario, se vuole mantenere il proprio lavoro, deve seguire questa linea ed essere fedele a questo concetto ideologico, quello del più assoluto autoritarismo. Un funzionario di polizia che, nello svolgimento quotidiano del suo dovere, si separa dalla sensibilità e da quei protocolli che la sua funzione richiede. In modo naturale inevitabilmente inizia ad abbracciare, senza rendersi conto (salvo in quelle tristi eccezioni quando alcune persone entrano già nell'istituzione con attitudini di assassino perfettamente definite), un istinto criminale (frutto della forza e della sicurezza emozionale che gli dà indossare una uniforme, e portare armi) che alimenta giorno dopo giorno, sempre più convinto che quella brutalità e quell'eccesso, nella pratica, facciano parte della sua funzione di “buona polizia”.

Quei "buoni poliziotti" che colpiscono fino a spaccare teste e rompere gambe e braccia, e che sparano sulle persone in mezzo ad una protesta (come è accaduto in Colombia, attualmente, per fare uno dei tanti esempi sparsi nel mondo intero), o quando intervengono in quartieri popolari, dove “sicuramente tutti sono delinquenti,” - il che non è vero - precipitando progressivamente in caduta libera verso l'abisso della criminalità del terrorismo di Stato, consapevoli o no. Gli eccessi di violenza commessi dai poliziotti implicano trasgressioni alle norme penali, ai protocolli interni dell'istituzione che rappresentano; ma quel che è peggio è che le trasgressioni commesse (trattandosi di rappresentanti della Legge che indossano un uniforme, che li lega al potere politico istituzionalmente,) attentano contro la vita umana e violano i diritti umani. E ancora più grave, agiscono impunemente, consapevoli di rimanere impuniti e, come minimo, protetti dai loro superiori, a patto che questi non siano inquinati dalla "ferrea legalità". Quei "buoni poliziotti" si immergono quindi in una spirale di autodistruzione che un giorno li metterà alle strette oppure, al contrario, li catapulterà alla popolarità e la fama, sempre e quando i potenti di turno del sistema politico non se ne lavino le mani. Un esempio evidente e mediatico di questo genere di situazione lo abbiamo visto non molto tempo fa con un poliziotto argentino di cognome Chocobar il quale, a Buenos Aires, inseguendo due giovani dopo una rapina, sparò alla schiena uccidendo uno di loro. Dopo si è saputo che il morto era disarmato e che la Giustizia mirava a imputare il funzionario per abuso delle sue funzioni ed omicidio pluriaggravato; ma a suscitare indignazione è stato il fatto che anche quando le indagini erano in corso, ovvero era imminente il procedimento penale, dal vertice stesso del Potere Esecutivo argentino, cioè dalla Casa Rosada, il poliziotto ricevette lodi e sostegno per essere stato "un buon poliziotto". Il presidente della nazione argentina Mauricio Macri ed il suo Ministro della Sicurezza Patricia Bullrich, invitarono alla casa presidenziale l'agente Chocobar, per congratularsi con lui pubblicamente. La stampa fu convocata per fare foto dell'incontro. Un messaggio preciso e subliminale alla forza di polizia argentina, che stava ad indicare che sicuramente i prossimi funzionari che adotteranno un uguale comportamento, sarebbero sicuri candidati a visitare la Casa Rosada: un riconoscimento a pompa magna. Il fatto viene interpretato in tutti i paesi del mondo, come la più sfacciata applicazione della cultura dell'impunità, propria delle ideologie di netto taglio fascista. Ed è questo precisamente quello che sta succedendo in Brasile, ed in altri paesi dell'America Latina dove il fascismo è la colonna vertebrale delle forze di sicurezza ed uno dei volti più visibili del sistema politico, che si mostra negli stati di polizia. È successo in Bolivia, con il colpo di Stato che abbattè Evo Morales. Succede ora in Colombia, in Cile, in Paraguay e purtroppo continua a succedere in Argentina (dopo Macri). Dopo il massacro della favela Jacarezinho a Rio de Janeiro, il giudizio sulla condotta delle forze di polizia continua a essere negativo al massimo. Le "autorità" continuano ad agire brutalmente, come fossero cavalli impazziti. Continuano ad imporsi impunemente, senza rispettare la vita altrui, solo perché indossano una uniforme. I fatti risalgono allo scorso 6 maggio nella zona nord di Rio de Janeiro. Le notizie raccontano che i vicini si sono svegliati in mezzo agli spari e i tipici rumori della guerra. Qualcosa fuori dal normale. Durante la sparatoria, secondo numerosi testimoni, i poliziotti non hanno risparmiato l'uso delle loro armi regolamentari, sparando contro ogni cosa sui loro passi. Fonti ufficiali hanno riferito che si è trattato di una retata contro narcotrafficanti, ma in realtà è stato un massacro, che ha lasciato il saldo terribile di 25 civili morti, perché i funzionari entravano nelle case buttando giù porte e sparando a tutti senza alcun riguardo. Sparavano dappertutto. Dopo hanno caricato i corpi in carri blindati per non lasciare tracce, né agli investigatori della Procura, né ai medici forensi. L'attacco, è stato detto, ha preso di mira abitazioni umili occupate nella sua maggioranza da persone di colore. Ma hanno sparato non solo nelle case delle favelas, ma i poliziotti hanno effettuato incursioni nei paraggi, anche dentro i vagoni del metro, ferendo cinque persone.

"È stato un massacro" hanno dichiarato numerosi testimoni alla stampa locale e internazionale. E lo hanno ripetuto agli operatori di Giustizia che sono riusciti a parlare con persone sopravvissute alla sparatoria, fuggendo quasi strisciando per terra, per non essere raggiunti dai proiettili. Un dato non minore è che già precedentemente il Supremo Tribunale Federale aveva proibito categoricamente la messa in atto di operazioni massive di elevata complessità, precisamente per i rischi di abusi connessi allo svolgimento dell’operazione in sé. Gli interventi dovevano essere debitamente autorizzati e monitorati dalla Procura. Sono state rispettate le disposizioni del Supremo Tribunale Federale? Tutto sta ad indicare di no. C’è il governatore (bolsonarista) dietro tale azione? Guardando indietro, non possiamo dimenticare, come anticamera di questo nuovo episodio, altri avvenuti negli anni 1993 e 2005. Nel ‘93, ci fu il massacro di Vigarío Geral dove morirono 21 persone; a seguire il massacro di Vila Vintém, dove una disputa per il traffico di droga lasciò un saldo di 19 morti. Nel 2005, si registrò un altro massacro nella zona di Baixada che lasciò un saldo di 29 persone morte. Sul massacro di Jacaresinho la Coordinatrice della Red de Observatorios de Seguridad Pública, Silvia Ramos, ha detto: "La Polizia Civile, quella che dovrebbe usare intelligenza e pianificazione, è stata l'autrice di questo massacro ammazzando oltre 20 persone durante un’operazione. Un'azione disastrosa portata a termine con l'obiettivo di disarticolare bande di giovani che assaltavano i treni, ma che si è trasformata in un'operazione di vendetta, un’operazione massacro. Chi sono i morti dell'operazione nella favela? I giovani di colore”. Nella nostra redazione nascono dentro me le domande. Domande che esprimo così, domande per puntare il dito, senza titubare, contro un sistema oppressore, razzista e fascista. Abuso di funzioni per l'abuso in sé o razzismo puro? Il fascismo che impera con i suoi addetti di sempre, cioè le forze di polizia? Forze che operano come braccio destro di un'ideologia nefasta? Mi stridono i denti nel dover accettare che il razzismo ed il fascismo siano state le muse ispiratrici di tutti ed ognuno dei bulli in uniforme al momento di sparare e falciare vite umane, a Jacarezinho. Razzismo e fascismo uniti, come sempre, nella storia dell'umanità. Il Brasile non poteva essere l'eccezione con il suo governante di turno: Jair Bolsonaro. Gli abitanti della favela Jacarezihno non dimenticheranno il massacro. Noi neanche, perché il fatto di non essere stati lì, non significa non essere sensibili verso le famiglie dei morti, anzi, ci spinge a denunciare e condannare i responsabili. Quelli materiali e quelli intellettuali. Che sono sempre lì, adagiati nelle poltrone del potere politico, pronti a distribuire indulgenze ed impunità. E si ricorderanno dei morti e delle loro famiglie questi spietati? Assolutamente no, perché morti, feriti e famiglie in lutto per loro sono cifre, parole e nient'altro che ‘favelados’ che ostacolano il loro intervento o nascondendo delinquenti. Orrori dei nostri giorni! Vedere quel paese con governanti, politici e poliziotti che hanno questi pensieri e queste idee, che sono via libera per falciare vite.

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