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Il 7 maggio manifestazione globale per il popolo della Colombia, è il minimo che possiamo fare

Perché brucia la Colombia, i nostri occhi si riempiono di lacrime, perché proviamo rabbia, perché sentiamo impotenza, e soprattutto perché abbiamo sete di giustizia. Ma loro, le persone picchiate, colpiti dai proiettili, nelle strade delle città della Colombia, alcuni muoiono ed altri sopravvivono con i loro corpi mutilati e con i loro occhi vuoti. Ma altri sono spariti. Proprio scomparsi, alla vista di migliaia di occhi. Perché le bestie della repressione che indossano l’uniforme di morte e che si vantano della loro veste, difendendo criminali in giacca e cravatta, seduti nelle comode poltrone delle istituzioni democratiche di un paese che è oggi un calderone, non abbassano il profilo delle loro violenze: armi lunghe, armi corte, elicotteri che sparano dall’alto e, soprattutto, ferocia nei loro movimenti, quando corrono, quando assalgono.
Gli assalti contro una società che si sta sgretolando, perché la sua protesta che d'altra parte è giusta ed inevitabile, se le ritorce contro. Sta diventando storia e emblema in una America Latina dissanguata dall'azione nefasta di chi ha la padella dal manico. Poco importa loro il destino dei loro popoli, perché sono annebbiate dall’egoismo e dall’individualismo criminale del veleno capitalista che scorre nelle loro vene, perché difendono senza valutare le conseguenze, tutelando i propri interessi ed un solo valore: il valore assoluto del denaro. Tutelando inoltre, una qualità di super vita (calpestando chi soffre privazioni e persecuzioni, e adesso ricevono anche colpi e piombo a tonnellate), non curandosi di chi vive quasi in condizioni "disumane", come se la "gente" del popolo fosse zavorra che ostacola e disturba la bolla di oro e argento, nella quale si trovano tutti ed ognuno di quelli che impartiscono ordini, fomentano ed occultano le repressioni. C’è però un dettaglio che inorridisce, che a brandire manganelli ed armi, indossando l’uniforme, sono anche loro "popolo", trasformati in sicari dei potenti di turno.
I morti sono già oltre 31, e le cifre tendono a salire. Ora dopo ora, il malcontento sociale si appropria delle strade, e sono i giovani ad affrontare i proiettili e a rispondere ai militari in uniforme i quali, sicuri della loro impunità, attaccano e sparano con le loro armi di regolamento. E non sono proiettili di gomma quelli che usano. Sono di piombo. Usano gas lacrimogeni ed ogni tipo di veicolo per tirarsi fuori di in mezzo ai rivoltosi. Quelli che provocano le rivolte, gli disadattati che scendono in strada e che per “sport” lanciano contro di loro pietre e bottiglie e li insultano fortemente.
La causa (l'origine), di queste scene surreali e, in qualche occasione (diranno gli spettatori sprovveduti), "che attentano contro la sensibilità” sono le misure -essenzialmente economiche- implementate da un'amministrazione governativa cinica e criminale che cerca schiacciare i settori popolari, per salvaguardare interessi del capitale finanziario locale, regionale e mondiale.
Un paese di 50 milioni di abitanti, con un indice di povertà del 42% nel 2020, non è garanzia di pacificazione, è garanzia di lotta sociale. Una lotta sociale che è stata sempre criminalizzata, da file governative, e che si è fortificata negli ultimi tempi, essendo ormai insostenibile tollerare tanti abusi. Una lotta sociale le cui fondamenta vanno trovate in quei temi non debitamente soddisfatti, riguardanti la salute, l'educazione, l'abitazione, il lavoro e la richiesta di trasparenza nella lotta contro la corruzione. Problematiche che hanno trovato una sempre maggiore insensibilità da parte del governo guidato da Duque che ha superato ogni limite approvando la riforma tributaria. Lo squilibrio fiscale non influenza le classi sociali alte, né il settore degli imprenditori, ma strangola la vita dei lavoratori salariati e degli studenti, e, se ciò non bastasse, fa che la fame si diffonda in ogni angolo del suolo colombiano. Duque, sicuramente sotto la pressione popolare, ha fatto retromarcia, ma il malessere sociale non è diminuito, tutto il contrario, si è rafforzato molto di più.
"Sciopero Nazionale" è l'espressione che si sente gridare in Colombia, come simbolo di una lotta che cresce attimo dopo attimo, come numero di partecipanti ed aderenti. Perché le morti dei cittadini e cittadine, le sparizioni forzate, gli estremi abusi da parte della polizia e dei militari verificatesi nelle strade e nelle piazze di tutto il territorio colombiano, hanno sensibilizzato profondamente la regione e il mondo intero.
Ma, purtroppo, ciò non significa che tutti abbraccino quella lotta e che la comunità internazionale estenda il suo braccio in favore dei familiari dei morti, delle persone picchiate e scomparse. Non significa neppure, purtroppo, che le figure del governo colombiano facciano sentire la loro voce di ripudio e di protesta, di fronte a tanto massacro, né negli uffici del presidente Iván Duque (nella Casa di Narino), e nemmeno nel Congresso. Perché nel mondo, ci sono indifferenti ed insensibili, ma ci sono anche, e forse sia questa la cosa più grave, i disinformati, perché i grandi mezzi di comunicazione non sono indipendenti, dicono mezze verità e non vanno fino in fondo. Sono compiacenti, e, alla lunga, complici.
È chiaro per noi e per il mondo intero che Iván Duque e chi sostiene le sue gesta criminali, non stanno alzando un dito per mettere pace; al contrario, alzano il pollice in segno di approvazione affinché i membri dell'apparato repressore, poliziotti e militari, irrompano con le loro armi, aprendo fuoco, sui manifestanti, non importa loro né il sesso né l’età; perché secondo le loro arringhe filogovernative, i manifestanti sono saccheggiatori, approfittatori e malviventi che disonorano con le loro proteste la buona immagine del governo fascista, che loro rappresentano insieme ai loro sostenitori. I supporters di una solida e crudele struttura di base neoliberale, applicata rigorosamente, così come in tempi passati. Tempi passati che videro la nascita delle guerriglie e dei movimenti contadini, con i loro leader a attivisti che, decennio dopo decennio, hanno inondato di proteste e sacrificate mobilitazioni, monti, foreste e città. Ci sono voluti circa cinquanta anni per arrivare a degli accordi per la smobilitazione ed il disarmo.
Ma la Colombia non si è rappacificata, perché i governanti non hanno considerato né accordi né disarmo. Hanno ignorato qualsiasi possibile strada pacificatrice, lasciandosi dietro le belle parole, e passare ai fatti. I fatti propri del fascismo consolidato nelle poltrone e sistemati in edifici carenti di sensibilità democratiche. I fatti, propri di personaggi sinistri, eccessivamente arbitrari e con istinti assassini. Quelli istinti assassini che oggi hanno scatenato temporali inenarrabili assumendo il volto di un massacro. Un massacro terribile.
Duque grida attraverso la gran stampa che dietro le manifestazioni che hanno lasciato già un saldo di oltre 800 feriti, c’è la mafia del narcotraffico ed il terrorismo urbano, ed un studente, uno dei tanto che sono nelle strade, di nome Héctor Cuinemi, afferma al giornalismo: "Fa male la negligenza di un governo che è sordo, che preferisce inviare la forza pubblica invece di aiutare la gente, preferisce aiutare le banche e le grandi imprese”.
Progressivamente abitanti di città come Bogotà, Barranquilla, Bucaramanga, Cali e Pasto, nella regione meridionale della Colombia, tra altre, si stanno unendo alle manifestazioni. Ed il denominatore comune è il sangue dei caduti che hanno tinto strade e marciapiedi. Il denominatore comune sono gli assalti dei repressori. La paura, il coraggio vanno alla pari e non diminuiscono l'intensità delle resistenze. Migliaia sono i cellulari che catturano immagini dell’orrore. Immagini che diventano virali quasi immediatamente. Immagini che dimostrano fin dove si può spingere il terrorismo di Stato.
Secondo Iván Duque, bisogna appoggiare la forza pubblica che è "vittima dell'ira dei manifestanti". Portavoci dell'Unione Europea e delle Nazioni Unite, ipocritamente o no, hanno condannato la repressione dello Stato colombiano dichiarandosi "allarmata" dagli avvenimenti. Da Amnesty International sono stati più incisivi, le autorità colombiane devono "investigare celermente e di forma indipendente ed imparziale tutte le denunce di uso eccessivo e non necessario della forza contro manifestanti". A sua volta Reporter Senza Frontiere ha denunciato la bellezza di 76 aggressioni contro giornalisti da parte delle forze di sicurezza.
Il 7 maggio, a livello mondiale, è convocata una manifestazione di fronte alle ambasciate e consolati della Colombia, per lo smantellamento dell'ESMAD e contro la repressione del popolo colombiano.
Un annuncio che è una convocazione. Una convocazione che lanciamo anche noi di Antimafia Dos Mil al mondo. Affinché il clamore per la giustizia globale sia una costante, e penetri nella coscienza dei governanti, e di chi, fuori dalla loro terra, rappresentano Duque nelle sedi diplomatiche dell'America Latina e del mondo. Che assumano le loro responsabilità morali di fronte a tanto oltraggio.
Colombiani che risiedono in terre straniere e non colombiani, dovranno unirsi in uno stesso obiettivo. Uniti sotto la ferma necessità di appoggiare e denunciare il governo fascista di Iván Duque. Giovani e non tanto giovani dovranno unirsi in una stessa lotta, una stessa causa.
Tra i diversi inviti di adesione giunti al nostro tavolo di lavoro, troviamo uno che consideriamo emblematico dei popoli originari: un messaggio di sostegno al popolo colombiano di Moira Millán, la weychafen della comunità Pillán Mahuiza di Chubut Puelmapu, Argentina.
"Oggi si sta massacrando al paese della Colombia. Questo assassinio in massa contro un degno paese che reclama giustizia assolo sta essendo possibile con la complicità silenziosa di tutti i governi del mondo. Da là ci chiedono che il 7 maggio, i paesi del mondo rompiamo il silenzio, esigiamo giustizia, in ogni ambasciata, in ogni consolato colombiano. Che Iván Duque, quello parricida, quell'assassino, possa essere raggiunto per le mani giustiziere dei paesi del mondo. Li prego che non lasciamo soli al paese della Colombia che ci compromettiamo a che il 7 maggio usciamo alla strada per dire rozza a tanta morte, a tanto massacro. Anche questo è parricidio, è ora e è urgente."
La pesante responsabilità di chi non siamo nelle strade della Colombia sopportando i colpi e rischiando la vita è enorme, se optiamo per il silenzio, e non la denuncia. Come enorme è la responsabilità del governante Iván Duque, che ha disposto il massacro e la violenza, scaricando pallottole e ancora pallottole sul popolo che lui dovrebbe proteggere e tutelare, come capo qual è di una nazione.
Il suo passaggio nella storia della Colombia non lo esalta. Oggi lo denigra e lo denigrerà sempre.

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