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Rapporto speciale sugli attacchi armati del 14 aprile del 1972 a Montevideo. I responsabili restano, ancora oggi, impuniti

I soldati distruggono tutto, rovesciano mobili, staccano quadri, spaccano le poltrone, sgarrano i materassi e demoliscono le pareti. Alcuni cercano un nascondiglio, altri semplicemente qualcosa da saccheggiare. Uno gioca con il cadavere di una donna che giace all’ingresso, ride, si burla di lei. Altri festeggiano, sono tutti senza controllo. Adrenalina, sangue e vendetta. Tra le grida e l'esaltazione, i militari si rendono conto che lì sopra c'è un'apertura nel soffitto. Gli invasori si guardano tra di loro, sanno che c’è qualcuno; è solo questione di secondi per irrompere sparando. Ma succede qualcosa di inaspettato.
Non sparate, sono io”, si sente gridare da su. È la voce di Eleuterio Fernández Huidobro, leader del Movimento di Liberazione Nazionale-Tupamaros.
Questa scena, che sembra la parte del copione di una serie poliziesca trasmessa da Netflix, rappresenta quanto è successo in un quartiere della zona Est della Rambla di Montevideo, Uruguay, circa 50 anni fa. La storia è poco conosciuta; anzi, su di essa è calato il silenzio assoluto. Un crimine, una scena, che nonostante la sua cruenza, fu messo in atto con molta accuratezza. La stessa attenzione con cui è stato disarmato, riuscendoci, il sistema giudiziario uruguaiano che, guidato da diverse fazioni politiche negli anni, cinquanta anni dopo, non è ancora riuscito, o non ha voluto, investigare sui fatti in profondità; una questione rimasta in sospeso.

amazonas montevideo 1440


Il 14 aprile del 1972, il MLN (Movimento Tupamaro) realizzò una serie di attentati "chirurgici" contro il "Comando Caccia ai Tupamaros" (CCT), il famoso Squadrone della Morte che funzionava all’interno dell’Oficina de Estadística, Contralor y Difusión, che fungeva da facciata all’interazione tra il Ministero dell'Interno e gli agenti che lavoravano dentro la Direzione Nazionale di Informazione ed Intelligence (DNII), allineati alla Cia. Questo organigramma, che univa da una parte il capo della Cia a Montevideo, William Cantrell, e Armando Acosta y Lara (sottosegretario del Ministero dell'Interno) dall'altro, era stato architettato e messo in atto dal fotografo della polizia, nonché dall’agente dell’intelligence Nelson Bardesio, sequestrato dai Tupamaros a febbraio del 1972.
Durante la sua reclusione nel "Carcere del Popolo”, Bardesio confessò una serie di sequestri ed omicidi commessi da un'organizzazione terroristica formata da civili, spie, militari e poliziotti. Queste confessioni, conosciute come "I verbali di Bardesio", sarebbero poi state lette al Senato della Repubblica dal senatore del Frente Amplio Enrique Erro durante una tumultuosa seduta parlamentare tenutasi il 15 aprile del 1972, nella quale l'Assemblea Generale del Potere Legislativo approvò la sospensione di garanzie costituzionali e la dichiarazione dello "stato di guerra interno”, a fronte degli atti di violenza avvenuti il giorno precedente. Questo sarebbe stato il primo passo verso l'ufficializzazione della dittatura.
Già la notte precedente i "tupas" si erano organizzati per gli attacchi. L'idea era uccidere simultaneamente alcuni membri dello Squadrone della Morte, in azione sin dagli inizi del 1971. Detto squadrone in particolare - benché non fosse l'unico - sarebbe il responsabile dei sequestri e della morte di Abel Ayala, Héctor Castagnetto, Manuel Ramos Filippini e Iberico Gutiérrez, tutti membri del MLN. I destinatari degli attacchi, scelti dal MLN, non furono scelti a caso. Tutto fu analizzato freddamente, gli obiettivi seguiti e studiati, o semplicemente segnalati; con armi e veicoli, gli assalitori organizzarono e misero a segno quella che sarebbe stata chiamata "Operazione Hipólito”.
Nei mesi precedenti all'operazione di guerriglia, la situazione politica in Uruguay si era fatta particolarmente tesa. I fatti di violenza si moltiplicarono; gli omicidi, previa tortura, diventarono la normalità: il 13 aprile del 1972 operai e studenti organizzarono uno sciopero generale, il più grande dell'epoca; il 30 luglio del 1971, 46 prigioniere politiche, molti membri del MLN, scapparono dal Carcere in Via Cabildo; il 6 settembre del 1971, 106 tupamaros e cinque prigionieri comuni, fuggirono dalla Prigione di Punta Carretas, distante pochi chilometri dal centro stesso di Montevideo.
Come se non bastasse, il 13 aprile del 1972, un giorno prima degli attacchi, fuggirono nuovamente dalla Prigione di Punta Carretas 25 detenuti, tra cui 15 tupamaros e dieci prigionieri comuni. Nelle notizie del 14, mentre la città si riempiva di sangue, i titolari parlavano solo della fuga. I "tupas" avevano scavato nuovamente un tunnel per scappare dalla prigione. Questa volta fu realizzato tutto in una sola settimana. Tra gli evasi vi era colui che sarebbe diventato poco dopo presidente della Repubblica, José Mujica, e Jorge Zabalza ed Amodio Pérez (quest’ultimo un controverso membro dell'organizzazione che scomparve per 40 anni, ritenuto dal MLN un traditore, e che ha fatto ritorno al suo paese circa sei anni fa, scatenando una tempesta di opinioni, e dichiarando pubblicamente alcune verità su dirigenti e metodologie del Movimento).

Operazione Hipólito
Il giudice istruttore Daniel Echeverría si trovò quindi quel 14 aprile del 1972, con la notizia che c’era stato un attentato in città. La notizia si diffuse rapidamente, ma non tanto quanto i proiettili. Quel giorno si dava il via all'Operazione Hipólito.
Quella stessa mattina, in località Las Piedras, Canelones, a 20 km. da Montevideo, un gruppo di tupamaros ha aspettato l'uscita del capitano di corvetta Ernesto Motto, appartenente all'intelligence Navale. Uscito di casa, Motto si era avviato a piedi per la città per prendere un autobus che lo portasse verso la capitale. Si dirige a nord, lungo la via Roosevelt (oggi Leandro Gómez), e, prima di arrivare all'incrocio con Baltasar Brum, viene colpito dagli spari partiti da un veicolo. Diverse raffiche colpiscono a morte il militare della marina.
Le cronache dell’epoca riferiscono che a sparare erano state due persone dall’interno di una Chevrolet Grumete. In tutto sarebbero stati quattro gli occupanti del veicolo che si allontanarono dalla scena in direzione Montevideo.
Contemporaneamente, nella capitale, il vice commissario Oscar De Lega, insieme all'agente Carlos Alberto Leites Carfagno e l'agente Segundo Goñi, viaggiano a bordo di una Ford Maverik lungo la via Ponce verso sud; alcuni metri prima di attraversare l’Avenida Rivera vengono intercettati da un Pickup di colore verde, da dove partono raffiche di mitra che li raggiungono in pieno. De Lega e Leites muoiono sul colpo. Goñi rimane ferito da diversi colpi da arma da fuoco; sopravvive all’attacco ma morirà qualche mese dopo per le complicazioni delle ferite riportate. La scena si svolge ad alcuni metri "dal domicilio dell'ex ministro dell’industria ed ex cancelliere (Jorge, ndr) Peirano Facio, il quale aveva due pompieri come scorta nella sua residenza. Questi non si mossero dai loro posti per intervenire, nonostante avessero sentito gli spari, e finirono così in arresto”, riferisce a suo tempo il quotidiano El Popular.
Il terzo attentato fu operato ai danni del professore Armando Acosta y Lara, sottosegretario al ministero dell'Interno, di nota ideologia fascista. Lo scenario è, in questo caso, l'incrocio tra strada San José e Barrios Amorín, dove si trovava una sede della Chiesa Metodista, a un isolato dal Municipio di Montevideo. I tupamaros entrano nella chiesa, prendendone in ostaggio i suoi occupanti. I tiratori si appostano su una delle finestre al primo piano, sulla strada San José, leggermente in diagonale rispetto alla porta di entrata dell'abitazione di Acosta y Lara.
Sulla finestra posizionano una mitragliatrice M16, e rimangono in attesa. Alle 10:30 circa del mattino il professore si affaccia dalla sua abitazione, ed i tupamaros aprono il fuoco. Il professore Acosta y Lara muore prima di arrivare in ospedale. Nella sparatoria rimangono feriti sua moglie e uno degli uomini della scorta. I tupamaros, autori dell'attentato, si danno immediatamente alla fuga.
Un altro gruppo si dirige verso il quartiere Cerrito de la Victoria, con il proposito di attentare alla vita di Miguel Sofía, uno dei "civili" dello squadrone, membro della Juventud Uruguaya de Pie (JUP), un'organizzazione studentesca anticomunista. A bordo del veicolo quattro membri del MLN (ma vi sono versioni differenti) che, arrivati all'incrocio tra Francisco Plá e Nicolás Herrera, fermano il veicolo e vengono intercettati da una volante dell’Intelligence che li stava inseguendo. Altre versioni affermano invece che i tupamaros, dopo aver fermato il veicolo, erano scesi e, mentre Norma Carmen Pagliano Varot e Jorge Gropp Carbajal aprivano il fuoco, gli altri due, ancora non identificati, scappavano dalla scena. Pagliano e Gropp muoiono sul colpo, il sotto commissario Juan Francisco Reyes rimane ferito. Allo scontro partecipò anche Merica Lemes, funzionario della DNII. Miguel Sofìa riuscì a sopravvivere (è stato processato e oggi è in prigione per la sua partecipazione, come membro degli Squadroni della Morte, nell'assassinio del giovane tupamaro Héctor Castagneto; nell'anno 1972, si salvò dalla morte, ma nel 2020, non riuscì a salvarsi della Giustizia).
Altri due attentati intanto fallivano, uno contro Víctor Castiglioni, direttore della DNII, e l’altro contro il commissario Hugo Campos Hermida il quale, oltre a far parte dell'apparato repressivo dell'epoca, "amministrava" l'ufficio antidroga, essendo stato reclutato ed addestrato dalla DEA (Drug Enforcement Administration degli Stati Uniti), con tutto quello che ciò implicava.
La rappresaglia, dopo questa serie di attentati, è stata terribile e non si è fatta attendere. È importante chiarire (prima di proseguire con il presente racconto), che dal 14 aprile del 1972, l'Uruguay è un paese democratico, dove vige lo stato di diritto, dove le istituzioni dello Stato hanno l'obbligo di rispettare e fare rispettare le garanzie costituzionali. Non pretendiamo di giustificare la condotta dei membri del MLN-Tupamaros poichè la legge condanna il delitto e dispone degli strumenti giuridici ed amministrativi necessari per applicare il diritto in maniera ordinata, umana e nel rispetto delle leggi.
Ma dobbiamo sottolineare due cose: in primo luogo che i membri del MLN, che presero parte a quelle e ad altre azioni violente, hanno scontato alcuni anni di prigione; e secondo che le azioni violente dello Stato, di quel giorno (e di quell'epoca), furono spropositate e rientravano in un deterioramento istituzionale che diede il via libera, alla Polizia e all'Esercito, a portare avanti procedimenti e metodologie proprie del terrorismo di Stato, contravvenendo in ogni senso la legge sulla quale si reggeva lo Stato stesso.
Purtroppo, ad oggi, possiamo studiare la storia solo in base a supposizioni, congetture e mezze testimonianze, perché lo Stato, occupato da allora da fazioni di destra e di sinistra - in alcuni casi anche da "sopravvissuti" a quei fatti -, non si degna di prendere la decisione politica di fare rispettare la legge e investigare giuridicamente, empiricamente e scientificamente sui fatti accaduti. Perché? Quali poteri si nascondono dietro le azioni "militari" e ai silenzi di alcuni membri dello Stato e della stessa guerriglia?
Dopo le azioni realizzate dai tupamaros, le forze dello Stato, infestate da criminali, reagiscono rispondendo più con un senso di rivincita che di giustificazione. Truppe dell'esercito, mischiate con la polizia ed agenti dell’Intelligence, che notoriamente rispondono ad agenzie straniere (degli Stati Uniti principalmente, ma non solo) si preparano per perseguire ed annichilire i membri del MLN. Questa è stata la risposta della repressione all'Operazione Hipólito.

Controffensiva?
Alle 14:00 circa, Malvín, un quartiere semi residenziale (tipo stabilimento balneare), di Montevideo, diventerà teatro di un bagno di sangue. Gli agenti dell’intelligence controllano il domicilio del notaio Luis Nelson Martirena Fabregat. Risiede lì con sua moglie, Ivette Rina Jiménez Morales e le loro due figlie. Le spie conoscono bene i movimenti degli occupanti dell’abitazione. Martirena non ha precedenti di partecipazione alle azioni militari del MLN, al contrario, la sua vita trascorre pubblicamente, benché sia uno degli operatori politici del movimento. I servizi di intelligence che lo controllano da tempo, sanno perfettamente il livello del suo impegno con la guerriglia.

soldati via aconcagua montevideo


Immediatamente dopo che le bambine escono di casa, una per andare alla scuola vicina e la sorella ad un liceo, un contingente, con un numero di soldati superiore alla media, più di un centinaio, del battaglione Florida, al comando del capitano Carlos Calcagno, circonda la proprietà situata in via Amazonas 1440, ad alcuni metri da via Aconcagua. La proprietà ha l’ingresso solo davanti, e i soldati, pesantemente armati, si dispongono in assetto strategico. All’operazione partecipano anche funzionari di polizia e ufficiali, per la maggior parte dell’Intelligence.
Non c'è richiesta di mediazione né di resa. I soldati iniziano a sparare già prima di entrare nell’abitazione, ignorando, apparentemente, chi si trova all'interno. Di fronte al frastuono, il quartiere si ammutolisce. I coniugi Martirena-Jiménez non hanno via di fuga. Rapidamente gli invasori occupano il piccolo cortile esterno alla casa, forzano le serrature e entrano nelle stanze, sempre sparando, sempre con violenza, senza considerare né dare peso a chi cade al loro avanzare. Grida e sopraffazione. Il caratteristico odore di polvere da sparo inonda tutto. La morte è entrata con prepotenza nell’abitazione, e i proiettili sono la lettera di presentazione.
La situazione per un momento sembra calmarsi, o almeno, cessano gli spari. La nebbia del fumo della polvere da sparo scende e lascia scoperti i corpi della coppia. Ivette giace all’ingresso. Il notaio Martirena è stato finito sulle scale che scendono dal primo piano. Non hanno avuto il tempo di fare niente, non erano armati, non hanno opposto resistenza. Non ci sono vittime né feriti tra coloro che hanno fatto irruzione. L'uomo e la donna (disarmati) sono stati letteralmente giustiziati senza una giusta causa da una truppa dell'Esercito al comando di un personaggio dello Squadrone della Morte, infestato dalla Cia. I soldati, scortati stretti dai loro superiori e da agenti dell’Intelligence, ispezionano la casa, non brancolano nel buio, sanno che da qualche parte ci deve essere il bottino di guerra.
Campos Hermida, già sopravvissuto a una sparatoria, guida le ricerche. Droghe, denaro, tupamaros? Cosa cerca l'agente addestrato dalla DEA? Un altro agente della stessa categoria, che segue l’operazione via radio, è Víctor Castiglioni. Al momento dell'attacco non era presente, ma lo sarà poco dopo. Castiglioni, anni più tardi, si sarebbe visto coinvolto nello scandalo della Loggia Massonica P2.
L'ex agente dell’Intelligence della polizia, Winston Silva Cordero, ha raccontato a ‘La Repubblica’ il 14 aprile del 1993: "Quando abbiamo preso d’assalto la casa abbiamo visto la moglie di Martirena che correva isterica da un lato all’altro, con le mani in alto (…), l'ispettore Castiglioni le mise la pistola in bocca e la giustiziò (…). Nella casa non c'era alcun tipo di arma, ma noi abbiamo sparato centinaia di colpi", si legge in una relazione della Facoltà di umanistica. Era stato proprio Castiglioni a “collocare” l'arma nella mano di Martirena?
Non c'è una risposta definitiva a questo interrogativo circa la figura di Castiglioni, perché diversi anni dopo è sorto un forte dubbio sulla sua presenza nell’abitazione, poichè altre indagini dimostrerebbero che Silva Cordero avrebbe mentito dando il nome di Castiglioni, perché con il tempo si era rafforzata l'ipotesi che lì, al momento stesso dell'attacco, erano presenti, al comando dei soldati, il militare Calcagno e Campos Hermida. Questo indicherebbe che fu uno dei due a giustiziare la moglie del notaio, e non Castiglioni, il quale sarebbe arrivato sul posto successivamente, essendo impegnato in un’altra operazione dove morirono altri tupamaros. Cioè, nell’abitazione di via Pérez Gomar.
Proseguendo con il racconto, sui fatti accaduti nell’abitazione sita nel quartiere Malvín, riferiamo che poco tempo dopo la sparatoria arrivò sul posto il giudice Daniel Echevarría, il quale sin dalla mattina presto stava seguendo la scia di sangue che si stava diffondendo per tutta la città. Nel rapporto il giudice Echeverría ricostruisce il clima a modo suo: "Gli agenti sembravano fuori di sé, gridavano come pazzi, gridavano contro qualunque cosa. Si poteva palpare l'odio che si respirava in quella casa. Io pensavo che non saremmo usciti vivi. Si stavano uccidendo tra loro e noi eravamo nel mezzo”.

facsimile copertina quotidiano el pais

Due ore più tardi, viene svelato il nascondiglio dove si nascondevano Eleuterio Fernández Huidobro e David Cámpora, che era uno dei contabili del MLN. Le storie sono diverse, l’unica cosa concreta è che Huidobro rimane ferito e i clandestini negoziano lo scambio con Campos Hermida.
"Non sparate, sono io!", fu il grido straziante di Eleuterio Fernández Huidobro, mentre era sul punto di crollare per la perdita di sangue, essendo stato colpito al collo. Al suo fianco, nel piano superiore dove stava il nascondiglio, si trovava David Cámpora. I dadi erano stati tratti: consegnarsi al Commissario Hermida e salvare le loro vite.
Huidobro e Campos Hermida si conoscevano dalla "Presa de Pando" (cittadina dell’Uruguay) nel 1969. Tanto Huidobro quanto Cámpora vivevano da tempo nella clandestinità; entrambi erano fuggiti della prigione di Punta Carretas nel settembre del 1971. La loro presenza è l’unica a giustificare (anche se ingiustificabile), una simile operazione. Quelli dell’intelligence lo sapevano? Se è così, cosa aspettavano? Non lo sapremo mai: Cámpora, Fernández Huidobro, Campos Hermida e Castiglioni sono morti. Ma l’insieme di testimonianze rese con il passare del tempo, riferisce che le forze repressive e l'Intelligence ignoravano che nel nascondiglio c’erano due pezzi grossi del MLN.
"Signor Presidente, esigo di sapere come sono morti i miei genitori e lei può aiutarmi. Esigo di sapere chi li ha ammazzati, perché il reato non vada in prescrizione. Pretendo la detenzione dei responsabili, perché non rientra nella Legge di Prescrizione". "Ha idea, Signor Presidente, di quello che la stampa, specialmente il quotidiano El País, e in quel momento i quotidiani El Día, Acción, La Mañana e Últimas Noticias, insieme alla televisione e alle radio, hanno fatto ai familiari delle persone uccise dalla repressione? Ha idea di cosa è stato per noi sopportare tante bugie, umiliazioni, aggressioni, diffamazioni? Sono tanto responsabili come quelli che premettero il grilletto, o ancora di più. Hanno occultato la verità, diffondendo e inventando la menzogna. Hanno coperto e dato promozioni agli assassini e ai torturatori”. Questo è l'estratto di una lettera aperta inviata all'allora presidente Jorge Batlle, firmata da Laura Martirena, figlia della coppia uccisa, pubblicata il 5 dicembre del 2003.
Il fatto in questione doveva essere attenzionato dalla giustizia civile. Lo Stato di Guerra interno sarebbe stato decretato il giorno dopo, trasferendo questo tipo di azioni alla giurisdizione militare. Ma i fatti di quel giorno, 14 aprile del 1972, erano di competenza della giustizia civile. E a che punto è oggi lo stato del procedimento? Si ignora, per meglio dire, non c'è alcuna indagine in corso.

jorge candan grajales armando blanco katras


Ritorniamo a quel tragico giorno. Non soddisfatti di quello che avevano fatto in via Amazonas, la caccia ai tupamaros proseguì. Quello stesso giorno ci fu un ulteriore scontro in via Pérez Gomar 4392, a circa 25 isolati dal precedente. Un gruppo comando dell'Esercito intercettò un camioncino a bordo del quale viaggiavano membri del MLN. Erano Armando Hugo Blanco Katras ed Alberto Jorge Candán Grajales. Entrambi immediatamente scendono dal veicolo e cercano rifugio nell'abitazione in via Pérez Gomar dove avviene un rapido scontro in cui muoiono Katras e Candán. Dentro l'immobile vengono assassinati, a colpi di arma da fuoco, i guerriglieri Horacio Rovira e Gabriel Schroeder. Le Forze Congiunte dichiararono ufficialmente che nella casa ci fu uno scontro, ma in realtà non fu così. L'operazione lasciò un pesante saldo di morte e di feriti, e due arresti: i genitori di Horacio, Carlos Rovira e Filomena Grieco di Rovira. Miracolosamente scampati all’attacco, in un clima di grande tensione, soffrirono conseguenze emozionali inenarrabili, con le quali dovettero convivere fino ai loro ultimi giorni. Al comando dell'operazione c’era Víctor Castiglioni.

Senza controllo
Il 15 aprile viene decretato lo Stato di commozione interna, ed il Potere Esecutivo riconosce, ufficialmente, la facoltà repressiva all'Esercito, oltre a permettere che i civili siano giudicati dalla giustizia militare. Questo processo culminerà nella "Legge di Sicurezza dello Stato e dell'Ordine Interno", decretato a settembre del 1972.
Nelle prime ore del mattino del 16 aprile, tra le 4:00 e le 4:30, praticamente in maniera simultanea, accadono quindi più di una decina di attentati contro personaggi e personalità della vita politica e culturale del momento: per la maggior parte rappresentanti del Partito Comunista e del Frente Ampio. Vengono attaccati anche i locali a loro vicini, le case dei rappresentanti e perfino la chiesa metodista, da dove erano partiti gli spari la mattina del 14.
Raffiche di mitragliatrice, esplosivi al plastico, persino bazooka, furono usati contro spazi pubblici e privati. Senza alcun mandato di perquisizione, senza previo avviso, le Forze armate ed altri usurpatori dello Stato, abbandonarono ogni lavoro investigativo e costituzionale, e si lanciarono in una raffica di attentati contro l'ordine pubblico, e contro la propria popolazione. Più da mercenari che da soldati, rasero al suolo tutto quello che trovavano al loro passaggio, distruggendo le proprietà e tutto ciò che si trovava al loro interno. I gruppi comandos derubavano chi vi abitava, saccheggiavano le abitazioni, maltrattavano, vessavano e palpeggiavano le donne e le bambine, picchiavano tutto il mondo. Selvaggi, sfrenati, ubriachi di sangue, accecati dall’odio, agendo con assoluta impunità. Così aveva inizio il momento più buio della storia contemporanea dell'Uruguay.
Una storia che non è finita nelle prefetture né nei tribunali. Una storia che migliaia di persone ignorano poiché nessuno è stato punito. Nessuno ha pagato per gli assassini di Luis Nelson Martirena Fabregat e sua moglie, Ivette Rina Jiménez Morales. Né tantomeno per gli omicidi (compiuti dal terrorismo di Stato), di Alberto Jorge Candán Grajales, Horacio C. Rovira, Gabriel Schroeder ed Armando Blanco Katras. E neppure per i gravi effetti emozionali e personali delle due figlie della coppia di via Amazonas, che oggi sicuramente sono donne adulte, assettate di giustizia, ma tormentate da tanta impunità.
La mostruosa impunità con la quale agirono i criminali, sanguinari, grotteschi e violenti, funzionari dallo Stato uruguaiano è ancora oggi un'ombra che incombe sulla Giustizia uruguaiana e sulla coscienza dei responsabili, che fino ad oggi tacciono nella piena omertà, come un accordo inumano, un patto criminale, affinché tutto rimanga com’è, senza identificare i colpevoli né emettere sentenze.
Riteniamo che bisogna dire no ai silenzi, no alle ingiustizie di natura statale-criminale. Crediamo, anche, che la storia, prima o poi, condannerà i responsabili dei massacri del 14 aprile del 1972 avvenuti nelle abitazioni di via Amazonas e Pérez Gomar.





Tratto da: antimafiadosmil.com

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