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La raccapricciante ricostruzione dei pm romani che hanno chiuso l’inchiesta su quattro 007 egiziani
I genitori del giovane si rivolgono a Conte e Di Maio: “Dichiarate l’Egitto ‘Paese non sicuro’

A gennaio 2016, mentre in Italia la famiglia, gli amici e l’opinione pubblica si chiedevano che fine avesse fatto Giulio Regeni, in Egitto, dall’altra parte del Mediterraneo, il giovane ricercatore friulano veniva torturato giorno e notte con oggetti roventi, calci, pugni, lame e bastoni da agenti dei servizi segreti egiziani. I macabri dettagli di quei nove giorni che separano il suo rapimento, avvenuto il 25 gennaio 2016, al ritrovamento del corpo maciullato ai bordi dell’autostrada che dal Cairo porta ad Alessandria il 3 febbraio, sono stati illustrati dal procuratore capo di Roma Michele Prestipino e dal sostituto Sergio Colaiocco, che hanno chiuso le indagini su quattro 007 della National Security Agency. Un vero e proprio atto d’accusa contenuto in 94 pagine dove per la prima volta vengono disvelati gli aspetti finora non conosciuti della detenzione illegale di Giulio e le responsabilità istituzionali del Cairo. Secondo i pm titolari dell’inchiesta il giovane ricercatore di Fiumicello è morto lentamente dopo interminabili sevizie e tormenti in una stanza dell’orrore della Capitale. La “Stanza numero 13”, scrive la procura, sita al primo piano di un villino degli anni '50 nel centro del Cairo. Un "garage Olimpo" dove vengono "trattati" i cittadini stranieri sospettati di "attività sovversive" e che ha il suo ingresso in via Lazoughly, sulla riva destra del Nilo, all'interno del compound dove ha sede il Ministero dell'Interno della Repubblica Araba d'Egitto. A circa due chilometri in linea d’aria dall’ambasciata italiana alla quale però, è bene ricordarlo, al tempo le autorità egiziane avevano ripetuto più e più volte di non sapere dove fosse né addirittura chi fosse Giulio Regeni. In quella stanza degli orrori Giulio è stato visto in particolare da una delle 5 testimonianze chiave raccolte dalla procura di Roma negli ultimi 4 anni, indicate dai magistrati con le lettere dell'alfabeto greco (Alfa, Beta, Gamma, Delta, Epsilon). Si tratta di un ex agente della National Security Agency il cui dichiarato, congiuntamente a quello di un altro ex agente segreto che vide Giulio bendato nella stazione di polizia di Dokki poco dopo il suo sequestro, è ritenuto decisivo dalla procura. "Era il giorno 28 o 29 (gennaio, ndr), ho visto Regeni in quell'ufficio 13 e c'erano anche due ufficiali e altri agenti, io conoscevo solo i due ufficiali”, si legge nel verbale del suo interrogatorio. “Entrando nell'ufficio ho notato delle catene di ferro con cui legavano le persone... Lui era mezzo nudo nella parte superiore, portava dei segni di tortura e stava blaterando parole nella sua lingua, delirava... Era un ragazzo magro, molto magro... Era sdraiato steso per terra, con il viso riverso... L'ho visto ammanettato con delle manette che lo costringevano a terra... Ho notato segni di arrossamento dietro la schiena, ma sono passati quattro anni, non ricordo bene i particolari. Non l'ho riconosciuto subito, ma cinque o sei giorni dopo, quando ho visto le foto sui giornali, ho associato e ho capito che era lui”. Ad aggiungersi alla confessione dell’ex 007 c’è anche la ricostruzione dei pm che parlano di violenze perpetrate per “motivi abietti e futili e con crudeltà” che hanno provocato “la perdita permanente di più organi”. Giulio, scrivono, è stato seviziato “con acute sofferenze fisiche, in più occasioni e a distanza di più giorni attraverso strumenti affilati e taglienti e di azioni con meccanismo urente”. Un trattamento che ha causato “numerose lesioni traumatiche a livello della testa, del volto, del tratto cervico-dorsale e degli arti inferiori”. Dettagli raccapriccianti che, almeno per ora, sembrano certificare le responsabilità dell’intelligence egiziana e quindi l’ipotesi di un omicidio di Stato.

Il boia Abdelal Sharif e gli altri agenti dell’Nsa
Sono quattro gli 007 egiziani che rischiano di finire a processo con l’accusa, a vario titolo, di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in omicidio aggravato e concorso in lesioni personali aggravate. Si tratta del generale Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Quest’ultimo in particolare deve rispondere, oltre al sequestro di persona pluriaggravato, anche di lesioni personali e dell'omicidio del ricercatore friulano. Sarebbe il maresciallo Sharif, infatti, secondo la procura di Roma, il carceriere, l’aguzzino e il boia di Giulio Regeni. A inchiodarlo sarebbero le parole di alcuni testimoni sentiti nei mesi scorsi dai pm di piazzale Clodio che hanno definito la morte di Giulio un “atto volontario e autonomo” da parte di Magdi Ibrahim Abdelal Sharif con l’aiuto di altre persone rimaste ignote: “Al fine di occultare la commissione dei delitti suindicati - scrivono i magistrati -, abusando dei suoi poteri di pubblico ufficiale egiziano, con sevizie e crudeltà, mediante una violenta azione contusiva, esercitata sui vari distretti corporei cranico-cervico-dorsali, cagionava imponenti lesioni di natura traumatica a Regeni da cui conseguiva una insufficienza respiratoria acuta di tipo centrale che lo portava a morte”. Il processo a carico degli agenti segreti egiziani sarà uno solo e “si svolgerà in Italia con le garanzie procedurali dei nostri codici”, ha assicurato il procuratore Michele Prestipino.

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I genitori di Giulio Regeni in videocollegamento durante la conferenza stampa di ieri alla Camera dei Deputati © Imagoeconomica


Le parole dei genitori

Nel frattempo ieri in conferenza stampa alla Camera i genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, hanno lanciato un duro monito al governo. “Sono passati due anni dalle dichiarazioni del governo in cui si chiedevano impegni, conseguenze e responsabilità e non abbiamo capito ancora a quali il governo si riferisse”, ha affermato la madre del ricercatore. “Chiediamo di richiamare immediatamente l’ambasciatore per consultazioni in Italia. Da quando è stato reinviato l’ambasciatore non sono stati fatti passi in avanti, anzi c’è stata recrudescenza. Bisogna dichiarare l’Egitto ‘Paese non sicuro’ e bloccare la vendita di armi". Il padre ha aggiunto che “uno degli scopi del ritiro era la ricerca di verità e giustizia per nostro figlio Giulio. Purtroppo questo punto è stato messo in secondo piano dando priorità alla normalizzazione dei rapporti tra Italia ed Egitto e a sviluppare i reciproci interessi in campo economico, finanziario e militare, vedi la recente vendita delle fregate, e nel turismo, evitando di affrontare qualsiasi scontro. L’atteggiamento dell’ambasciatore Cantini è una chiara dimostrazione di tutto ciò”. Ad aggiungersi alle loro dichiarazioni anche quelle dell’avvocato della famiglia Alessandra Ballerini la quale ha affermato che “i diritti umani non sono negoziabili con petrolio, armi e soldi. E questo ce lo dimostra la famiglia Regeni - ha detto Ballerini -. Vorremo la stessa fermezza e abnegazione da parte di chi ci governa, affinché dimostrino che la giustizia non è barattabile. Questo è un punto di partenza, ci sono voluti cinque anni”, ha detto commentando la notizia di chiusura delle indagini della procura.

Plauso alla magistratura
Se i genitori di Giulio hanno parlato chiaramente di “punto di partenza” nel raggiungimento della verità sull’omicidio del loro compianto figlio lo si deve solo ed esclusivamente alla magistratura, (in questo senso da parte della famiglia non sono mancate critiche al premier Conte e al ministro Luigi Di Maio: “Cosa stanno facendo per Giulio e come va con questi rapporti con l’Egitto che sono diventati sempre più amichevoli”, ha detto ieri mamma Paola rivolgendosi alla stampa). Se oggi l’opinione pubblica è a conoscenza di nomi e cognomi dei presunti aguzzini e assassini di Giulio Regeni, nonché delle modalità terrificanti in cui è stato prima rapito e poi ucciso, è grazie allo sforzo immane della magistratura che ancora una volta ha avuto la tenacia di non piegarsi a logiche di potere come invece, purtroppo, ha fatto la politica con i tre governi succedutisi dal 2016 ad oggi (Renzi, Conte 1 e Conte 2).
Ancora una volta sono i magistrati i veri rappresentanti del rigore morale, dell’intransigenza di fronte all’ingiustizia e alla violazione dei diritti del cittadino e ancor prima della persona. I veri baluardi della democrazia, viene da dire, indossano la toga, e non la giacca e la cravatta. I pm della procura di Roma sono riusciti a rispettare la deadline sulla chiusura dell'indagine dopo 4 anni di duro lavoro. Nella totale reticenza delle autorità egiziane, complici, tra le altre cose, di sibillini depistaggi, e nella assenza di volontà di collaborazione da parte dei colleghi egiziani. In questo senso, ha spiegato alla commissione Prestipino, “sono altri 13 i soggetti nel circuito degli indagati” di cui la mancata collaborazione dell’autorità egiziana ha impedito di accertare le posizioni. In questi anni la politica italiana non ha mai realmente dimostrato di voler raggiungere verità e giustizia sulla vicenda, anzi ha continuato a stringere intese e accordi economici miliardari. Il governo ha tradito i familiari di Giulio, come loro stessi hanno affermato, chiedendo “di fare chiarezza sulle responsabilità italiane, sulle zone grigie, su cosa è successo nei Palazzi italiani da quel 25 gennaio al 3 febbraio” e sul perché “un cittadino italiano, non è stato salvato in un Paese che era amico e che continua ad essere amico”.
Ora che le responsabilità di Stato sono più che un'ipotesi, ora che sappiamo come Giulio Regeni è morto, Palazzo Chigi ha l’occasione di rimediare a questi anni di silenzi e false promesse e pretendere, come uno Stato di diritto è chiamato a fare, piena verità e piena giustizia sulla morte di un connazionale come Giulio.

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