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Manca ormai meno di un mese al verdetto finale di uno dei processi più inquietanti dei nostri giorni: il processo di estradizione contro il giornalista Julian Assange, reo di aver agito nell’interesse pubblico diffondendo documenti segreti che rivelano crimini di guerra e abusi da parte dei governi.
Sulla bilancia dell’estradizione negli Stati Uniti sono posti 175 anni di carcere, un tempo inconcepibile se paragonato con le pene riservate a chi i crimini, invece, li compie.
Un processo che mette a rischio l’intera libertà di espressione nonché l’essenza stessa, spesso dimenticata, del giornalismo: denunciare illeciti senza fare sconti a nessuno.
Eppure se si cercano aggiornamenti o notizie su questo caso risulta veramente difficile trovarne, soprattutto sui principali media. Come mai questo silenzio proprio da parte dei media, coinvolti più che mai in questo processo?
Per spiegarlo è necessario analizzare in maniera più ampia l’intero caso e guardare soprattutto l’aspetto politico per comprendere, conseguentemente, il comportamento complice dei media.

Assange, prigioniero politico
Assange dal 2010 ha passato 18 mesi (550 giorni) agli arresti domiciliari a cui sono seguiti più di 7 anni di totale isolamento all’interno della minuscola ambasciata ecuadoregna (20 m²) ed infine un anno e mezzo all’interno del carcere di massima sicurezza di Belmarsh, prigione costruita 30 anni fa per “ospitare” terroristi, serial killer e narco-trafficanti. Il tutto senza mai aver ricevuto un’accusa formale.
Fu aperta solamente un’indagine in Svezia, nel 2010, riguardo presunte molestie sessuali ai danni di due ragazze. Proprio nel 2010 (!): anno in cui le più alte cariche degli Stati Uniti attaccavano Assange e la sua piattaforma Wikileaks in ogni modo possibile. Da questa vergognosa diffamazione Julian Assange fu completamente assolto da un’indagine condotta molti anni dopo, nel 2019, da Nils Melzer, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura.
Esaminando i documenti della polizia svedese, Nils Melzer venne a scoprire che le ragazze in questione non avevano mai presentato alcuna denuncia ma, anzi, avevano contraddetto il verbale (in cui, infatti, non compariva la loro firma) redatto in procura. Altre stranezze - riguardo lo svolgimento dell’indagine - facevano presupporre che fosse solamente un chiaro pretesto creato ad hoc per autorizzare una successiva estradizione negli Stati Uniti. Ad esempio ancor prima che a Julian Assange fosse notificata l’indagine, la procura diede tale notizia in pasto alla stampa (il primo giornale svedese a pubblicare fu il noto “Expressen”), nonostante sia totalmente vietato rendere pubblico il nome di un sospettato non ancora interrogato. L’intento era chiaramente quello di distruggere mediaticamente il giornalista ed editore.
Quando Assange si spostò in Inghilterra, la reazione del paese (l’inusuale immediato isolamento fin dai primi giorni di detenzione) fu del tutto spropositata e illegittima non essendoci accuse contro di lui. Inoltre Assange ancora non era stato interrogato dalle autorità svedesi che si rifiutavano di andare di persona in Inghilterra, nonostante lo avessero fatto in precedenza in ben 44 altri casi (in quanto esiste un accordo di cooperazione tra il Regno Unito e la Svezia che prevede che i funzionari svedesi si rechino in Inghilterra per l'interrogatorio di persone, o viceversa, e che l’interrogatorio possa avvenire anche tramite video). Solo con Assange hanno insistito che fosse lui a doversi spostare. A quel punto Assange e i suoi avvocati hanno dato alle autorità la disponibilità di recarsi in Svezia a patto che ricevessero delle rassicurazioni sul non estradare il giornalista negli Stati Uniti (finora la Svezia ha estradato tutte le persone richieste dagli Stati Uniti). La Svezia rifiutò dicendo che non esisteva alcuna richiesta di estradizione (dunque a maggior ragione non aveva senso negare una semplice rassicurazione), cosa che oggi sappiamo invece essere falsa.
Nils Melzer, sempre nel corso della stessa indagine, visitò Assange con due medici esperti in vittime di tortura e concluse: "In 20 anni di lavoro con vittime di guerra, violenza e persecuzione politica non ho mai visto un gruppo di Stati democratici (Stati Uniti, Inghilterra, Svezia ed Ecuador) che si univano per isolare, demonizzare e abusare deliberatamente di un singolo individuo per così tanto tempo e con così poco rispetto per la dignità umana e lo Stato di diritto. La persecuzione collettiva di Julian Assange deve finire qui e ora!" (Qui il documento: www.ohchr.org)

Ma già nel 2016, mentre Assange era in isolamento all’interno dell’ambasciata, alcuni esperti del Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria, dopo aver esaminato il caso, affermarono che “la detenzione arbitraria del signor Assange dovrebbe essere portata a termine, che la sua integrità fisica e la sua libertà di movimento siano rispettate e che egli dovrebbe avere diritto al risarcimento”, chiedendo sia all’Inghilterra che alla Svezia di rispettare le Convenzioni sul diritto di asilo di cui entrambe sono firmatarie. (A questo link è possibile consultare il documento delle Nazioni Unite: www.ohchr.org).

Come spiegare, dunque, la persecuzione di un uomo da parte di più Stati disposti a violare Costituzioni, Convenzioni, Leggi internazionali e indagini delle Nazioni Unite pur di metterlo a tacere?
Si spiega tramite una pressoché totale obbedienza alle richieste degli Stati Uniti, veri artefici dietro alla persecuzione di Assange.
Un processo in cui anche i grandi media, con i loro assordanti silenzi, hanno avuto un ruolo.
Un'obbedienza che comporta la perdita della propria indipendenza, divenendo mero strumento di una politica estera che intende distruggere un giornalista che ha osato rivelare la verità.

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