Questo sito utilizza cookie tecnici e di terze parti per migliorare la navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’uso del sito stesso. Per i dettagli o per disattivare i cookie consulta la nostra cookie policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque link del sito acconsenti all’uso dei cookie.

La sala del tribunale è virtualmente piena poiché il processo è trasmesso online per l'emergenza sanitaria del COVID 19. Avvocati, giudici, pubblici ministeri, assassini, sopravvissuti e genocida sono tutti collegati on line in una piattaforma virtuale. In tanti, forse centinaia, stanno seguendo in diretta. Nella terza udienza del terzo giorno del Processo dei Pozzi di Quilmes, Banfield e Lanús, il 10 novembre saranno sentite le dichiarazioni di Adriana Calvo e Cristiana Gioglio del 2006 quando, nel vivo delle testimonianze rese durante il processo contro Etchecolatz, "scomparve" Julio López nell’incredulità di tutti.
Teresa Laborde Calvo, figlia di Adriana, è anche lei tra il pubblico. Ha appena sentito sua madre rendere nuovamente la dolorosa testimonianza del suo parto in cattività. Teresa si avvicina ai giornalisti di La Retroguardia che sta trasmettendo in diretta per condividere i suoi ricordi che racchiudono un insieme di emozioni: angoscia, impotenza, rabbia, sete di giustizia ma anche una luce di speranza. "Il 2006 fu un anno molto duro, io ero arrivata da Cuba dove ero stata per sei anni. Ero venuta per dare alla luce il mio primo figlio, primo nipote di mia mamma. Mia mamma rese la sua testimonianza pochi giorni dopo la nascita di Iker. L'ostetrica la riconobbe e la lasciò passare, le disse ‘Adriana ti meriti un'altra nascita… e quello stesso giorno fecero sparire López. Il giorno dopo Julio López doveva dichiarare. Io ero arrivata da un mese e non avevo vasca da bagno, per cui ho partorito a casa di mia mamma. E lei era con le sue amiche, compagne leali dell'associazione di ex detenuti e desaparecidos, e tra una dichiarazione e l’altra, parlando con Julio per telefono… mentre io ero nella vasca da bagno lei andava e veniva, era vicino a me con il suo computer… mentre io avevo le contrazioni… Sento dire “Julio non risponde”, era di pomeriggio. Ed il lunedì non si presentò, la mia mamma disse “lo hanno fatto fuori”… “non cesseranno gli sgomberi come quello di Guernica se loro rimarranno al loro posto, loro ci mandano dei messaggi, ma noi lo facciamo? Quale governo ha avuto una reale volontà politica di mandare il messaggio di lasciarli marcire in carcere? Sono tutti complici i governi, io ho fatto la campagna di Abuelas, scrivono articoli su di me, ma tutto rimane come fosse una tragedia greca. Ma questa non è mitologia, è una realtà. Platone disse nella repubblica che la giustizia è il diritto dei potenti ed è ancora così… Vanno ai festeggiamenti dei 15 anni (in America Latina si celebrano i 15 anni, ndr.), a giocare a golf… Allora ringrazio gli avvocati, a chi fa emergere tutto alla luce, ma altri lo fanno sembrare una storia vecchia e rimane tutto in un dramma del passato. Finché non daremo un messaggio forte continuerà ad esistere la tratta di persone, con la complicità subdola della polizia. … Il grilletto facile nei quartieri ha cancellato tante vite, e loro continuano a mandare il loro messaggio… con Santiago, i mapuche, Facundo, Kevin ed altri ragazzi che muoiono per un proiettile vagante. Non è una vecchia storia. È il messaggio che il governo vuole trasmettere. Se il "nunca más" rimane uno slogan, noi sopravvissuti e familiari sentiamo che ci stanno prendendo in giro. È perfetto che i centri clandestini oggi siano centri culturali, ma io dico come membro degli organismi di Diritti Umani, che siamo sempre apartitici, che anche l’‘asado’ all'ESMA è stato un messaggio. Niente di gratuito. E che siano seduti nelle loro case neanche questo è gratuito. Io sono in attesa di una decisione politica reale. Sono condannati per delitti di lesa umanità e non meritano i domiciliari. Abbiamo visto tutti che sono in perfetto stato di salute, ci prendono in giro e si improvvisano attori… cattivi attori… se veramente vogliono trovare i nipoti devono scoperchiare la pentola e che cada un mucchio di persone. Ma nessuno vuole che cadano, quindi continuiamo a fare campagne ma non avremo mai i mezzi giusti per una ricerca precisa se non apriamo gli archivi. A Buenos Aires, vediamo molti ragazzi con fame, scalzi in pieno inverno e tutti noi ci passiamo accanto. Anche questa è conseguenza del fatto che i genocida siano nelle loro case e che tutto questo sia diventato una pubblicità. L'unica luce che vedo è che facciano il loro lavoro il tribunale ed i giudici, l'unica possibilità che ci rimane è ascoltare i giudici…
Il 2006 fu un anno cruciale per mia mamma. E la sparizione di Julio López fu un messaggio molto chiaro. Un mese dopo la nascita del mio primo figlio, era un 17 Ottobre, mi minacciarono, era il giorno della madre e mi chiamarono per dirmi che mia mamma sarebbe finita cercando me e mio figlio come stavano cercando López. Mia mamma cercava di non trasmetterci paura, ma la paura che sicuramente ha provato è stata la causa del cancro che aveva, semmai non lo avesse già da prima. Dopo tutto quello che aveva vissuto, e poi il tuo compagno di militanza (Julio López), proprio durante il processo, lo sequestrano, ti fa capire che può succedere a te, a tua figlia, a tuo nipote… L'unica maniera di rivendicare quelle persone che ascoltiamo è fare vera giustizia e aprendo gli archivi".

2

Appena alcune ore prima il segretario del tribunale aveva dato inizio alla sessione proiettando il video con quelle registrazioni. Il dispositivo virtuale spezza il tempo e la distanza. Adriana Calvo torna ad illuminare la sala. È un quadro che si ripete frammentato, uno dentro l’altro, dove l'aula del Tribunale (TOC) Nº 1 del 2006, si fonde oggi nella sala del TOC Nº 2 del 2020. Sono trascorsi 14 anni tra uno e l’altro e 43 anni dal suo sequestro. Ha inizio l’intenso ricordo dei tormenti patiti da Adriana Calvo, che si fonde anche nella coscienza di tutti noi.
Siamo lì e tutti siamo testimoni. Non ci sono distanze. Gli anni si sovrappongono. L'apparato repressore ancora oggi vigente continua a torturare i compagni di lotta in qualsiasi dei pozzi, mentre Berni e Kicillof (ministro della sicurezza e governatore di Buenos Aires, ndr.) fanno sparire i ragazzi. C’è anche Etchecolatz con i suoi cani da caccia guardando il processo dal carcere o dai domiciliari. Vivono come 40 anni fa, metà vivi e metà morti in un limbo poco definito. Un miscuglio di fango di impunità e reclusione appena sufficiente per tenerli confinati, obbligati ad ascoltare mentre tengono sotto controllo la loro ansia di ordinare una nuova operazione.
Iniziano a riaffiorare i loro ricordi latenti, la perversione ed il sadismo personificano loro nuovamente, questa volta di fronte a tutti. Si eccitano, si distraggono, si cercano con complicità e sorridono, alcuni come Berges spengono lo schermo. Gli psicopatici cominciano a trasformarsi, questa volta di fronte a noi. Cadono le loro maschere. La verità è venuta alla luce. La scelta adesso è nelle mani di un gruppo di giudici, ma gli eventi sono scolpiti nella coscienza del popolo, il cui impegno deve fare da garante per una giustizia completa. Affinché “nunca más” sia “nunca más”.

Il pozzo di Arana
"… fui sequestrata il 4 Febbraio 1977 nel mio domicilio, a Tolosa. A quel tempo ero docente all'università di La Plata. Avevo già due figli ed ero incinta di sei mesi. Ero militante della corporazione di docenti universitari in quella facoltà, l'associazione di docenti e ricercatori. Era stato bandito dalla dittatura militare, ma continuava a funzionare nella semi-clandestinità. Ovviamente denunciavamo la possibilità di un colpo di Stato e anche la dittatura militare. Lavoravamo molto per trovare qualche indizio sui docenti di quella stessa facoltà desaparecidos. Entrarono in casa 7 o 8 persone in abiti civili armati, con armi lunghe, fecero irruzione a casa mia, mi circondarono dicendomi che dovevo andare con loro. Mi hanno portato in strada dove c'erano 3 o 4 macchine parcheggiate e moltissimo personale in abiti civili. Io ero con il mio secondo figlio Santiago, Martina in quel momento era con i miei genitori. Presero anche Santiago ma quando siamo arrivati sul marciapiedi, devo esprimere la mia riconoscenza e gratitudine ad una vicina di 60 anni, che strappò loro Santiago evitando così che lo portassero con me”.
“Mi fecero salire in una macchina coprendomi la testa con un pullover. Erano circa le dieci del mattino, l’isolato era pieno di vicini usciti in strada per l’operazione in corso. Mi portarono alla Brigada de Investigaciones di La Plata. Non sapevo dove mi trovavo ma non tardai molto nel saperlo. Lì mi ammanettarono dietro le mani, mi bendarono gli occhi con uno straccio. In quel posto riconosco la voce di Mario, un compagno che avevano sequestrato dopo alcune ore. Quella stessa notte ci portarono entrambi insieme ad altra gente che veniva portata lì durante la giornata. Il portone si apriva permanentemente, entravano macchine e la gente entrava in silenzio. Era impossibile riuscire a sapere qualcosa, riconobbi la voce di Mario e gli chiesi se era lui e quello fu il primo colpo. Quella notte ci portarono in diverse macchine al distaccamento di Arana, ci fecero sedere in un corridoio e lì venni a sapere che era stato sequestrato anche Miguel (Laborde marito di Adriana Calvo), perché passano la lista e lui dice presente. Disperata gli chiedo di Santiago e ricevo il secondo colpo".
"Eravamo molti quelli appena arrivati e poco dopo iniziarono le torture. Il corridoio portava alla sala (dove torturavano), cosicché sentivamo perfettamente. Lì rimasi 7 giorni. Evidentemente il distaccamento di Arana era il posto destinato specificamente a torture. Dopo 7 giorni uno si rende conto del meccanismo della dinamica operativa. Veniva la ‘patota’ (squadre di militari in borghese) che ci aveva sequestrato, i prigionieri restavano lì circa una settimana, dai 4 ai 10 giorni, che era il tempo per strappare loro qualche informazione. Per tutto quel tempo si torturava in modo permanente due o tre persone simultaneamente. Cioè arrivava la ‘patota’ con i prigionieri, cominciavano normalmente a mezzogiorno le torture o nelle prime ore del pomeriggio e proseguivano fino a notte inoltrata di forma continuata. C'era qualche pausa nelle prime ore del mattino. Per come era distribuito il posto non potevamo non sentire tutto, non solo le grida delle torture ma anche le domande dei repressori ed era assolutamente chiaro, per tutti quelli che siamo stati ad Arana, che l’unica cosa che interessava loro erano nomi ed appuntamenti. In tutto il tempo che sono stata lì non una volta ho sentito un interrogatorio di tipo politico, ma erano solo nomi di compagni di militanza, di facoltà, di fabbriche, di centri di studenti. I nomi e dove trovarli. E la cosa terribile era vedere torturate, dopo poche ore, le stesse persone che erano state nominate. Era una macchina Arana. Era quella parte dell'ingranaggio finalizzata a distruggere fisicamente i sequestrati. Io rimasi in quel corridoio la notte di venerdì e sabato, mi portarono per essere interrogata quella stessa notte. Fui l'ultima. Mi chiedevano effettivamente della mia militanza nella corporazione, della mia facoltà, di membri di partiti di sinistra. Mi applicarono per breve tempo la ‘picana’ (pungolo elettrico) nell'orecchio, più che altro come minaccia di cosa mi poteva succedere. All’essere l'ultima, uno dei torturatori disse che era molto stanco e di portarmi fuori da lì”.
"Posteriormente mi portarono in una delle celle piccole e lì presi contatto con altre detenute. Incontrai Adelia Garín, oggi desaparecida, che ebbe lì il suo bebè, era incinta di 3 mesi. Già stare lì era di per sé una tortura, non ho mangiato un solo boccone nei 7 giorni che sono stata ad Arana. Eravamo permanentemente con la benda negli occhi e le mani legate dietro, eravamo 5 o 6 persone in una cella di non oltre 1x2 m., cioè non potevamo neanche dormire … senza poterci coprire, né materasso, né mangiare, né niente e con le continue minacce delle guardie che passavano nel corridoio. Guardavano dal buco della porta, o battevano o entravano per picchiarci per qualunque motivo. Nella cella accanto c’era Roberto Boneto, con Mario e Miguel, che tentò il suicidio, ma che servì solo a farlo prendere dalle guardie per torturarlo nuovamente per ore. Nella cella di fronte, molto più grande, c'erano tanti uomini, le poche volte che si apriva la porta si sentivano mormorii. L’8 Febbraio riconosco la voce di Jorge Bonafini che era stato un mio alunno. Era rinchiuso lì e terribilmente torturato per molto tempo. E non solo torturato per tirare fuori informazione, ma fu anche uno di quei casi che si torturava per piacere e che si ripeteva in altri campi di concentrazione. Cioè quando la ‘patota’ finiva l'interrogatorio e si ritirava, nel caso di Jorge continuarono a torturare mentre mangiavano arrosto e bevevano vino e gli facevano dire oscenità sotto scariche elettriche”.

3

Commisariato 5º di La Plata
"L’11 febbraio trasferirono molte persone e potevo vedere sotto la benda tantissime gambe che passavano, erano almeno 20 persone. Il giorno dopo sono venuti a prendere me per portarmi in auto al Commisariato 5º di La Plata. Mi misero in una cella, capivo che era una cella perché mi misero contro una parete e pensavo che mi avrebbero fucilato. Sentì una porta di sbarre che si chiudeva ed immediatamente dopo una compagna si avvicinò e mi tolse la benda. Lì ho visto che eravamo in una cella di donne. C'erano molte compagne, tutte eravamo nello stesso stato. Alcune molto peggio in realtà, con ferite sanguinanti, escoriazioni nel viso, le labbra rotte gonfie dalle torture, gli occhi viola, i vestiti distrutti… a Susana le mancava tutta la parte dei capelli in testa a causa dei colpi con un manganello, altre compagne avevano ferite infette, quella è stata la prima cosa che ho visto dopo 8 giorni di sequestro. Realmente quelle immagini sono molto difficili da cancellare. Subito le compagne mi spiegarono dove eravamo. Alcune di loro erano state con me ad Arana, le ritrovo lì e lì le conosco, diciamo, perché non avevamo avuto tempo per parlare. Rimasi lì dal 12 Febbraio al 15 Aprile. Le guardie che ci controllavano, che ci portavano il cibo, quando lo portavano, e che ci colpivano quando facevano le perquisizioni era il personale del commissariato 5º. Non ho alcun dubbio su questo. Erano vestiti con uniforme della polizia di Buenos Aires, parlavano tra loro commentando fatti della vita normale del commissariato. E litigavano tra loro per stare davanti a ricevere il pubblico o stare dietro dove eravamo noi. Per loro era più gratificante stare dietro. Erano particolarmente feroci, facevano le perquisizioni picchiandoci, con insulti, ci palpeggiavano e almeno una volta alla settimana veniva la ‘patota’. Non possiamo identificare con precisione se era personale della polizia o militare o tutti e due insieme. Ma io ho riconosciuto in questo gruppo di gente la persona che mi interrogò ad Arana. Io non ho il nome ma ha delle caratteristiche molto particolari, aveva un intenso profumo, lo chiamavamo "il profumato". Una persona che evidentemente era un ufficiale, molto prolisso nel suo modo di parlare e vestire, lo vedevamo di sotto le scarpe molto lustrate e nere, pantaloni fini a quadretti. Quel cavaliere era al comando della ‘patota’. Le condizioni nel commissariato erano dure, non avevamo niente per coprirci, dormivamo a terra, convivevamo fino a 4 o 5 per ogni cella. Nei due mesi che siamo rimaste lì ci portarono a lavarci due volte. Il cibo era molto sporadico, lo portavano dal seminario (dalla chiesa), lo sappiamo perché lo dicevano loro stessi, non volevano andare a prendere il cibo e uno diceva all'altro di andare al seminario sennò muoiono di fame. A volte stavamo due giorni senza mangiare. Era un liquido, un brodo, con poche cose dentro. Nella cella degli uomini il trattamento era molto peggiore delle donne, soffrivano più perquisizioni, pestaggi, entravano con un bastone in mano. Lì servivano il cibo in piatti piani sul pavimento e cadeva tutto così non mangiavano. In quella cella c’era Miguel, le due volte che mi portarono a lavarmi riuscì a vedere dallo spioncino quello che era quella cella: una stanza di 3,5 x 4 m. con un odore nauseabondo, molti di loro nudi, feriti, con odore di malattia, tutti terribilmente torturati”.
"Il commissariato 5º aveva due funzioni, da una parte era un deposito di prigionieri già torturati ad Arana e d'altra parte arrivavano prigionieri direttamente. Elena de la Cuadra era incinta di 4 o 5 mesi quando la sequestrarono e nella nostra cella c’era Inés Ortega incinta di un mese più di me. Eravamo tre le donne incinte in stato avanzato. Erano incinte anche María Garín di pochi mesi e Silvia Muñoz che stando lì si rese conto che non le veniva il ciclo perché era incinta. Inés era in un’altra cella, quando sono arrivata io lei aveva un regime speciale di trattamento e di cibo, non potevamo parlare con lei e a lei le portavano da mangiare tutti i giorni la mattina e la sera. Aveva spazzolino da denti che ovviamente ci prestava e usavamo tutte. Inés iniziò il travaglio il 12 Marzo nel commissariato e l'aiutarono come poterono quelle che avevamo un po' di esperienza. Rimase 12 ore sul pavimento della cella, noi chiamavamo le guardie e battevamo le porte per farli venire perché le contrazioni erano sempre più ravvicinate. Dopo molte ore, entrò in cella la guardia insieme a Berges, seppi dopo chi era. Portarono Inés in cucina, poi mi raccontò che ebbe il suo bebe bendata. Noi sentivamo gli insulti, le risate, gli scherzi mentre Inés partoriva suo figlio Leonardo. Sentimmo il pianto di quel bebè e dopo fu portata nella cella accanto alla nostra, attraverso la parete ci disse che aveva avuto un bambino e che si chiamava Leonardo. Non ricordo se lo lasciarono due giorni, poi entrò la ‘patota’ con la guardia e sentì una frase che non dimenticherò mai: il colonello lo vuole vedere. E si portarono via Leonardo".

4

Il pozzo di Banfield
"… Aprirono una porta, c'era un corridoio lungo con molte celle. Aprirono la prima cella, mi misero dentro e chiusero la porta che era di metallo ed andarono via. Rimassi lì con Teresa (figlia di Adriana Calvo nata durante la cattività) in braccio (*2). Immediatamente dopo sentì la voce di Patricia Chasque, la compagna che aveva parlato ad Arana e che ho potuto conoscere dopo fisicamente nel commissariato 5º e con chi ho intavolato una relazione molto stretta. Diceva chi è arrivato? Chi sei? Sono Adriana Calvo le dico. Non poteva crederci e si mise a piangere disperatamente perché era convinta che io ero in libertà. Così fu che seppi che c’erano praticamente tutte le compagne donne e uomini e che arrivarono altri detenuti da altri lati. Cioè Banfield era come un secondo deposito, un secondo ed ultimo livello dove tenevano rinchiusi i prigionieri di campi molto diversi (Campo de Mayo, Orletti, San Justo, Bernal, Quilmes, La Plata). Patrizia iniziò a battere le porte e chiamare il capo delle guardie e fare tutte quelle cose che facevamo per sopravvivere, fino che riuscì a farsi passare alla mia cella. La sua prima sorpresa fu vedermi con Teresa e dopo mi raccontò le storie di chi c’era e non conoscevamo. Mi raccontò che Eloísa Castelini aveva avuto il suo bebe pochi giorni prima e che fece il travaglio nella cella di Banfiled, perché a differenza del commissariato le porte erano sempre chiuse, non le aprivano nemmeno per andare in bagno. Solo a me mi permettevano una volta al giorno. L'unica che poteva andare in bagno ero io che avevo la bimba, nella cella c'era in realtà un recipiente che era una bottiglia di varechina tagliata che usavamo per 2 o 3 giorni. O quattro, il tempo che tardavano a ricordarsi di aprire la porta. Patrizia mi raccontò che Eloísa aveva fatto il travaglio del parto in cella e che quando le contrazioni erano molto seguite, riuscirono a farsi aprire le porte e lasciarono uscire tutti e due. Patrizia l’assistette al parto e nacque una bimba che Eloísa chiamò Victoria. Patrizia chiese qualcosa per tagliare il cordone e le portarono una lametta di cucina. Poche ore dopo si portarono via Victoria, che ancora oggi è desaparecida e sua sorella Clarita continua ancora oggi a cercarla”.
"A Banfield ho conosciuto anche Silvia Valenci che aveva avuto sua figlia il 2 aprile, era stata sequestrata al pozzo di Quilmes e quando era quasi a punto di avere il suo bebè la portarono in ospedale. La portò Berges. Lasciarono di guardia un agente di polizia nella sala di parto ma il medico si rifiutò. Silvia diede alla luce il suo bebè e indicò ai medici il nome e l’indirizzo di sua madre per avvisarla che era nata la bimba. Il giorno dopo portarono via la piccola. Poi Berges la riportò al pozzo di Banfield dove l’ho conosciuta. Molti anni dopo parlando con Chicha Mariani (fondatrice di Abuelas de plaza de Mayo), nella prima casa di Abuelas, dove io raccontavo loro sui parti e casi che avevo visto, io non avevo menzionato questo caso (perché non ero sicura, avevo pochi dati, solo il soprannome e pensai che poteva essere una bugia dovuto alle torture), e preferii non raccontarlo. E quando finì di parlare, Chicha mi chiese se conoscevo qualcun altro e mi mostrarono una foto di "la gatta" e la riconobbi. A quel punto Chicha mi confermò che l'infermiera aveva avvisato la madre. La madre fu a cercare sua figlia e sua nipote ma quando arrivò non erano più lì, avevano portato via Rosa, era sparita. Il suo nome fu scritto nel registro dell'ospedale e dopo cancellato. Sua nonna è deceduta e oggi solo sua zia continua a cercarla".
"Voglio sottolineare alcuni fatti importanti accaduti nei 13 giorni che sono stata a Banfield con Teresa in braccio, completamente nuda, senza pannolini, qualcosa per coprirla, niente. L’immensa e indistruttibile solidarietà da parte delle mie compagne. E voglio sottolineare Banfield per delle circostanze tanto particolari. Tutte sapevamo del rischio enorme che si portassero via Teresa in qualunque momento come era successo con gli altri neonati. E loro ebbero un atteggiamento fantastico. L'unico nutrimento di Teresa era il seno. A Banfield si mangiava molto poco, pochissimo, la fame era terribile. Quando ci davano da mangiare ci aprivano le celle e ci facevano sedere nei corridoi, dei 13 giorni è successo solo 2 o 3 volte. Ci davano un brodo in una tazza di plastica. La prima volta io l’ho mangiato disperatamente e la compagna che era alla sinistra mi passò un altro recipiente con cibo. E quello stesso successe le altre 2 volte che mangiammo. Loro si toglievano il cibo affinché io potessi nutrire Teresa. In un altro caso eravamo tutti pieni di pidocchi, inclusa Teresa. Le guardie avevano paura di contagiarsi e decisero di mettere pastiglie di gamexane (veleno per i topi), e quindi aprirono le celle e vennero a chiedermi Teresa. Volevano portarsela via, secondo loro perché il gamexane le avrebbe fatto male. Istintivamente sono andata indietro e afferrai forte Teresa contro la parete e dissi non ve la portate via!.Siccome le celle erano aperte tutte le compagne, circa 20, si misero davanti a me dentro la cella gridando come leonesse “non ve la portate, non ve la portate!”. Formarono una muraglia umana che non potevano attraversare. Teresa rimase con me, ha 29 anni e sta per farmi diventare nonna. Se posso vivere questo, senza dubbio lo devo alle compagne. Voglio esprimere loro la mia gratitudine, il mio omaggio ed assoluto impegno, fino a quando tutti questi genocida finiranno in prigione. Molte grazie".
Il circuito del generale di brigata Ramón Camps coordinato dal suo braccio destro, il direttore delle investigazioni Miguel Etchecolatz, comprendeva almeno 29 centri clandestini di detenzione nel Conurbano di Buenos Aires e La Plata. In tutta Buenos Aires erano oltre 60. Benché all'inizio molti fossero temporanei, all'inizio del golpe c’erano fino a 610 CCDyT e poi il numero si stabilizzò in 364 nei primi anni di dittatura. Oltre il lavoro di raccolta di dati di alcuni organismi di Diritti Umani, lo Stato Argentino fino al momento ha fatto poco o niente per raggiungere la verità su questo genocidio.

5

Dalle diverse indagini portate avanti dall'associazione di ex detenuti e desaparecidos, solo in 8 campi di concentrazione passarono in totale, tra assassinati e liberati, oltre 1.400 persone. Se prendiamo questo dato come la media per gli altri centri, la stima di 30.000 desaparecidos è molto contenuta. La difficoltà per raggiungere la verità si radica giustamente nel carattere di clandestinità delle detenzioni. Per tale motivo è fondamentale che dopo 40 anni della dittatura militare, la società nel suo insieme esiga allo Stato Argentino l'apertura di tutti gli archivi.
Affinché finalmente sia Giustizia.
In memoria di Adriana Calvo e di tutti i compagni desaparecidos.

Info foto: antimafiadosmil.com

ARTICOLI CORRELATI

Argentina, i pozzi dell'inferno

Argentina: il processo sui voli della morte

ANTIMAFIADuemila
Associazione Culturale Falcone e Borsellino
Via Molino I°, 1824 - 63811 Sant'Elpidio a Mare (FM) - P. iva 01734340449
Testata giornalistica iscritta presso il Tribunale di Fermo n.032000 del 15/03/2000
Privacy e Cookie policy

Stock Photos provided by our partner Depositphotos