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Scavo e Porcia minacciati in rete per le inchieste sulla Libia

Per le Nazioni Unite è “uno dei più efferati trafficanti di uomini in Libia, padrone della vita e della morte nei campi di prigionia, autore di sparatorie in mare, sospettato di aver fatto affogare decine di persone, ritenuto a capo di una vera cupola mafiosa ramificata in ogni settore politico ed economico dell’area di Zawyah”. Ecco chi è Abdul Raman al Milad, conosciuto come “Bija” e arrestato alcune ore fa dalle squadre delle forze di dissuasione del Ministero dell’Interno di Tripoli. Bija, pur essendo stato individuato da anni come un trafficante di essere umani, nel 2017 si rese protagonista di quella che venne considerata molto più di una “distrazione” diplomatica. Fece parte di una delegazione ufficiale libica invitata e ospitata in Italia nel 2017 per una serie di incontri sulla gestione dei centri di accoglienza. Un paradosso. Era infatti lì, ufficialmente, come esponente della guardia costiera libica e, nel contempo, stava già nella lista nera dell’Onu, come persona pericolosa. Il lupo al tavolo in cui si decideva degli agnelli. E c’era dell’altro: gli incontri erano stati programmati dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) con la partecipazione di una rappresentanza italiana e di una libica col fine di valutare un progetto finanziato dall’Unione Europea riguardante visite di studio in Italia da parte di una delegazione libica, i cui componenti venivano stabiliti dagli stessi libici. Tra questi c’era, appunto Bija che – si accertò in seguito – aveva ottenuto il visto fornendo false generalità ed esibendo un documento contraffatto.
Nel 2018 l’Onu dispose sanzioni contro di lui.
Nel 2019 per la prima volta viene raccontata la sua partecipazione alla riunione, documentata da una foto inequivocabile, da un reportage di Nello Scavo sul’incontro avuto col Governo italiano presso il Cara di Mineo nel 2017, una notizia imbarazzante perché, di fatto, provava l’esistenza di un accordo tra il Ministero dell’Interno italiano e le milizie libiche che avevano il controllo del traffico di esseri umani per bloccare i migranti alla partenza.
E arriviamo al 2020, con l’arresto in Libia per traffico di esseri umani, appunto
Nel frattempo i giornalisti che hanno seguito più da vicino questa storia, ossia Nello Scavo e Nancy Porcia, hanno scontato pesanti conseguenze, in termini di insulti e minacce. I resoconti giornalistici hanno srotolato un filo rosso che unisce i trafficanti libici a malavitosi italiani e maltesi. Ricordiamo che a La Valletta è in corso il processo per minacce a Scavo da parte del faccendiere Neville Gafà, minacce arrivate proprio nei giorni in cui il giornalista di Avvenire pubblicava inchieste sui respingimenti di Malta verso la Libia e nei quali la figura di Gafà emerge con evidenza. L’ultima udienza, del 15 ottobre, è stata rinviata al 25 novembre per un legittimo impedimento. Nel processo la Federazione nazionale della stampa Italiana, rappresentata dall’avvocato Giulio Vasaturo, è stata ammessa quale parte civile insieme a Scavo.

Tratto da: articolo21.org

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