Gran incendio nelle Isole del Paraná
di Malena Sánchez da Paraná
Le Isole del Paraná bruciano. Il fuoco distrugge l'ecosistema fluviale, il fuoco mette in pericolo la nostra biodiversità. Il fuoco lascia ceneri che contaminano il bacino del Fiume Paraná e riempie Rosario di fumo, un fumo che attacca le vie respiratorie delle persone.
Ho appena detto che le Isole del Paraná stanno bruciando. Ho sbagliato. Le bruciano. Le bruciano i grandi imprenditori, i potenti, che hanno nome e cognome. I proprietari dei campi bruciati sono miliardari, come Pablo Rufino Baggio. Vi dice qualcosa? Il suo cognome è noto per essere il nome di un'azienda produttrice di succhi, che esporta in oltre 70 paesi e fattura milioni all'anno.
Le bruciano, senza controllo. Al punto che il Governo nazionale ha dovuto dichiarare l'emergenza ambientale e una zona critica di protezione ambientale nell'area del delta del Fiume Paraná. È stato inoltre firmato un accordo che vieta per 180 giorni l'incessante rogo delle praterie delle isole.
Ma a loro non importa. L'incendio è continuato anche dopo essere stato dichiarato lo stato di emergenza. Solo domenica scorsa, un paio di giorni dopo la dichiarazione di emergenza ambientale, 385 focolai, dalla città di Santa Fe a Campana. Per il ministro dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile, Juan Cabandié, è stata una provocazione. Ha quindi sollecitato l’approfondimento delle indagini per trovare i responsabili. Che si tratti o meno di una provocazione, gli incendi sono il risultato di un sistema estrattivista che mette sempre più in evidenza le sue conseguenze negative.
Da parte sua, il ministro dell'Ambiente e dei Cambiamenti Climatici della Nazione, Erika Gonnet, ha incontrato i rappresentanti dei governi di Entre Ríos e Santa Fe. Ad un tavolo intergiurisdizionale hanno firmato un accordo Acta di 3 mesi con cui saranno individuati e puniti i produttori che hanno dato inizio agli incendi e la zona sarà monitorata da droni. Di fronte a tale azioni, l'ONG "Il Paraná non si tocca" ha affermato che le misure ufficiali sono benvenute ma tardive ed insufficienti: gli incendi delle zone pluviali risalgono a molto tempo fa e ora hanno raggiunto un livello drammatico. Non c’è mai stata una volontà politica di risolvere il problema, i governi hanno sempre chiuso gli occhi e ora hanno agito tardi.
Pretendiamo la loro attenzione.
Esigiamo una Legge sulle zone pluviali, per proteggere questo ecosistema molto importante per il nostro paese e per il resto del mondo.
La Giustizia di Entre Ríos ha giurisdizione sulle isole al largo della regione. Chiediamo che apra un’indagine che porti a delle azioni penali contro i responsabili, perché i nomi dei proprietari sono noti, ma le fonti giornalistiche affermano che non ci sono ancora imputati. Che vengano incriminati, perché la tecnologia satellitare e il monitoraggio dei droni consentono di vedere dove hanno origine gli incendi. Non bisogna darla vinta agli interessi economici, perché ci sono. Gli incendi delle isole non sono un atto sporadico, inusuale, senza motivo: il motivo del rogo è che un pugno di allevatori cerca di rinnovare i pascoli per le loro mucche. Qui affrontiamo un altro problema: il sistema agrario, il sistema di produzione e consumo alimentare.
L'agrobusiness, padrone di tutto
Un modello produttivo che brucia e distrugge ogni cosa per allevare e ingrassare gli animali che verranno poi uccisi e venduti come cibo. Per il loro allevamento sono necessarie grandi estensioni di terra. Secondo la FAO, circa 1/3 della superficie terrestre del pianeta è destinata all'allevamento del bestiame.
Ma non è tutto: c’è bisogno di soia. Tonnellate e tonnellate di soia transgenica per alimentare questi animali, e il nostro paese, l'Argentina, è il principale esportatore mondiale di alimenti per animali a base di soia, principalmente destinati alla Cina. La FAO spiega anche che il 70% dei cereali del mondo è destinato all'allevamento di animali selezionati come "destinati al consumo". Si stima che i cereali destinati al bestiame, ovviamente con la giusta gestione, potrebbero alimentare 8.700 milioni di persone nel mondo. Ma oggi siamo inseriti in un modello di produzione, distribuzione e consumo iniquo ed esclusivo in cui le colture, oltre ad essere prodotte con pratiche dannose per l'ambiente, non arrivano alle persone che ne hanno bisogno, ma agli animali delle industrie che nutriranno in minor quantità, minore qualità nutrizionale e con un maggiore impatto ambientale. Pretendere un modello di produzione agroecologico è importante, ma qui si apre un’altra discussione: l'alimentazione basata principalmente su animali e prodotti di origine animale.
L'allevamento di bestiame è insostenibile non solo dal punto di vista dell'utilizzo di terre e della distribuzione del grano, ma anche per l’emissione di gas responsabili dell'effetto serra. È una delle principali fonti dianidride carbonica, ossido di azoto e gas metano, i tre principali gas dell'effetto serra. Nel nostro paese l’allevamento emette più CO2 che il settore dei trasporti e, a livello mondiale, emette 70 milioni di tonnellate ogni anno. Le fabbriche hanno bisogno di combustibili fossili durante tutto il processo produttivo: meccanizzazione, refrigerazione e lavorazione industriale, per cui per la produzione di una caloria di proteina animale si ha bisogno di 11 volte più combustibile fossile di quanto ne avrebbe bisogno una caloria di proteina vegetale. Se il mondo adottasse un’alimentazione vegetariana le emissioni di gas serra diminuirebbero del 70%. Oltre a tutto ciò, l'agricoltura animale è la causa principale di contaminazione dell'acqua e l’80% degli antibiotici prodotti vengono utilizzati nella sua produzione, provocando una resistenza agli stessi che è una delle minacce più grandi per l'umanità.
Non dovremmo pretendere quindi, oltre a un modello agroecologico, una graduale transizione verso un modello di produzione basato sui vegetali? I governi non dovrebbero attuare delle politiche pubbliche per promuovere un'alimentazione sana e sostenibile?
Se la produzione e il consumo di carne e di derivati animali non è sostenibile, né sana (ci sarebbero 8,1 milioni di morti sin meno all'anno per motivi di salute, poiché l'alimentazione vegetariana previene malattie come diabete, cancro, colesterolo alto, ecc.), né socialmente giusta, e nemmeno etica e morale, poiché implica lo sfruttamento di milioni di animali, i governi non dovrebbero forse promuovere un'alternativa, una dieta sostenibile? Che generi un minor impatto ambientale e che contribuisca alla sicurezza alimentare e nutrizionale. Che contribuisca affinchè le generazioni attuali e future abbiano una vita salutare. Una dieta che protegga e rispetti la biodiversità e gli ecosistemi, che sia culturalmente accettabile, accessibile, economicamente equa, adeguata a livello nutrizionale, sicura e salutare, e che ottimizzi le risorse naturali ed umane. 
L'alimentazione attuale, basata principalmente su prodotti di origine animale, è un'alimentazione sostenibile? Le prove scientifiche dimostrano il contrario.
Perché gli incendi dell'Amazzonia erano sulle prime pagine di tutti i mezzi stampa, ma ora, se le nostre zone pluviali bruciano, solo pochi ne parlano? Perché gli interventi si limitano a spegnere i roghi e basta? Oltre a questo, ad una legge per le zone umide e che i responsabili vengano puniti, è urgente e necessario un cambiamento radicale, profondo e sistemico, contro questo modello di produzione agricola. Sebbene la soluzione sia collettiva, implica anche una profonda trasformazione personale: a livello individuale e di salute, non possiamo promuovere il consumo di cibo animale. È nostra responsabilità mettere in discussione le nostre abitudini, perché l'alimentazione è un atto politico. Essere coscienti di cosa finanziamo, di quali danni comporta. E, soprattutto, impegnarci, partecipare, per esigere un cambiamento sistematico della produzione e del consumo alimentare, che è oggi uno dei cambiamenti più urgenti. Renderci responsabili per realizzarlo.
Riguardo gli incendi nelle Isole del Paraná, un deputato nazionale, Germán Martínez, ha proposto di creare una riserva naturale per proteggerle. Con una legge saremo in grado di proteggere le zone umide, ma se continuiamo con l’attuale sistema di produzione, cosa possiamo aspettarci? La deforestazione, l'uso eccessivo di risorse naturali, l'inquinamento dell’acqua, l'estinzione di alcune specie ed il maltrattamento verso altre, le emissioni di GES, (gas serra), la resistenza agli antibiotici, le pandemie e le malattie continueranno ad aumentare.
Non lasciamoci offuscare dal fumo. Pretendiamo la protezione delle zone pluviali ed esigiamo azioni legali contro i responsabili, ma questo non deve essere il punto finale, ma l’inizio di un profondo cambiamento. Andiamo oltre e riflettiamo sulle nostre pratiche alimentari, come individui e come società, per cambiare il nostro rapporto con l'ambiente e con tutti gli esseri che lo abitano, per costruire una relazione rispettosa ed equa. L’attuale sistema agrario stermina la vita in tutte le sue forme.
Lottiamo per cambiarlo, perché se non lo facciamo, presto non rimarrà niente.
(17 Luglio 2020)
Foto di Copertina: www.argentinaforestal.com
Foto 2: www.elfederal.com.ar
Foto 3: www.notife.com
Questo è un ecocidio
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