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di Karim El Sadi - Video
La proposta: Gerusalemme capitale di Israele e annessione dei territori occupati. In cambio, 50 miliardi per la nascita della “Nuova Palestina”

Per Abu Mazen richieste irricevibili, “Gerusalemme non è in vendita”, e convoca la Lega Araba

Un accordo promosso, discusso e stipulato da Israele e Stati Uniti per il destino della Terra Santa, e quindi soprattutto dei palestinesi, senza il coinvolgimento, né tantomeno il consenso di questi ultimi. Basterebbe questa breve premessa per comprendere chiaramente la follia del “Century Deal”, l’"Accordo del secolo" ideato dal genero e consigliere di Donald Trump, Jared Kuchner, annunciato ufficialmente lo scorso giugno a Manama (Bahrein) e presentato ieri a Washington dal presidente Usa in compagnia dell’omologo israeliano, e amico, Benjamin Netanyahu. Per il mega evento il salone dell’East Wing della Casa Bianca si è gremito di giornalisti provenienti da tutto il mondo insieme a una claque di diplomatici Statunitensi accompagnati dall’intera delegazione israeliana. Totalmente assenti, invece, i palestinesi, da Abu Mazen ai vari rappresentanti dei partiti politici, che seppur avendo bocciato unilateralmente il piano, non sono stati comunque invitati a discuterne la struttura né a partecipare alla presentazione ufficiale. I due leader arrivati insieme in sala stampa hanno subito preso parola confermando, in seguito, le inquietanti anticipazioni del piano giunte nei mesi scorsi. “Oggi Israele compie un grande passo verso la pace - ha esordito Trump - la pace non ha nulla a che fare con la politica. La gente in Medio Oriente, soprattutto i giovani, sono pronti per un futuro migliore. È giunto il momento per una svolta storica”. “La nostra proposta - ha aggiunto dopo uno scroscio di applausi da parte dei suoi - elabora soluzioni e tattiche per rendere più sicura e prospera la regione. Abbiamo pensato a una soluzione a due Stati che permetta di fare un grande passo verso la pace”. La realtà però, come vedremo, è tutt’altra. Il “piano del secolo” ha tutto l’aspetto di un diktat unilaterale emanato alle spalle della controparte palestinese emarginata, ignorata, umiliata con una serie di misure punitive (come ad esempio la chiusura dell'ambasciata dell'Autorità palestinese a Washington e la chiusura dei rubinetti all’UNRWA).
Non solo. Se si scende nei dettagli delle proposte irricevibili avanzate da Washington e Tal Aviv, il progetto, come lo ha definito l’associazione non governativa israeliana per i diritti umani B’Tselem, “è più simile all’Emmental svizzero, con il formaggio offerto agli israeliani e i buchi ai palestinesi”. Sì perché analizzando le 180 pagine del documento, che non sono 80 come ha anticipato Trump alla stampa (segno di quanto quest’ultimo sia realmente a conoscenza della cosa), si va a delineare un quadro sconcertante della situazione con l’ago della bilancia pesantemente sbilanciato e pendente verso Israele. Nulla di nuovo.

La “Nuova Palestina”
Trump ieri a Washington ha delineato la soluzione definitiva con cui gli Stati Uniti intendo assegnare ufficialmente quasi tutto il territorio della Palestina storica ad Israele ad eccezione di qualche frammento di terra donald trump accordo del secolo cartinaentro i quali l’amministrazione Trump ha previsto la nascita di uno Stato palestinese. Uno stato fantoccio privo di sovranità, in quanto non titolare della gestione del suo spazio aereo e dei suoi confini (di cui sarà privo) che di fatto saranno sotto il controllo di Israele. In pratica l’"Accordo del secolo” prevede che i palestinesi saranno ridotti in una frazione più piccola della Palestina Storica, dal 22% (la linea verde del 1967) a uno scarso 12%, dove saranno confinati all’interno di una serie di bantustan (i territori del Sudafrica e della Namibia assegnati alle etnie nere durante l’Apartheid, ndr), a loro volta circondati da insediamenti israeliani, collegati alla striscia di Gaza da una combinazione di strade e tunnel. Le immagini della ripartizione territoriale (in foto), una in inglese e una in arabo, pubblicate con fierezza sul profilo Twitter del presidente Trump rendono bene l’idea di quella che sarà la "Nuova Palestina”. Il piano prevede inoltre la donazione da parte dell’Egitto di terreni, non abitabili, per costruire un aeroporto, un’area industriale e una zona di libero commercio e per l’agricoltura. Per fare tutto ciò, ha annunciato il tycoon, sul tavolo sono previsti investimenti per 50 miliardi di dollari, metà dei quali spetteranno ai paesi dove vengono ospitati i profughi palestinesi (Egitto, Libano e Giordania). Soldi che tuttavia non saranno direttamente gestiti dall’Autorità nazionale palestinese, ma da una banca multinazionale di sviluppo per “assicurare buona gestione e impedire la corruzione”.
Ad ogni modo il piano per Washington ha delle condizioni chiare e invalicabili. L’Autorità Nazionale Palestinese che, va sottolineato, non è mai stata consultata dovrà riconoscere Israele come uno “stato ebraico”, “respingere il terrorismo in tutte le sue forme”, smantellare “completamente” Hamas e rafforzare le loro istituzioni. I palestinesi dovranno quindi accettare uno stato smilitarizzato. Israele rimane responsabile della sicurezza e del controllo dello spazio a ovest della Valle del Giordano, mentre Hamas, che controlla la Striscia di Gaza, sarà “disarmato”. Sempre sul punto sicurezza lo stato della "Nuova Palestina" non potrà avere un esercito nazionale e non potrà dotarsi di armi se non di quelle in uso dalla polizia. Inoltre sulla base di un accordo che dovrà essere firmato tra le parti, Israele diventerà il garante della difesa della Nuova Palestina da qualsiasi aggressione estera ma la "Nuova Palestina" dovrà pagare questo servizio per una cifra che dovranno discutere Israele coi vicini paesi arabi. Oltre al danno pure la beffa. Palestinesi e israeliani hanno 4 anni per le trattative, dopodiché, ha detto il presidente Usa, “scadrà l’ultima opportunità per arrivare a una pace in Medio Oriente”. Parafrasando, secondo gli esperti, al termine stabilito se i palestinesi non riusciranno a trovare un accordo, o peggio ancora, decidessero, come è oramai chiaro che avverrà, di respingerlo, Israele si sentirà autorizzato ad usare la mano pesante con i palestinesi appropriandosi piano piano del territorio loro rimasto. Inoltre gli Stati Uniti procederanno ad attuare un taglio considerevole agli aiuti economici in Cisgiordania.

“Gerusalemme capitale indivisibile di Israele”
Nessuna sorpresa sullo status Gerusalemme alla quale il documento, intitolato “Vision for Peace”, ha dedicato un intero capitolo. “Gerusalemme rimarrà la capitale sovrana indivisibile dello Stato di Israele”, si legge. La novità invece è che per i palestinesi verrà riconosciuta come capitale una parte di Gerusalemme Est, non quella equivalente alla parte occupata e annessa da Israele nel 1967 che i palestinesi rivendicano come capitale del loro Stato, quanto piuttosto un sobborgo di essa, cioè località di periferia come Abu Dis, tecnicamente situate a Gerusalemme ma sul lato orientale della barriera di sicurezza che separa Israele dai Territori Palestinesi.



Gli abitanti arabi saranno trasferiti per diventare cittadini della Nuova Palestina e non più israeliani. Il comune di Gerusalemme sarà responsabile di tutti gli affari nei territori di Gerusalemme ad eccezione dell’Istruzione che sarà curata dalla Nuova Palestina che pagherà al Comune della Gerusalemme ebraica una tassa per l’Acqua e per l’Arnuna, l’imposta di residenza che sono costretti a pagare gli abitanti arabi della Città Santa. Gli arabi inoltre non potranno comprare le case degli ebrei e viceversa.
Quanto ai luoghi di culto, il presidente americano ha chiesto il mantenimento dello status quo sulla spianata delle moschee, dove si trova la moschea di al-Aqsa, che Trump in conferenza stampa ha erroneamente chiamato “Al Aqua” scatenando l’ironia sui social, mantenendo il controllo della Giordania su questo luogo.

Colonie
Nel “Century Deal” è inoltre prevista l’espansione del territorio israeliano grazie all’annessione immediata da parte di Tel Aviv della maggioranza delle colonie (costruite in violazione delle leggi internazionali) situate nella Cisgiordania occupata: circa il 30% della Cisgiordania tornerebbe quindi allo Stato ebraico, in cambio di una porzione di territorio, per lo più desertico, al confine con l’Egitto. Nel frattempo Israele si impegnerebbe a congelare la costruzione di nuovi insediamenti nelle colonie per quattro anni, il lasso di tempo concesso a entrambe le parti per definire con una trattativa i dettagli di un accordo globale qualora si decidesse di proseguire per questa strada.

I rifugiati
E i profughi? Non potranno tornare. Per i 5,5 milioni di palestinesi che vivono negli altri paesi del Medio Oriente, scappati dall’esercito israeliano nel 1948 e nel 1967 a seguito della Nakba e della Guerra dei Sei Giorni, l’accordo non prevede il diritto al ritorno, riconosciuto dalle Nazioni Unite. I rifugiati pertanto potranno decidere se vivere nel futuro Stato palestinese, integrarsi negli Stati in cui già risiedono o stabilirsi in un Paese terzo. Gli States, ad ogni modo, hanno promesso di “lavorare con la comunità internazionale” per aiutare “generosamente” questo processo di reinsediamento. Una promessa che probabilmente faticherà a vedere la luce. Basti pensare che lo stesso Trump nel 2018 ha ordinato il taglio dei finanziamenti (circa 200 milioni di dollari) all’agenzia dell’ONU dedicata al sostegno dei rifugiati palestinesi (Unrwa) mettendo in difficoltà gran parte della popolazione di Gaza.

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Il presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen © AFP


La rabbia dei palestinesi

Il fatto che Israele e Stati Uniti avessero fatto i conti senza l’oste aveva di per sé già fatto infuriare i palestinesi ai tempi della conferenza di Bahrein. Ma ora che quel piano è stato presentato ufficialmente, per giunta in maniera autoritaria e priva di qualsiasi dialettica diplomatica, la rabbia della gente è diventata incontenibile. Manifestazioni e raduni palestinesi si sono tenuti quest’oggi a Gaza, Ramallah e altre località. Una giornata segnata da scontri con l’esercito israeliano che il governo ha dispiegato in massa in varie zone dei territori occupati in previsione di quella che i palestinesi hanno chiamato “Giornata della collera” contro l’Accordo del secolo. Il presidente dell’Anp, Abu Mazen, nel frattempo ha rifiutato di ricevere una copia del piano Usa e ha chiesto la convocazione d’urgenza della Lega araba dichiarando che “Gerusalemme non è in vendita”.
E’ un fronte unito quello palestinese. Da Fatah a Hamas, passando per i movimenti popolari, tutti concordano nel rispedire al mittente la proposta per “la pace in Medio Oriente”. Troppo basse le concessioni da parte israeliana e troppo alte le richieste avanzate dagli americani: nessun diritto ai profughi di ritornare, Gerusalemme riconosciuta come capitale indivisibile di Israele e annessione degli insediamenti illegali nei territori occupati. Richieste irricevibili che da sole sopprimono qualsiasi idea di uno stato palestinese, ma formalizzano il sogno sionista di una Grande Israele, contenente enclavi autonome di palestinesi che non avranno pari diritti degli israeliani. Il tutto in completa violazione del diritto internazionale.

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Alcuni manifestanti palestinesi © AFP

La reazione dei paesi arabi
Sul piano internazionale, diverse sono state le reazioni al lancio del “Century Deal”. Il re Abdallah di Giordania è stato uno dei primi a rispondere in Medio Oriente al progetto di Trump, affermando che uno stato palestinese indipendente deve basarsi sulle linee guida del 1967 con Gerusalemme Est capitale: “La soluzione a due stati che soddisfa i legittimi diritti del popolo palestinese, in conformità con il diritto internazionale, è l’unica strada per una pace globale e duratura”. A parlare dal regno anche il ministro degli Esteri Ayman Safadi che ha messo in guardia gli attori del piano: “Sulle conseguenze pericolose di qualsiasi misura unilaterale possa essere adottata da Israele e dalla imposizione di fatti sul terreno come l’annessione, l’espansione di insediamenti nei territori palestinesi occupati e la violazione dei luoghi santi di Gerusalemme, a non cercare la collaborazione con i palestinesi e a stare attenti alle pericolose conseguenze delle misure unilaterali che gli israeliane potrebbero prendere”. Ad aggiungersi alle dure parole della Giordania, anche quelle dell’Iran. "Progetti malefici come questo sono destinati al fallimento", ha spiegato il portavoce del dicastero degli Esteri iraniano, Abbas Mousavi. Il portavoce ha poi detto che l'Iran è pronto, nonostante le differenze in materia con i paesi della regione, a cooperare e contrastare "il complotto contro il mondo islamico che si nasconde dietro questo accordo del secolo”. Non da meno è stata la posizione della Turchia. “Questo piano è un piano di annessione che ha lo scopo di uccidere la soluzione dei due stati e rubare terre ai palestinesi. Queste proposte sono già morte in partenza”, ha detto il ministro degli Esteri turco. Russia e Europa da parte loro, senza esporsi troppo hanno invitato le due parti al dialogo e a intavolare trattative. Di tutt’altro avviso, invece, sono state le altre potenze del vicino oriente, Arabia Saudita, Egitto, Emirati arabi e Qatar, che, seppur con qualche sfumatura diversa, hanno aperto all’iniziativa intrapresa dal governo americano. Una vera e propria pugnalata, la loro, alle spalle del popolo palestinese.
(29 gennaio 2020)

Clicca qui per leggere il documento "Vision for Peace"

Foto di copertina © Reuters

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