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arresti el salvadordi Piero Innocenti
I 3.341 omicidi alla fine del 2018 in El Salvador, una media, cioè, di 9 morti ammazzati al giorno, pongono ancora il paese tra i più violenti al mondo.
Un compito non facile per il nuovo presidente Nayib Bukele, ex sindaco della capitale, vincitore delle elezioni di pochi giorni fa (la sesta tornata elettorale dopo la guerra civile terminata nel 1992) che si insedierà ufficialmente a giugno prossimo subentrando all’ex guerrigliero Salvador Sanchez Ceren.
Nei cinque anni del mandato di Ceren, si contarono 3.921 omicidi nel 2014, aumentati a 6.656 nel 2015 per poi scendere a 5.280 nel 2016 e a 3.962 nel 2017 (fonte, Istituto di Medicina Legale, febbraio 2018). Le statistiche non considerano le centinaia di persone “scomparse” e mai più ritrovate, vittime, in gran parte dei casi, di “lupara bianca” (come si direbbe dalle nostre parti).
La diffusa povertà (un terzo della popolazione, cioè circa 2,5 milioni di persone, guadagna meno di 5 dollari al giorno) e lo stato di disoccupazione contribuiscono al clima di violenza quotidiana che, anche in questo primo mese del 2019, ha già fatto registrare almeno 150 omicidi in tutto il Paese.
Sempre consistente il flusso migratorio di salvadoregni che si dirige verso gli USA attraversando, insieme a molti altri migranti del centro America, il Messico ma spesso senza riuscire a superare il confine. Sono ben noti i problemi di sovraffollamento registrati, in particolare in questi ultimi mesi, in alcune città messicane al confine americano, dove si sono concentrate diverse migliaia di persone alle quali è stato impedito di varcare il confine in quanto “minaccia nazionale” (affermazione del presidente americano).
Il narcotraffico continua ad essere la principale attività della criminalità salvadoregna, scarsamente contrastata dalle forze di sicurezza, il cui bilancio annuale nello specifico settore appare modesto in confronto al fenomeno (una decina di tonnellate di stupefacenti complessivamente sequestrati di cui 5ton di marijuana, in una sola operazione, a novembre 2018. In Italia, le forze di polizia e le dogane nel 2018 hanno sequestrato oltre 100 ton, un quantitativo analogo a quello del 2016 e del 2017).
Il trasporto egli ingenti carichi di cocaina provenienti dalla Colombia viene garantito, da decenni, dai narcotrafficanti specializzati nel settore come il cartello di Texis e i Los Perrones. Moltissimi episodi di criminalità e di violenza sono sempre riconducibili agli scontri tra le due bande storiche (“pandillas”) della Mara Salvatrucha (MS13) e della M18 (conosciuta anche come Barrio18) e la polizia.
In molti casi sono rimasti coinvolti in gravissimi fatti di violenza anche uomini delle istituzioni e militari dell’ esercito come ebbe a denunciare alle Nazioni Unite, giusto un anno fa, Agnes Callamard, Alto Commissario per i diritti umani. Erano i giorni in cui un tribunale condannava alcuni poliziotti per aver assassinato alcuni pandilleros nel barrio della Libertad della capitale.
Tornando alle “pandillas” (sono presenti anche in diversi paesi del CentroAmerica, ma anche negli Usa e in Canada), sono loro che gestiscono lo spaccio di stupefacenti in tutte la piazze del Paese oltre alle attività estorsive, alle rapine, agli omicidi su commissione. Il Ministro della Difesa salvadoregno, a novembre dello scorso anno, ha parlato di circa a 60mila persone “impiegate” dalle due bande nelle molteplici attività criminali. Tre volte il numero degli addetti di Hanesbrands e Fruit of the Loom, le due principali aziende salvadoregne.
Una situazione destinata a peggiorare anche per una diffusa corruzione a livello politico locale che poco più di 4 anni fa aveva coinvolto persino l’ex presidente Francisco Flores, destinatario di un mandato di cattura e deceduto nel 2016 mentre era agli arresti domiciliari.
Garantire maggiore sicurezza per i cittadini e tamponare il flusso di salvadoregni in fuga da un Paese troppo violento restano gli obiettivi primari.

Tratto da: liberainformazione.org

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