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discarica webdi Alessio di Florio
Sono ormai oltre 20 gli impianti e i capannoni di rifiuti colpiti da incendi nel 2018 nella sola Lombardia. La cartina degli incendi a partire dal 1° maggio dell’anno scorso mostra quella che sembra una netta prevalenza del nord rispetto al sud della penisola. Quell’area che un recente rapporto sulla qualità dell’aria, diffuso dall’Agenzia Europea per l’Ambiente, ha documentato essere la più inquinata d’Europa. A Brescia e in altre zone del Nord Italia ogni milione di abitanti 200 bambini vengono colpiti dal cancro. La media nazionale è 175, in Campania sono 165. L’estate scorsa il bresciano, e non solo, fu colpita da una gravissima epidemia di polmonite. Forza Italia e Lega Nord immediatamente puntarono il dito sulla presenza di migranti, chiedendo espulsioni di massa. Ma la causa, è stato accertato e documentato, era altrove. Le indagini infatti misero nel mirino 3 torri di raffreddamento di aziende locali e la possibile presenza di legionella in acqua contaminata.

L’inquinamento del bresciano e il Sin Brescia-Caffaro
In una lettera al Giornale di Brescia il dott. Sergio Perini, medico di Carpenedolo e socio dell’Isde-Medici per l’Ambiente, ha descritto uno scenario devastante. Questi alcuni passaggi della sua lettera. “Il fiume Chiese, area coinvolta in questa epidemia, anche a seguito della presenza di una nuova diga per centrale idroelettrica a Mezzane di Calvisano, ha creato nel suo alveo zone di acqua ferma, pabulum ideale per i batteri. - Sui terreni agricoli dei comuni della Bassa sono continuativamente gettati, da industrie di smaltimento, fanghi di depurazione mescolati a vari altri residui carichi di metalli pesanti e sostanze inquinanti con l’adesione consapevole di molti agricoltori. […] Nei comuni di Montichiari, Castenedolo, Mazzano, Bedizzole, Ghedi, dopo aver speculato sulla estrazione di ghiaia, i proprietari di cave o varie società create ad hoc gestiscono una diversa tipologia di discariche. Solo il comune di Montichiari, ormai considerato la «pattumiera d’Italia", ha sul suo territorio ben 13 discariche, ovviamente tutte autorizzate dalla Regione Lombardia. La frazione di Vighizzolo (2.000 abitanti) spesso esperimenta cosa voglia dire la puzza di quell’area con alcuni ricoveri per intossicazione”. E’ lo stesso territorio dell’ex Caffaro, l’azienda che dagli Anni Trenta alla metà degli Anni Ottanta ha prodotto migliaia di tonnellate di Pcb (policlorobifenili), un pericoloso cancerogeno, sversandone centinaia di tonnellate allo stato puro nell’ambiente circostante. Nata in un’area di 40.000 mq, lo stabilimento s’ingrandì fino a raggiungere nel secondo dopoguerra i 110.00 mq. Un’area che dal 2002 è inserita nell’elenco nazionale dei Sin (Siti di interesse nazionale). “L’inquinamento provocato dall’attività produttiva della Caffaro - descrive l’Arpa Lombardia - oltre ad aver contaminato i terreni sottostanti lo stabilimento, si è diffuso nelle aree a sud dell’azienda mediante lo scarico delle acque industriali nelle rogge”. “Ma anche la movimentazione dei rifiuti e dei suoli contaminati - scrive ancora l’agenzia lombarda per la tutela dell’ambiente - ha contribuito a generare nel territorio Bresciano aree contaminate: quali ad esempio la discarica Vallosa di Passirano, Dalle indagini ambientali avviate nel 2000 sull’area dello stabilimento Caffaro e nelle sue immediate vicinanze è emerso un inquinamento del suolo con valori fino a migliaia di volte al di sopra dei limiti di legge (CLA ora CSC)* stabilite dalla normativa (prima dal D.M. 471/99 ed ora dal D. Lgs. 152/06) per le diverse destinazioni d’uso: residenziale/verde pubblico e industriale/commerciale. Nell’area dello stabilimento gli inquinanti - quali policlorobifenili (PCB), policlorobenzodiossine e dibenzofurani (PCDD/F), mercurio, arsenico, solventi si sono spinti nel sottosuolo fino a una profondità di oltre 40 mt, determinando di conseguenza anche la contaminazione della risorsa idrica sotterranea”. Secondo il Consiglio di Stato, che nell’agosto scorso ha respinto il ricorso della Caffaro contro una sentenza del TAR che le imponeva la messa in sicurezza e la bonifica del sito bresciano, è provata “la responsabilità della ricorrente appellante per la situazione di inquinamento delle rogge creatasi, anche per quanto riguarda l’inquinamento dell’acquifero profondo e di due aree pubbliche esterne allo stabilimento, ovvero i parchi pubblici Campo Calvesi e Passo Gavia”. La Commissione bicamerale ecomafie l’anno scorso mise nero su bianco che “l’inquinamento si propaga da anni e si sta espandendo sempre di più verso i siti esterni dello stabilimento, interessando ad oggi anche aree esterne alla perimetrazione del SIN Brescia - Caffaro” e “l’acqua della falda acquifera emunta dallo stabilimento non è adeguatamente decontaminata e lo scarico di tali acque sta, a sua volta, contaminando sia le acque, sia i sedimenti delle rogge acquifere circostanti
Secondo una ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità, realizzato in collaborazione con il registro nazionale dei tumori, tra i cittadini di Brescia il tumore maligno alla tiroide segna un più 49 per cento di incidenza a Brescia rispetto al Nord Italia, il linfoma non hodgkin più 20 per cento, il tumore al fegato il più 58 per cento, mentre infine il tumore al seno schizza al 26 per cento in più. Dati che, secondo gli estensori della ricerca, potrebbero essere correlati al pcb.

Gli ultimi incendi lombardi e la “Terra dei Fuochi” del Nord
E qua torniamo ai roghi di impianti e capannoni di rifiuti, che per varie settimane l’estate scorsa sono stati un’altra emergenza continua. Il 3 gennaio scorso un vasto incendio interessò un capannone nel pavese, dove era presente una considerevole mole di rifiuti. Le indagini su quest’incendio ad ottobre hanno portato a 6 arresti con l’accusa di attività organizzata per il traffico e la gestione illecita di rifiuti e incendio doloso. Rifiuti stoccati abusivamente nel capannone, almeno a partire da ottobre dell’anno scorso, e provenienti da aziende del milanese secondo quanto documentato dagli inquirenti. Sempre tra Milano e Pavia una precedente inchiesta, nel luglio scorso, ha portato a 9 arresti. Traffico illecito di rifiuti, creazione di discariche abusive, frode in commercio e falso nelle pubbliche registrazioni le accuse. Accertata la presenza di nove siti tra impianti e aree destinate al trattamento dei rifiuti e 12 automezzi utilizzati per realizzare gli illeciti. L’inchiesta ha documentato anche un caso di estorsione a mano armata e l’incendio di un capannone di rifiuti. Nella notte tra il 14 e il 15 ottobre scorsi due incendi - a distanza di sole sei ore - colpirono un impianto di stoccaggio rifiuti a Novate e uno a Quarto Oggiaro. Quest’ultimo, che divampò per giorni, si caratterizza per una vicenda societaria intricata e che appare difficile persino da seguire. Il capannone, di proprietà della Ipb srl, nel marzo scorso è stata affittata alla Ipb Italia srl. Le due società hanno nomi simili ma non sono correlate. Nelle ore successive all’incendio, l’amministratore unico della proprietaria del sito Carmine Pettinato ha reso noto di essersi rivolto alla magistratura “a seguito di segnalazioni di lamentele dei residenti”. Il giovedì precedente l’incendio un sopralluogo di tecnici comunali e polizia locale hanno documentato che il capannone, vuoto fino a luglio, era stracolmo di 16mila metri cubi di rifiuti fino al soffitto . Secondo il vicesindaco di Milano Anna Scavuzzoin quel capannone i rifiuti non dovevano esserci”. Secondo alcune ricostruzioni della stampa lombarda fino al 24 ottobre la Ipb Italia avrebbe potuto sfruttare le autorizzazioni della Ipb srl. Ma, pare che la Ipb srl non avesse mai ottenuto il via libera per la voltura dell’autorizzazione al trattamento di rifiuti né pagato i diritti annui necessari per restare nell’Albo nazionale dei gestori ambientali. Secondo quanto riferito alla stampa dal vicesindaco Scavuzzo, a fine agosto l’azienda aveva già ricevuto da parte della competente Città metropolitana un diniego alle autorizzazioni necessarie a lavorare a causa di irregolarità riscontrate nella fideiussione necessaria per coprire un eventuale danno ambientale. Dopo il sopralluogo del giovedì precedente, riferisce sempre il vicesindaco di Milano, la Città Metropolitana era pronta ad un nuovo diniego all’autorizzazione ad operare per la Ipb Italia. Un altro dato è emerso dopo l’inizio delle indagini sul rogo: il 13 ottobre è entrata ufficialmente in carica la nuova amministratrice delegata - Patrizia Geronimi - dopo che il precedente amministratore - Mauro Zonca - era cessato da tutte le cariche due giorni prima.

Nell’articolo del gennaio scorso sono state riportate le dichiarazioni del pentito Nunzio Perrella su Brescia ed altri comuni della Lombardia. L’ex camorrista aveva dichiarato alla trasmissione di Rai2 Nemo che tutto il Nord sarebbe stato riempito di rifiuti tossici e che la provincia di Brescia sarebbe “messa peggio” della Campania. Nelle interviste a Nello Trocchia Perrella fece riferimento anche a Ferrara. Amministratori e politici di entrambe le città si affrettarono a smentire e dichiarare inaffidabile il pentito. Sui traffici di rifiuti a Ferrara merita attenzione la testimonianza dell’ex presidente provinciale di Legambiente Marzia Marchi. Premesso di non avere notizie rispetto a quanto dichiarato da Perrella, la Marchi ha posto l’attenzione sulla zona di via Caretti, al centro di varie proteste proprio per gli inquinanti delle vecchie discariche. Luoghi destinati, sottolinea l’ambientalista, per scarti dell’edilizia e materiali elettronici. In realtà - ha dichiarato Marchi al Resto del Carlino – “venivano versati in grande quantità rifiuti provenienti, si è detto, dal petrolchimico; sostanze che hanno originato le peci clorurate del Cvm - incalza la Marchi -; anche quella era una discarica gestita dell’Amiu, c’era un guardiano ma alla sera se ne andava. E alla sera, spessissimo, arrivavano i camion”. Testimonianza simile dieci fa fu raccolta sempre dal Resto del Carlino di un ex operaio Amu, Vittorio Galletti. “Venivano tutti, a scaricare, bastava dichiarare il peso dei materiali e si buttava qualunque cosa: rifiuti urbani, scarti di fabbrichette, latte di vernici e solvente, legno, tanta plastica. Qualche volta chiedevo se potevamo accettare tutta quella roba, i superiori mi dicevano che potevamo evitare troppe formalità. Però autorizzazioni scritte non ci sono mai state rilasciate”. “Un giorno, in un fondo privato che non veniva gestito dall’Amiu ma che ricordo bene - raccontò sempre Galletti - mi fu detto di portare là uno scarrabile da 19 metri: si trattava di una strana fanghiglia che non faceva neppure odore. Quella discarica fu chiusa, ma passando si vedono ancora piante brutte, frutteti messi male”.

Se solo i recenti incendi hanno colpito l’attenzione dell’opinione pubblica, la storia ha remote radici. E lo documentano anche atti parlamentari. Il 16 dicembre 1999 la Commissione Parlamentare Bicamerale d’inchiesta “sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse” approvò la relazione sulla Lombardia. “Numerosi impianti di smaltimento o gestione dei rifiuti” scrissero i commissari hanno attirato l’attenzione della polizia giudiziaria e della magistratura. Attenzione rivolta soprattutto “al controllo di impianti che sembravano apparentemente leciti”. Dopo aver evidenziato le varie inchieste sui traffici illeciti in partenza dalla Lombardia per giungere nel Lazio, in Abruzzo - come sottolineato nel precedente articolo di Gennaio e in Campania, i commissari riportarono lo stato delle indagini su alcuni di questi impianti.

Tratto da: lagiustizia.info

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