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La dirigente della comunità mapuche Pillán Mahuiza, Moira Millán, è arrivata fino a Buenos Aires per cercare sostegno e protezione per il suo popolo, dopo aver ricevuto delle minacce e aver visto rifiutare la sua richiesta di "habeas corpus" presentata presso il Tribunale della città di Esquel.
Secondo il diario Pagina 12, la dirigente ha preso contatto a Buenos Aires con diversi organismi di Diritti umani cercando concretamente una strategia di protezione.  
"Sarebbe un'ironia chiedere allo Stato di difenderci, perché è proprio lo Stato che ci perseguita e ci uccide, e per questo motivo preferisco interpellare tutta la società: sono venuta qui affinché tutti voi abbiate cura di me, e l'unico modo per farlo è denunciando quello che sta succedendo. C’è un settore che ha potere politico, armi e gode di molta impunità, minacciando le nostre vite e convivendo con noi nello stesso territorio”, ha dichiarato Moira Millán alla stampa, “Non abbiamo possibilità di avere una Corte Costituzionale affidabile, alla quale ricorrere in cerca di aiuto. Per questo motivo ricorriamo al popolo, perché crediamo che uniti e organizzati possiamo essere più tutelati e trovare  delle soluzioni al problema dello Stato”.
"Sono tempi in cui dobbiamo unirci per riavere i diritti che ci sono stati negati e raddoppiare la scommessa: non solamente pretendere da questo governo di mettere fine alla repressione nel nostro territorio, ma di impegnarsi anche a garantire e creare nuovi strumenti legali per la nostra protezione”.
Moira Millán è stata protagonista di una storia di persecuzione che ha avuto come fase embrionale un presidio pacifico del Tribunale di Esquel a seguito delle irruzioni nella comunità Vuelta del Río, per ordine del Giudice Guido Otranto. Successivamente, il 21 settembre, quando il magistrato Carlos Díaz Mayer si recò sul posto, Millán, d’accordo alla risoluzione adottata dalla comunità, decise personalmente di perquisire i poliziotti che entravano lì, perché era stato deciso che le forze dell'ordine non entrassero armati.  
Posteriormente a questo episodio inedito ed eccezionale, le minacce contro di lei si sono intensificate al punto di ricevere telefonate da un uomo che diceva "a te piace toccarmi, vedrai cosa faremo, e le ripeteva ‘sgualdrina’, ‘puttana’. Ugualmente nella porta della sua casa le hanno fatto trovare una volpe morta e picchiata.  
Ai giornalisti argentini che ha incontrato durante la sua permanenza nella città di Buenos Aires ha detto ancora:  "Le forze dello Stato agiscono come manodopera privata dei latifondisti" e ha lamentato che prima "lottavamo per i nostri diritti ed oggi lo facciamo per continuare a vivere”.

*Foto: Pagina 12

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