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morabito rocco manifestiArrestato in Uruguay, era uno dei mafiosi più ricercati
di Jean Georges Almendras
“La Difesa di Rocco Morabito ha un asso nella manica”, titolava il quotidiano El País di Montevideo dell’11 Settembre. Sarà?
Ricercato dalla giustizia italiana dal 1995, Rocco Morabito, o Francisco Antonio Capeletto Souza, come si faceva chiamare negli ultimi 13 anni con tanto di documenti falsi, si trova attualmente recluso nel Carcere Centrale di Montevideo in attesa dell’estradizione nella sua terra natale, dopo essere stato tratto in arresto lo scorso 2 settembre in un hotel della capitale uruguaiana.
Non appena è stata resa nota la notizia della cattura del boss di ‘Ndrangheta, operante in Italia ma anche in Uruguay, gli ingranaggi della giustizia si sono messi in modo celermente, non solo per riportarlo nello stivale, ma anche per definire il circuito delle sue attività, presumibilmente illecite, soprattutto nell’intero periodo della sua latitanza. In Uruguay, Morabito viveva una tranquilla routine da cittadino modello, padre di famiglia, sposato a una donna di Angola - con passaporto portoghese - e con una figlia adolescente.
Francisco Antonio Capeletto Souza, 50 anni di età, risiedeva in una lussuosa ‘maison’ di Punta del Este, dal nome “Salve”, ed era noto nel dipartimento di Maldonado come un uomo di affari che si dedicava alla vendita di immobili rurali e al commercio della soia. Niente faceva sospettare che potesse trattarsi di uno dei mafiosi italiani più ricercati, insieme a figure del calibro di Matteo Messina Denaro, del camorrista Marco Di Lauro e dei boss Giovanni Motisi e Attilio Cubeddy.

morabito rocco c cnn

Nonostante la tranquilla vita dell’imprenditore italiano, fatta di comodità ma senza lussi appariscenti così da tenere un basso profilo, Morabito fu arrestato a causa di un suo errore: dopo una lite con la moglie era andato a dormire in un hotel, dove è stato poi individuato. L’Interpol sarebbe stata già a conoscenza del fatto che Morabito si trovava in Uruguay dal mese di marzo, e la sua impronta digitale corrispondeva a quella in possesso dell’Identificación Civil. Il boss calabrese avrebbe inoltre iscritto la figlia all’Istituto scolastico con il suo vero nome.
I dati e le coincidenze raccolte nelle indagini hanno portato all’ordine di fermo lo scorso 2 settembre, quando Morabito è stato tratto in arresto e ammanettato nella stanza dell’hotel dove si trovava, e dove si sentiva al sicuro dalla giustizia del suo Paese. Le autorità gli hanno confiscato, tra le altre cose in suo possesso, documenti e cellulari, dollari, un’arma da fuoco e coltelli. Passo dopo passo sono arrivati a Punta del Este, dove sono stati perquisiti due capannoni.
Da quello stesso momento è iniziato il lavoro congiunto con l’Italia: tre funzionari della polizia italiana, infatti, si sono recati in Uruguay, dove hanno incontrato Morabito, che non ha reso alcuna dichiarazione. Un incontro di “pura formalità”. Ma anche in assenza di dichiarazioni ufficiali, non si scarta l’ipotesi che i poliziotti italiani abbiano scambiato alcune informazioni con i colleghi uruguaiani.
C’è poi dell’altro, perché secondo quanto riferisce Telemundo 12, nei giorni a seguire, le autorità uruguaiane hanno ritenuto che Morabito si sarebbe stabilito in Uruguay, dove in realtà si dedicava ad attività legate al narcotraffico nella Repubblica Argentina, a giudicare dalle analisi dei chip sequestrati, e di uno in particolare appartenente ad un cellulare che permetteva connessioni non monitorate all’estero. Un complesso sistema di comunicazione che sarà al vaglio degli investigatori, tenendo conto della storia di Morabito, dei sospetti che la giustizia italiana ha su di lui, e del fatto che - negli ultimi 20 anni – il boss non abbia mai smesso di occuparsi del traffico internazionale di droga, tessendo una rete di distribuzione tra l’America Latina e l’Europa.
Non bisogna dimenticare, secondo informazioni ufficiali del Ministero dell’Interno dell’Uruguay, che Morabito si sarebbe occupato della gestione del trasporto di droga in Italia, della distribuzione a Milano, e del tentato l’invio dal Brasile di 592 kg di cocaina nel 1992 e di 630 nel 1993, tra gli altri reati. Secondo la stampa italiana, Morabito è infatti considerato “il re di Milano della cocaina”.
Mentre le autorità di entrambi paesi, in forma congiunta, sono all’opera per le formalità dell’estradizione, nel tentativo di stabilire se Morabito abbia o meno commesso in Uruguay reati legati al narcotraffico, gli avvocati difensori del boss, Victor de la Valle e Alejandro Balbi, hanno puntualizzato che esiste una ferma possibilità di neutralizzare l’estradizione del loro cliente.
El País scrive: “La giustizia del paese europeo ha 90 giorni (a partire della data in cui è avvenuto l’arresto nell’hotel di Carrasco) per formalizzare la richiesta, presentandola con la corrispondente documentazione, al giudice titolare del caso, María Helena Mainard. La quale deciderà se concedere o meno la richiesta all’Italia. Gli avvocati della difesa diranno al giudice che il loro cliente era già stato condannato in Italia nella modalità di “processo in contumacia”. Effettivamente, Morabito, durante la sua fuga in Brasile e Uruguay è stato giudicato e condannato a trent’anni di carcere per i reati di “narcotraffico” e “crimine organizzato”.
Il quotidiano riferisce inoltre che “il presidente dell’Uruguay, Tabaré Vázquez, e quello italiano, Sergio Mattarella, hanno firmato lo scorso 11 maggio un trattato di estradizione tra entrambi i paesi durante la visita di quest’ultimo in Uruguay. Ma il trattato in questione non ha valore legale nel nostro paese perché non ancora ratificato dal Potere Legislativo. Per tale ragione le norme vigenti risalgono al trattato di fine secolo XIX. Per iniziare esiste la doppia incriminazione (vale a dire che il reato viene considerato in entrambi i paesi); per avere un seguito si deve confermare se il “processo in contumacia” realizzato in Italia è una causa valida per concedere l’estradizione. Il detenuto stesso può, volontariamente, accettare di ritornare nel suo paese per scontare la condanna a lui inflitta dalle autorità italiane. In caso contrario, la decisione toccherà al giudice Mainard. Ma il processo non finisce lì. In prima istanza la sentenza può essere appellata sia dal pubblico ministero Luis Pacheco come dagli avvocati difensori.
L’espediente del caso passerà ad un tribunale di appello il cui verdetto può anche essere appellato dinanzi alla Suprema Corte di Giustizia. Prima di essere estradato Morabito dovrà rimanere in territorio uruguaiano per tutta la durata del processo a suo carico per tre presunti reati di falsificazione di documento di identità e di passaporto e un altro reato di falsificazione ideologica. Se sarà condannato, l’italiano dovrà scontare la pena in territorio nazionale. Scontata la pena potrà essere estradato o espulso dal paese”.
Qualsiasi strada, apparentemente, porterà ad una risoluzione a lungo termine. Mentre sia la mancata estradizione che l’espulsione dall’Uruguay sembrano essere due possibilità da non scartare a priori. Tutto è ora in mano alla giustizia uruguaiana, fatta salva l’eventuale abilità degli avvocati di Morabito di mettere i bastoni tra le ruote così da neutralizzare l’estradizione. C’è però un’affermazione dell’avvocato Baldi, riportata da Montevideo Portal il 4 settembre, che dice: “Non c’è nessun elemento che leghi Morabito ad un fatto delittuoso dal 1994”.
Nel frattempo i giorni corrono, ma le scadenze restano sotto gli occhi di tutti. Mentre Morabito è recluso in uno dei piani del Carcere Centrale, in via San José e Carlos Quijano, la figlia e la moglie hanno abbandonato Punta del Este per risiedere in un hotel, lasciando così la rassicurante routine di un quartiere di lusso residenziale nella zona più glamour dell’est dell’Uruguay.

*Foto copertina: www.strettoweb.com
*Foto 2: www.cnn.com

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