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NEWS 247786di Piotr - 7 luglio 2015
Accanto all'ISIS fondamentalista sorgerà l'ISIS finanziario. Non è escluso che le loro mosse colpiscano in modo coordinato, dato che condividono già i corridoi del denaro.

Occorre dare un senso politico (prima che finanziario ed economico) allo straordinario voto greco.
La vittoria dei No è innanzitutto una vittoria della democrazia contro l'oligarchia. Per questa vittoria dobbiamo indubbiamente ringraziare l'accorta conduzione politica dei negoziati da parte del governo greco.
Le dimissioni di Yanis Varoufakis non sono ancora facili da valutare. Potrebbero essere frutto di una tattica precisa per togliere alibi alla Troika. Ma potrebbero esprimere anche la preoccupazione dell'ex ministro per la piega che i nuovi negoziati potrebbero prendere. Voglia il cielo che non sia così.
Ragion per cui, probabilmente il problema più importante che ci troveremo di fronte sin da subito sarà il tentativo delle spaventate élite europee di tagliare risolutamente le gambe a ogni espressione democratica sostanziale e non puramente formale.
Cosa succederà a livello finanziario ed economico, a oggi credo che non lo sappia veramente nessuno. Solo ipotesi, più o meno ragionevoli.

Di sicuro la finanza sarà usata in modo terroristico, ne possiamo star certi. Accanto all'ISIS fondamentalista sorgerà l'ISIS finanziario. Ovviamente non è escluso che le loro mosse colpiscano in modo coordinato, dato che condividono già i corridoi del denaro. Quando Varoufakis ha definito gli atti dei creditori come "terrorismo finanziario" non usava parole a caso.
Ma la battaglia sarà politica: semplicemente democrazia contro tirannide (o contro il "fascismo democratico" americaneggiante, come avrebbe detto Pier Paolo Pasolini). La parte finanziaria sarà solo una parte del tutto e avrà scarso valore in sé, perché tutti sanno che se anche l'intera Grecia, l'intera Italia e l'intera Spagna fossero vendute all'incanto non si risolverebbe né la crisi dell'Eurozona né tanto meno quella sistemica mondiale.
Anche i giocatori di Risiko antiamericani sono stati giustamente avvertiti sulle conseguenze possibili della crisi borsistica cinese. Pensare a un'Eurasia che si contrappone all'impero americano è un esercizio puramente teorico, al più una speranza con fondamenti tutti da verificare e via via rimessi in discussione.
I grandi paesi emersi, i BRICS, sono emersi grazie alla globalizzazione, cioè a un gioco a guida statunitense e ne portano il marchio, perfino ora che l'impero americano è in difficoltà (ma quanto è in reale difficoltà?).
Certo, questo gioco di vasi comunicanti è avvenuto in ogni epoca. È avvenuto prima delle guerre tra Spagna e Olanda, prima di quelle tra Gran Bretagna e Olanda e prima dei due conflitti mondiali. La rottura geopolitica profonda può sempre avvenire, ma a ben guardare, anche in paesi sufficientemente "protetti" come la Cina, questa contaminazione comporterà una debolezza dei loro governi in politica internazionale (come sembra accadere anche in Russia), nonostante gli espliciti intendimenti "antimperiali" di questi governi.
Se aggiungiamo che questi governi sono anche spaventati dall'aggressività statunitense, si capirà che questa crisi ha uno svolgimento veramente caotico dove è ben difficile capire quali saranno gli schieramenti.
O meglio, da un lato si vede senza sforzo una ex potenza egemone, epicentro della crisi, che si sta difendendo con le unghie e coi denti, che allinea riluttanti e spaventati alleati di un Occidente che all'inizio del Novecento possedeva direttamente l'80% delle terre emerse e ora se lo vede contro, e che per difendersi - paradosso! - mette in questione proprio tutta la cultura occidentale, a partire dall''idea di "polis", utilizzando in Europa i nazisti e nel resto dell'Eurasia i "fascisti" islamisti. E, peggio ancora, mettendo a repentaglio la vita sulla Terra.
Il problema è che dall'altro lato non si vede mica molto.

Tratto da: megachip.globalist.it

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