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vaticano-big-c-acfbdi Daniele Mastrogiacomo - 24 settembre 2012
Jean-Baptiste Rutihunza ha oggi 63 anni. Secondo decine di testimoni, nel 1994, l'anno del massacro, stilava e aggiornava liste di proscrizione di tutsi, anche bambini disabili, che passava ai gruppi paramilitari hutu. Nei suoi confronti c'è un mandato di cattura internazionale. La decisione spetta alla giustizia italiana e poi al governo
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Roma.C'è un sacerdote cattolico ruandese, colpito da mandato di cattura internazionale per genocidio e crimini contro l'umanità, che vive a Roma protetto dal Vaticano. Si chiama Jean-Baptiste Rutihunza e oggi ha 63 anni. E' di etnia hutu e nel 1994, l'anno della grande mattanza scatenata dagli estremisti hutu delle milizie interawne, con quasi un milione di morti, era il rappresentante legale del Centro Fratelli della Carità a Gatara, distretto di Nyanza, nel sud del Paese: una struttura religiosa che ospitava centinaia di bambini con gravi problemi motori.

Secondo decine di testimonianze raccolte tra i sopravvissuti che hanno avuto la forza di raccontare quell'orrore nonostante le minacce e la paura di ritorsioni, padre Rutihunza avrebbe partecipato attivamente al genocidio stilando e aggiornando liste di proscrizione. Assieme a Cèlestin Ugirashebuja, ex sindaco di Kigoma, un comune dello stesso distretto, avrebbe indicato i bambini disabili di origine tutsi ai gruppi paramilitari che vagavano per il Paese in preda a un delirio di odio etnico. Le indagini avviate dal Tribunale internazionale di Arusha, che sotto l'egida dell'Onu cerca di fare giustizia di un massacro solo in parte riparato, hanno accertato che a Gatara sono morti 4.338 bambini. Tutti sono stati poi sepolti in una fossa comune che è stata scoperta successivamente.

Diciotto anni dopo, il sacerdote ha deciso di uscire allo scoperto e di sottrarre il Vaticano a un evidente imbarazzo. Con l'arrivo del Fronte patriottico ruandese (Fpr) che mise fine al massacro, Rutihunza fugge nella vicina Repubblica Democratica del Congo e si stabilisce a Bukavu dove assieme ad altri sacerdoti fonda un convento dei Fratelli della Carità. Ma con la distruzione dei campi profughi nella parte orientale della Rdc, nel 1996 si sposta in Tanzania. Un anno dopo approda a Roma e trova ospitalità in una struttura della potente confraternita. La sua presenza è ingombrante. La stampa la svela. Si scopre soprattutto chi è il sacerdote, che ruolo ha avuto nel genocidio. E' noto come il boia di Gatara. Ci sono nuove testimonianze, una montagna di documenti.

Il Tribunale internazionale spicca un ordine di cattura. Ma il caso viene avocato dalla Procura generale di Kigali che fra proprio il provvedimento e lo segnala all'Interpol. A chiedere la cattura del sacerdote adesso è il governo ruandese. Da cinque anni ha deciso di agire in modo autonomo dal Tribunale di Arusha: ci sono le vittime che invocano giustizia, i tempi delle istruttorie e dei processi spesso si dilungano, c'è necessità di riaffermare una sovranità giuridica che il Paese dei Grandi Laghi, dopo tanti anni di controlli internazionali, rivendica con forza.

I protagonisti, presunti aguzzini, hanno ovviamente paura. Di vendette, di ritorsioni, di giudizi sommari. Jean-Baptiste Rutihunza prende il largo, si rifugia in Belgio ma poi decide di rientrare a Roma. Da un paio d'anni vive  nel quartiere generale dei Fratelli della Carità, al riparo delle Mura del Vaticano, dove svolge il lavoro di receptionist. Ma la Santa Sede è imbarazzata: non può sottrarsi a un mandato di cattura internazionale. C'è il precedente di Atanase Seromba, un altro sacerdote accusato di genocidio che per anni, vicino a Firenze, ha servito messa e distribuito la comunione a fedeli del tutto ignari. Anche in quel caso ci fu una denuncia pubblica e il Vaticano dovette accettare la sua estradizione verso Arusha dove poi è stato condannato per le atrocità commesse: rinchiuse duemila tutsi, uomini donne e bambini, nella chiesa di Nyange, di cui era parroco, poi rasa al suolo con i buldozer. Chi cercava scampo veniva abbattuto a colpi di fucile. Lo imbracciava lo stesso Seromba, piazzato sulla scala che portava alla sua canonica.

Rutihunza non pone problemi di extraterritorialità. Non vuole essere estradato in Ruanda. "Ho fiducia nella giustizia italiana", ci ha detto stamani all'uscita della Procura generale che lo aveva convocato assieme al difensore, l'avvocato Michele Gentiloni Silverj. "Le accuse che mi vengono rivolte sono frutto di una vendetta politica. Non ho commesso quello che mi viene contestato. Mi difenderò e dimostrerò la mia innocenza". Ma quando gli abbiamo chiesto cosa rispondesse ai sopravvissuti che hanno raccontato quei giorni di orrore si è tirato indietro. "Non posso rispondere", ha detto con gli occhi pieni di paura.

Il caso approderà ora alla Corte d'appello di Roma che si pronuncerà sull'estradizione. Ci sarà, eventualmente, la possibilità di un ricorso in Cassazione. Ma se entrambe accoglieranno la richiesta di Kigali l'ultima parola spetterà alla presidenza del Consiglio. E a quel punto la vicenda diventerà politica.

Tratto da: repubblica.it

Foto © ACFB

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