borsellino-falcone-caponnetto-webdi Jorge Figueredo - 25 giugno 2012
Il 19 luglio 2012 ricorre il ventennale dell’assassinio del giudice italiano Paolo Borsellino, un uomo simbolo della lotta contro la mafia che morì dedicando tutta la sua vita per liberare la società dal dominio del potere mafioso. 
Un cancro le cui radici affondano nella più antica storia dell’umanità. Lo stesso Gesù Cristo fu chiamato a scontrarsi contro i grandi dominatori del tempo, divenendo in un certo senso precursore della lotta contro la corruzione mafiosa. Le sue denunce colpivano i potenti che, vestiti da religiosi (farisei), giornalisti (scribi), politici (Ponzio Pilato) e personaggi dell’economia (gli esattori di imposte per Cesare, i mercanti del tempio), sottomettevano il popolo attraverso l’ignoranza e la povertà, per continuare a detenere il potere.

In Italia, tra il XIX° e XX° secolo, molti servitori dello Stato sono caduti nella guerra contro la mafia. L’operaio palermitano Giovanni Corrao, Bernardino Verro, Emanuele Notarbartolo, il tenente Joe Petrosino, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i giornalisti Mario Francese, Giuseppe Fava, gli imprenditori Libero Grassi  sono solo alcuni esempi di una lunga lista di martiri. Persone che con estremo sacrificio hanno servito uno Stato colpevole di non essere stato capace di proteggerli di fronte alla ferocia assassina di boss del calibro di Calogero Vizzini, Lucky Luciano, Totò Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Luciano Liggio ed altri.
Nel mondo, come anche negli Stati Uniti e in America Latina, altri uomini hanno condiviso la stessa sorte per essere andati contro le logiche del potere corrotto. Come dimenticare Chico Mendez in Brasile, Salvador Allende in Cile, Luis Colossio in Messico, Martin Luther King, John F. Kennedy, Ernesto Che Guevara, Camilo Cienfuegos a Cuba, in Paraguay Roberto L. Pettit, i fratelli Villagra, Mario Sher Prono, il generale Rosa Rodriguez, i giornalisti Santiago Leguizamon e Salvador Medina.
Tutti loro morirono per difendere la causa di uguaglianza che dovrebbe essere alla base di ogni Stato di diritto, affinché nessun potentato si senta al di sopra della legge. Un valore che per essere istituito ha bisogno della partecipazione attiva di tutti i cittadini, spesso troppo inermi e colpevolmente silenti fino a divenire i maggiori sostenitori del sistema economico – criminale mondiale. Raccogliendo il loro esempio dunque anche noi, cittadini sudamericani, non possiamo più demandare questa battaglia e osservando quindi la lotta dei tanti giovani impegnati in Italia per liberare il proprio Paese dal condizionamento mafioso (le Agende Rosse di Salvatore Borsellino, i ragazzi di Libera di don Luigi Ciotti, i giornalisti di Antimafia Duemila di Giorgio Bongiovanni, Giulietto Chiesa e molte altre persone insieme a tanti magistrati come Antonio Ingroia), dobbiamo gettare le basi per un cambiamento profondo della nostra società. In gioco vi è il futuro dei nostri figli e di tutta l’umanità. Per questo dobbiamo iniziare ad attivarci in campagne contro le armi nucleari, l’inquinamento della terra, le coltivazioni Ogm e tutte quelle forme di malaffare che si annidano all’interno delle istituzioni politiche, economiche, religiose e militari.  Come uomo e cittadino di fede, nonostante mi senta ancora lontano dalla meta, prego affinché tutti quelli che hanno sete di giustizia siano uniti, con discernimento e coraggio, per resistere fino alla fine in questa lotta contro il male.

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