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Una delle sue riflessioni più lucide, di assoluta attualità. La memoria viva di un intellettuale ineguagliabile

La cerchia di “amici” si è dissolta dentro di me nello stesso istante in cui ascoltavo le sentenze, gli sproloqui, le diffamazioni; tutti giudizi scagliati contro un uomo che non poteva difendersi perché assente.
I suoi libri, le sue idee, i suoi pensieri, tutto un insieme di parole che da decenni fanno breccia sui giovani; una figura nefasta e una vergogna per questo paese è ciò che rappresenta questo Eduardo Galeano che ancora vive qui in Uruguay, e cammina tra noi.
Non ho tollerato neanche un secondo tanta cattiveria, arroganza, tanto odio e disprezzo; e ho avuto uno scatto netto: mi sono alzato dalla sedia su cui mi ero seduto da pochi minuti e, senza proferire parola, perché farlo avrebbe significato affrontarli con pugni e insulti, non so se a tutti, ma sicuramente alla maggior parte, mi sono limitato a privarli della mia presenza con un pretesto banale e mi sono allontanato dal luogo in cui mi trovavo. Non sono mai più tornato ad incontrare quegli amici; da quel momento li ho cancellato dal mio radar, fino a oggi.
Fine della storia; una storia di disprezzo a cui ho assistito oltre un decennio fa, in una zona vicina al Parque Rodó; il disprezzo verso un amico, così lo sentivo io, ogni volta che ci fermavamo a parlare nei corridoi di Canal 4 quando entrambi avevamo un momento libero nel proprio mondo di lavoro.
Anni Novanta e primi anni Duemila; anni in cui Eduardo ed io avevamo un rapporto da “sentipensanti", scambiandoci figurine, come lui stesso diceva durante il suo esilio in Spagna a un suo carissimo vecchio amico, José Díaz (storico socialista, avvocato di prigionieri politici e tupamaros, dirigente del Frente Amplio, ex legislatore e ministro, oggi scomparso, che ho avuto la gioia di reincontrare l’anno scorso). Entrambi lontani dalla propria terra natale, a causa della persecuzione politica della casta militare.
“Scambiarsi figurine”, per Eduardo Galeano, significava scambiarsi commenti, idee, opinioni, parole; ma parole cariche di sentimento. E dentro questi parametri nacque la mia amicizia con lui; un’amicizia coltivata con grande discrezione nel Canal 4: Eduardo in attesa di entrare in studio, invitato quasi ogni settimana da Omar Gutiérrez; e io, nei momenti di pausa del mio lavoro di cronista di cronaca nera per Telenoche, prima di uscire per strada a seguire da vicino fatti di diversa tipologia.
Abbiamo vissuto così, io ed Eduardo, quell’amicizia al volo. Fugace, certamente, perché avevo rifiutato (e non me lo sono mai perdonato), un suo invito a visitarlo a casa sua; un invito che non ho accettato perché sopraffatto dal senso di arroganza che provavo sentendomi un nulla andando a trovare il grande Galeano. Un gesto di umiltà che invece non era altro che una stupida arroganza, che ovviamente ha lasciato delle conseguenze dentro di me, per di più essendo stato invitato a casa sua. Ho perso il momento; l’opportunità di conoscerlo nel suo universo intimo, anche se già lo conoscevo da anni attraverso i suoi libri e i suoi interventi; ho perso l’opportunità di conoscere sua moglie Helena, parte vitale della sua vita; e la bellissima occasione di restargli vicino, imparando da lui e nutrendomi del suo modo così umano e particolare di relazionarsi con gli altri; non ho incontrato, né incontrerò, un essere simile.
Sono stato il suo ammiratore più incondizionato fin dal momento in cui, negli anni della dittatura militare in Uruguay, quando ero molto giovane, ho letto il suo libro emblematico “Le vene aperte dell’America Latina”: un suo capolavoro, oggi più che mai attuale, tanto che ne raccomando la lettura, almeno se si vuole comprendere ciò che sta accadendo alla nostra umanità nel continente e oltre l’Atlantico attualmente. Un’opera che ovviamente i militari avevano proibito.
Galeano stesso lo aveva più volte raccontato nelle interviste, diventando così famoso. Una fama alimentata paradossalmente proprio dai suoi nemici, perché più veniva denigrato Galeano, più veniva letto. Nemici che lo avevano costretto prima a lasciare l’Uruguay per non finire in prigione, poi a stabilirsi in Argentina, dove fondò e lavorò nella rivista Crisis; e infine, per salvarsi la vita dalle grinfie della Triple A, si trasferì urgentemente in Spagna insieme a Helena Villagra.
La vita affettiva di lei, avvocata, era stata tragicamente spezzata da un commando della Triple A con l’uccisione del marito, il noto deputato e avvocato militante argentino Rodolfo Ortega Peña, nelle strade di Buenos Aires e davanti ai suoi occhi. Helena non immaginava che quel momento tragico sarebbe stato l’inizio di una nuova vita con Galeano.
Lasciata Buenos Aires, Helena ed Eduardo intrapresero un lungo esilio, al termine del quale tornarono nel quartiere Buceo di Montevideo, dove stabilirono la loro casa in via Dalmiro Costa, casa nella quale, come già detto, non ho avuto la fortuna di entrare.
Cattolico nell’infanzia (poi non più), autodidatta e già figura carismatica fin dall’adolescenza, Eduardo fece crescere il suo talento e la sua sapienza sentipensante, maturata nella propria vita e non nelle aule universitarie. Infatti la sua università è stata gli incontri nei caffè di Montevideo e non solo, così come la sua opera letteraria e giornalistica, e anche artistica come disegnatore, che non si limitò ai numerosi libri pubblicati, quasi quaranta, ma abbracciò tutta la sua intensa attività di giornalista-scrittore, portata avanti fino alla sua morte il 13 aprile 2015, undici anni fa.
Prima della sua scomparsa, nel settembre 2014, con audacia, dato che non ci vedevamo dai tempi di Canal 4, lo avevo contattato via email dalla redazione di Antimafia Dos Mil di Montevideo per invitarlo a partecipare a una mobilitazione in Paraguay organizzata dalla nostra rivista, dopo l’assassinio del nostro collaboratore Pablo Medina e della sua giovane assistente Antonia Almada.
Eduardo, con l’aiuto tecnico di Helena, rispose che la sua salute non gli permetteva di partecipare, ma che avrebbe inviato un messaggio scritto di adesione.
E così fu; davanti alla folla riunita ho letto con emozione le sue parole: “Voglio unire il mio nome alle dichiarazioni di condanna delle esecuzioni di contadini e giornalisti che stanno seminando orrore nella mia amata terra paraguaiana. Chi conosce e ama questo paese sa che è il terrorismo praticato dal potere a mascherarsi per uccidere impunemente chi difende la propria terra e la libertà di espressione”.
Le riflessioni di Eduardo sono sempre state convincenti; frecce precise diretti al potere; dardi travestiti da riflessioni sentipensanti; soprattutto in riferimento al contesto sociale, politico ed economico che lo circondava, i popoli e coloro che non hanno voce; e a molti suoi pari, conoscenti e amici, tanto uruguaiani quanto argentini, come Frugoni, Sendic, Chiflet, Benedetti, Onetti, Walsh e Gelman, tra gli altri, perché l’elenco sarebbe interminabile.
La voce di Eduardo, inconfondibile, così come i suoi testi, sempre senza data di scadenza, continua a risuonare tra gli uruguaiani e oltre i nostri confini; e anche in Europa, forse anche di più.
E la sua adesione alla nostra mobilitazione, in quei giorni di novembre del 2014, nella Plaza de la Democracia di Asunción, continua a essere un tesoro che custodiamo nel cuore di tutti e ciascuno dei giornalisti delle redazioni dell’Uruguay e di Palermo, in Italia, del nostro direttore Giorgio Bongiovanni e degli amici di Italia, Argentina, Uruguay e Cile che ci accompagnarono in quell’occasione.
Un evento commovente e di netta denuncia della narcopolitica, a poco più di trenta giorni dall’assassinio di Pablo Medina e della sua assistente, uccisi a colpi d’arma da fuoco da due sicari all’interno di un veicolo, su una strada rurale isolata di Villa Ygatimí, a Curuguaty; una strada che oggi non è più né isolata né solitaria; dove è stato collocato un monolite dall’amministrazione locale come memoria del duplice attentato.
Una strada alla quale io personalmente, insieme ai miei cari collaboratori Jorge Figueredo e Omar Cristaldo, ci rechiamo con una certa frequenza, l’ultima volta insieme alla vedova di Pablo e a una delle sue figlie, Olga e Marianela, per rendere omaggio al nostro collega, senza dimenticare l’adesione di Galeano; quell’adesione che ha riassunto tutto, davanti agli occhi di tutti; un’adesione sorprendentemente ancora oggi attualissima.
Eduardo Galeano, così come era presente in quell’occasione, continua a essere presente anche in questo momento nel mondo di oggi, con i suoi scritti imperituri; proprio mentre una terza guerra mondiale nucleare incombe su di noi come un cavallo imbizzarrito. Con il saccheggio sfacciato delle risorse naturali e il profitto del business bellico con discorsi, dialettiche e pretesti geopolitici propri di un ordine mondiale immorale e criminale, servile ai gruppi di potere della banca, del capitale finanziario e di una narcomafia terroristica che attraversa impunemente il mondo; proprio mentre gli autoritarismi oscuri si diffondono come polvere da sparo ai quattro punti cardinali del pianeta, annientando e distruggendo speranze e vite.
Proprio mentre il popolo palestinese, che Galeano difendeva con tenacia, subisce gli attacchi di un genocidio marchiato da sigle sioniste, naziste e statunitensi, con la complicità di non pochi Stati della Comunità Europea; proprio mentre i migranti sono, per l’ennesima volta, carne da cannone dei potenti, nelle acque profonde del Mediterraneo e negli stessi Stati Uniti; proprio mentre sul pianeta gli estrattivismi sono pane quotidiano, così come i razzismi, le discriminazioni, i femminicidi, i patriarcati rancidi e i più ripugnanti negazionismi delle dittature degli anni Settanta.
Negazionismi dal sapore di rivendicazione golpista, nello stile di Javier Milei, per esempio, sono diventati routine istituzionale in Argentina, dove inoltre i popoli originari vengono perseguitati e criminalizzati, e dove la repressione delle manifestazioni popolari intorno al Congresso si ripete settimana dopo settimana come atto di violenza statale; proprio mentre sembra che ‘Las Venas de América Latina’ si stiano aprendo sempre di più, giorno dopo giorno, in un continente sopraffatto dai crimini: crimini mafiosi, crimini contro contadini e attivisti sociali, crimini politici, crimini contro donne come Berta Cáceres e Marielle Franco, crimini contro giornalisti e crimini contro la salute, la vita e la madre terra.
Eduardo, undici anni dopo la tua scomparsa, non ci sono più parole per ricordarti; perché, per quante pagine e pagine, video e altri video, e innumerevoli commemorazioni sulla tua persona e sulla tua opera possano esistere, non saranno mai sufficienti per riconoscerti, valorizzarti, rimpiangerti e renderti omaggio.
Non saranno mai sufficienti per preservare la tua memoria, e soprattutto ora più che mai; più che mai perché ci mancano profondamente i tuoi dardi rivestiti di riflessione, le tue parole profonde, i tuoi affilati sentipensieri. Perché? Perché hai fatto e continui a far parte del mondo, e perché, purtroppo, c’è chi, dalle ombre, sembra intenzionato a ignorare, sminuire e persino calpestare il tuo ieri e il tuo oggi, ma non ci riusciranno, né lo permetteremo.
Con un colpo di penna e con una porta chiusa con decisione, molti di noi serriamo le fila affinché quei venti meschini non ti maltrattino, non ti ignorino né ti disprezzino: perché tu, Eduardo, sei vivo; più vivo che mai. 

Foto di copertina: Per gentile concessione di José Díaz e Naguy, Eduardo Galeano e Juan Carlos Onetti 

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