Intervista esclusiva di Antimafia Dos Mil, a Buenos Aires, il giorno dopo il 24 marzo, giorno della memoria
Avrei potuto scegliere una via più comoda, per quanto mi riguarda, riducendo o orientando l’intervista alla collega argentina (e anche politologa) Luciana Bertoia, di Pagina 12, limitandomi esclusivamente a raccogliere la sua opinione sul suo lavoro, considerando che è una professionista che da alcuni anni rappresenta un punto di riferimento e che si occupa di temi strettamente legati ai diritti umani e, se vogliamo, specializzata in tutto ciò che riguarda le atrocità commesse durante la dittatura contro migliaia di persone, in diversi centri clandestini di detenzione, e le loro storie; e tutto ciò che concerne i processi contro i repressori, il recupero dei nipoti o le testimonianze delle Madri o delle Nonne di Plaza de Mayo, eccetera.
Tuttavia, ho preferito, per onestà intellettuale, parlare con lei cercando di approfondire la profondità della sua sensibilità umana e della sua visione su questi temi; partendo dal suo microcosmo, per così dire, dal suo prezioso sentire, come cittadina che fa parte dell’universo giornalistico, sugli aspetti più reconditi delle molteplici realtà che circondano i casi di violazioni dei diritti nei giorni del terrorismo di Stato in Argentina, all’interno di un contesto segnato dal Piano Condor.
Il lavoro quotidiano di Luciana Bertoia, carico di intensa passione, non solo l’ho scoperto minuto dopo minuto durante l’incontro con lei, ma mi sento anche di affermare che Bertoia non mi ha affatto deluso come protagonista principale di un’intervista giornalistica arricchente, la mattina successiva al 24M, occasione in cui ci ha aperto le porte del suo microcosmo professionale e umano, non solo per rendere visibile o condividere con i nostri lettori la coerenza del suo lavoro, ma anche per farsi conoscere, con il suo timbro di voce armonioso e dal profondo della sua anima, regalandoci empatia, trattandosi del nostro primo incontro, con un tono molto intenso e ben definito di franchezza nelle sue valutazioni, che abbiamo percepito come sincere e autentiche.
E un aspetto importante: siamo ben lontani da un lavoro improvvisato, perché è esattamente il contrario, ed è giusto sottolinearlo. Luciana Bertoia, in ciascuno dei suoi articoli o delle sue interviste, in radio o in televisione, lascia un’impronta inconfondibile; ma, ancora di più, trasforma il suo lavoro in una vera e propria arringa viva, di altissimo livello di consapevolezza, espressamente orientata a preservare la memoria e a dimostrare, con fatti e con una scrittura di grande qualità, e talvolta anche con una notevole capacità dialettica, che affrontare questa tematica è qualcosa di molto più profondo di una mera attività di cronaca, di racconto o di riferimento a storie del passato recente.
Ogni sua risposta è testimonianza del suo talento, del suo amore per la vita e la giustizia, ma, lo ribadisco, senza allontanarsi dalla sua trincea giornalistica e, come ha affermato lei stessa, sentendosi accompagnata da molti colleghi, non da sola.
Questo mi ha confortato, perché devo ammetterlo, e sicuramente lei sarà d’accordo con me, purtroppo non tutti i colleghi in Argentina e in America Latina possiedono questa sua impronta, questo suo sigillo e questo suo livello di onestà e consapevolezza nel momento di assumersi, senza bavagli né ipocrisie, la responsabilità impegnativa di parlare e scrivere la verità sui fatti detestabili, orrendi e sconvolgenti dei giorni del terrore in Argentina. Quei fatti che ci inducono tutti a gridare, ovunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi modo, quello storico e vigoroso ‘Nunca Más’, scolpito indelebilmente dal pubblico ministero Julio Strassera in uno dei passaggi più significativi del Processo alle Giunte del 1985.
Vogliamo conoscere la politologa, la giornalista, la scrittrice; in definitiva, Luciana Bertoia, per quanto riguarda un tema che oggi considero realmente preoccupante: i diritti umani, rispetto al passato, rispetto alla dittatura nel tuo Paese, cinquant’anni dopo 
“Bene, credo che siamo una combinazione di tutti i nostri saperi, ma sì, la mia esperienza è giornalistica. Tutto questo bagaglio mi permette di comprendere in parte quali siano state le conseguenze del Piano Condor, ma soprattutto di cercare di conoscerlo, perché, sebbene esistano archivi e testimonianze, non arriviamo ancora a comprendere pienamente come abbia funzionato, quali siano state le logiche. Ieri, per esempio, vedevo Macarena Gelman in Plaza de Mayo e non comprendiamo perché Macarena, o meglio sua madre, María Claudia García, sia finita in Uruguay. L’unica cosa che possiamo dire è che ciò è accaduto perché potevano farlo, ma forse dovremmo, quando dico loro mi riferisco ai perpetratori, approfondire ulteriormente la storicizzazione di questo processo, per cercare di comprenderlo meglio”.
Da dove nasce in Luciana l’interesse ad approfondire giornalisticamente, anche come scrittrice, il tema dei diritti umani? È dovuto a un’esperienza personale o indiretta? Qual è l’elemento chiave, il meccanismo interiore che l’ha indirizzata su questo percorso?
“Provengo da una famiglia in cui il tema suscitava interesse; non ho vittime dirette nella mia famiglia, ma credo che abbia a che fare con un contesto. Ho iniziato i miei studi universitari e il giornalismo nel 2003, proprio quando si stavano annullando le leggi che impedivano il processo contro crimini della dittatura. C’era un impulso ai procedimenti in corso; quindi, quel contesto, in qualche modo, mi ha appassionato e spinto ad approfondire e studiare”.
Come vedi questo processo di rivendicazione della repressione e del golpismo da parte di alcuni settori e, in altri, di preservazione della memoria? Siamo fermi sul tema della memoria? Qual è la tua percezione su un tema che, evidentemente, dall’altra parte, il negazionismo e la rivendicazione golpista stanno comunque portando avanti?
“Credo che la memoria non si fermi mai; la memoria ci interpella sempre a partire dal presente. Dal nostro presente torniamo a guardare i fatti del passato, li recuperiamo, li riportiamo, li analizziamo. Non mi sembra che la memoria sia stagnante, perché si costruisce nelle strade, perché ha un’impronta sociale e controegemonica, e lo abbiamo visto ieri in Plaza de Mayo; quindi esistono memorie diverse. Credo che esista una memoria predominante su ciò che ha significato il terrorismo di Stato in Argentina, che è di rifiuto, come abbiamo visto nelle mobilitazioni; poi esiste una memoria che si vuole imporre, una memoria ufficiale che il governo di Javier Milei tenta di costruire, che tende a giustificare quanto accaduto, a dare ragione a coloro che hanno perpetrato crimini contro l’umanità, e lo fa attraverso diversi espedienti, come sostenere che vi fosse una violenza immediata precedente impossibile da gestire, oppure con il video diffuso ieri dalla Casa Rosada, in cui si utilizza il racconto di una vittima per affermare che non vi sia stato un piano sistematico di appropriazione dei bambini. Esiste quindi una disputa su come raccontare il passato e, in questa disputa, il governo di Milei è in minoranza”.
Come definisci il terrorismo di Stato?
“Esistono diverse modalità per fare riferimento a quanto accaduto durante l’ultima dittatura; c’è chi parla di terrorismo di Stato, chi di genocidio, chi di crimini contro l’umanità. La categoria di terrorismo di Stato è stata un modo per mostrare che lo Stato era proprio l’attore che usciva dai canali normali e, attraverso il terrore, produceva cambiamenti nella società; vale a dire l’implementazione di un terrore con un impatto sociale profondo, attraverso crimini di massa. Le sparizioni dei corpi sono state, in realtà, un mezzo per modellare una società diversa”.
Luciana, vorrei entrare nella profondità della tua persona tenendo conto della tua sensibilità. Come vivi questo percorso di lavoro, di approfondimento, di interviste ai familiari dei desaparecidos, alle Madri e alle Nonne, ai Familiari di Plaza de Mayo? Che cosa ti ha colpito come donna e come giornalista specializzata in questo ambito?
“Sono moltissime le cose che mi hanno colpito. Ho avuto la fortuna, e per me è qualcosa di molto importante, di conoscere molte persone e molte storie, e questo è qualcosa che il giornalismo rende possibile. Ora, per esempio, vedo che dopo il film Argentina 1985 si valorizza molto Adriana Calvo. Io ho avuto la fortuna di conoscerla, di essere rimproverata da lei, di ricevere la sua chiamata il giorno della mia laurea; tutte queste esperienze sono inestimabili. Anche vederla reagire davanti ai tribunali, vederla lavorare. Graciela Lois, presidente dei Familiari, con cui condivido molto tempo; Graciela Leo, un’altra figura di riferimento nella ricerca della giustizia; per me sono state tutte una fonte di enorme ispirazione e continuano a esserlo. Se mi chiedi di momenti specifici, ricordo sempre un processo che mi ha colpito profondamente. Il primo per i crimini commessi nei centri Atlético Banco Olimpo. Stava testimoniando un sopravvissuto, Rufino Almeida, e disse qualcosa come ‘ci hanno distrutto, ci hanno annientato e ci hanno persino portato via i figli’, e questo mi provocò un attacco di pianto. Accanto a me c’era un’altra sopravvissuta, Nilda Eloy, ed era lei a consolarmi. Mi emoziona molto anche quando le vittime parlano del processo di giustizia, non solo del terrore, ma anche di ciò che è venuto dopo, di come quanto accaduto durante la dittatura abbia alterato tutti i loro percorsi di vita e di come la ricerca della giustizia abbia anche avuto un effetto riparativo. L’altro giorno parlavo con Miguel Santucho, che ha la madre desaparecida e ha ritrovato suo fratello nel 2023. Mi ha colpito profondamente quando ha detto che, quando iniziarono i processi, non credeva che ci sarebbe stata giustizia, ma che si era ricreduto, che si era sbagliato e che il processo era stato molto riparativo. Anche se non è un aneddoto preciso, questo mi fa riflettere su tutto e su tutti questi anni, sull’eredità del movimento per i diritti umani, perché, in realtà, quando questo movimento chiedeva processo e punizione, già nei primi mesi della dittatura, pensava a ridefinire il ruolo della legge, a far sì che la legge tornasse a essere uguale per tutti e che nessuno fosse al di sopra di essa. Così anche coloro che erano stati padroni della vita e della morte di migliaia di argentini e di cittadini di altri Paesi, che qui furono anch’essi vittime, hanno dovuto sedersi davanti ai giudici”.
A Plaza de Mayo, ti è mai capitato di immaginare un viaggio nel tempo e vedere che, nella stessa piazza, nel 1976, c’erano le cosiddette pazze della Plaza? Ti sei mai immaginata quelle donne in quegli anni?
“Ci pensavo ieri, dopo la piazza, e anche questa mattina, perché sono rimaste pochissime madri. E quest’anno si è tornato a chiedere, appunto, che dicano dove sono, e che il principale grido delle madri, quello con cui sono scese in piazza, sebbene ieri fossero pochissime, era sulla bocca di migliaia, forse anche di un milione di persone, secondo gli organizzatori. Credo che quest’anno la commemorazione dei cinquant’anni torni a questa parola d’ordine così originaria ma ancora attuale, perché i corpi dei desaparecidos continuano a non essere ritrovati; credo che questo permetta un dialogo tra quel passato e questo presente”.
Hai intervistato qualche repressore?
“Sì. Non mi ha fornito informazioni, ma piuttosto una sua interpretazione. L’anno scorso, o quello prima, o ancora prima, ho ricevuto un tweet da un gruppo di repressori che si facevano chiamare ‘I morti vivi’, invitandomi a discutere con loro in carcere. Ho risposto che non avevo alcun problema, purché fornissero informazioni, perché il mio ruolo come giornalista non è dibattere con loro, ma ottenere informazioni. Non ho ricevuto risposta”.
Qual è la tua visione su quanto accade in Uruguay in materia di diritti umani?
“Non seguo quotidianamente la realtà uruguaiana; alcuni anni fa sì, la seguivo molto, ed è stato nel novembre scorso quando Macarena Gelman ha promosso e lanciato la ricerca nazionale delle persone scomparse. Sostengo tutte le iniziative del movimento per i diritti umani e credo che le autorità potrebbero sostenerle maggiormente e, soprattutto, dovrebbero adempiere alle loro responsabilità internazionali, ad esempio quelle derivanti dalla sentenza Gelman della Corte Interamericana”.
In Italia esiste l’organizzazione 24M e vi è inoltre un’intensa attività sul tema dei diritti umani. Come vedi tutto questo movimento?
“Svolgono un ruolo molto importante ogni volta che viene richiesta un’estradizione, perché sono loro a tenerci informati su tutto questo. Ritengo che la ricerca della giustizia, in tutti gli ambiti e su tutti i fronti, sia fondamentale. Soprattutto, durante il periodo di impunità, l’Argentina ha funzionato come una cassa di risonanza in Europa per costruire prove, produrre evidenze, analizzarle e realizzare rilevazioni utili a comprendere i fatti, così che, quando i processi si sono riaperti qui, tutto ciò rappresentava un patrimonio acquisito. Credo che quanto avviene in Italia e in altri Paesi, tutto ciò su cui si può indagare, sia importante, soprattutto in momenti in cui, in Argentina, la politica ufficiale tende a smantellare settori che svolgevano attività di ricerca e a non sostenere i processi che, nonostante tutto, continuano; vi sono dodici procedimenti in corso nel Paese, ma l’attività investigativa non è svolta da organismi del potere esecutivo, bensì rimane nelle mani del potere giudiziario, del ministero pubblico e della società civile. Pertanto, tutto ciò che si può fare è fondamentale”.
Ti senti sola in questo lavoro?
“Mi sento molto accompagnata, questa è la verità. È vero che alcune persone si dedicano a temi specifici, come nel mio caso, ma lavoro in un luogo come Pagina 12 e faccio parte di una storia di impegno, quindi non è qualcosa che svolgo in solitudine, anzi è l’opposto. Mi sento accompagnata da altri colleghi, anche di altri media, che valorizzano o diffondono il nostro lavoro, e credo che non possiamo sentirci soli dopo tutto ciò che è accaduto questo 24M. Penso che questo debba servire affinché i giornalisti si impegnino nel ruolo che devono svolgere, che non è solo accompagnare le organizzazioni per i diritti umani e le vittime, ma cercare di contribuire all’accertamento della verità, soprattutto quando le strutture statali che lo facevano sono state smantellate”.
Esiste ancora oggi la pratica del terrorismo di Stato? Che cosa si può fare dal giornalismo?
“Non parlerei di terrorismo di Stato, perché non voglio fare paragoni con quanto vissuto durante la dittatura; direi che esistono violenze di Stato legate a esecuzioni extragiudiziali da parte della polizia, all’uso eccessivo della forza, alla violenza istituzionale contro diversi settori. Per quanto riguarda i crimini del terrorismo di Stato della dittatura, finché non verranno ritrovati i desaparecidos o i figli sottratti, questi crimini continuano a essere commessi e quindi lo Stato ha l’obbligo di farli cessare o di indagarli, e, se ciò non avviene, si configura un inadempimento. Ritengo inoltre che vi sia un impegno del giornalismo nel contribuire a rivelare la verità e che esso svolga un ruolo fondamentale. Per esempio, dopo la dittatura, quando non si volevano rendere pubbliche le liste dei responsabili, il giornalismo le pubblicò. Negli anni dell’impunità, quando il tema sembrava scomparire, un’intervista realizzata da Horacio Verbitsky con Adolfo Scilingo, in cui si confermava l’esistenza dei voli della morte, riaprì il dibattito e produsse cambiamenti profondi, rafforzando, ad esempio, i processi per la verità, che miravano a ricostruire i fatti pur senza poter punire i responsabili; contribuì anche a mobilitare la reazione internazionale, come nel caso della Spagna con il giudice Garzón. Un esempio più recente: in un periodo in cui il processo di giustizia era già ripreso, Mirian Levin individuò uno degli aerei utilizzati nei voli della morte, e ciò contribuì alla condanna dei piloti per aver gettato vive in mare due suore francesi e tre madri di Plaza de Mayo. Dunque, il giornalismo ha un ruolo da svolgere in tutte le fasi storiche”.
Resta ancora in sospeso qualcosa da fare su questi temi?
“Tutto. C’è da fare tutto”.
Dove eri il 24 marzo 1976?
“Non ero ancora nata. Sono nata in democrazia”.
Questo è stato per te un peso o una delusione? Come lo vivi?
“Sono molto felice di essere nata in democrazia e questo mi consente di osservare quanto accaduto da un’altra prospettiva”.
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