Nel bilancio, aggiornato da gennaio, anche l’ultimo naufragio tra Libia e Lampedusa
Ahmed: è questo il nome di fantasia con il quale Repubblica ha raccontato la strage di migranti che, negli anni, ha trasformato il Mediterraneo in un cimitero sottomarino.
Ahmed, 17 anni, egiziano, “uno dei 32 sopravvissuti all’ultimo naufragio avvenuto al largo di Lampedusa”, ha raccontato ciò che si annida alla base di un sistema che continua a produrre naufragi. La scelta di sfidare la morte su un barcone sovraccarico, tra le onde di un mare agitato e l’implicita promessa che, comunque vada, non potrà mai essere peggio di ciò che ci si lascia alle spalle: meglio morire nel Mediterraneo che vivere in un lager.
La partenza è avvenuta sulla costa libica, a Tajoura, in condizioni che nessuno è riuscito a quantificare con precisione: 110, forse 120 persone. Tra loro c’era anche il giovane Ahmed.
Anche lui davanti al mare, pronto a partire. Le onde sembrano già agitarsi, quasi a voler ricordare un’altra tragedia consumatasi pochi giorni prima, per lo stesso motivo.
Dopo circa quindici ore di navigazione, accade l’inevitabile: pochi controlli a causa del mare agitato, e l’imbarcazione, con oltre 100 persone a bordo, che si ribalta. Molti non riescono nemmeno a uscire dalla stiva, che diventa una trappola mortale in alto mare. Ahmed, invece, riesce a restare a galla, aggrappato allo scafo rovesciato.
I soccorsi arrivano tardi e, come spesso accade, in modo frammentato. Ma arrivano. L’allarme è partito da Sea Bird, l’aereo civile di Sea-Watch, dopo una segnalazione della Marina militare francese. Poi intervengono due mercantili che si trovano in zona e fanno quello che possono: lanciano oggetti galleggianti e improvvisano operazioni di soccorso. È così che uno di questi, la Ievoli Grey, riesce a recuperare 32 sopravvissuti e due corpi.
Quando Ahmed arriva a Lampedusa è vivo, ma fa fatica a parlare di ciò che ha vissuto. E quasi certamente ignora quello che, da lì in avanti, potrebbe attenderlo. Ahmed, molto probabilmente, diventerà uno dei tanti minori soli in un Paese sconosciuto. Per giunta, dentro un sistema che ormai gestisce flussi e non persone.
Poi ci sono quelli che, al contrario di Ahmed, non ce l’hanno fatta. Quelli che, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, sono almeno 765 dall’inizio dell’anno. Sono le vittime del Mediterraneo centrale, numeri che aumentano ogni anno e che, nello stesso tempo, svuotano progressivamente il significato di parole come persona, essere umano.
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