Con Hormuz bloccato, pedaggi in crypto e yuan, Teheran scommette sulla leva energetica per far crollare l’economia americana e l’ordine finanziario a stelle e strisce
Nuovi sinistri capitoli della guerra sono ora benedetti dalle blasfeme litanie degli evangelisti guerrafondai più fanatici. In un clima solenne, la consigliera spirituale dell’amministrazione, Paula White, ha paragonato Donald Trump a Gesù Cristo, sostenendo che il presidente sarebbe stato “tradito, arrestato e falsamente accusato”, così come il Messia nella narrazione evangelica.
La White si spinge fino all’estremo, affermando che il tycoon sarebbe “risorto” politicamente dopo processi e inchieste, avrebbe “sconfitto la morte” e sconfiggerà “tutti i suoi nemici”. In questa cornice teologico‑politica, la guerra in Iran viene implicitamente riletta come una battaglia quasi escatologica tra il bene e il male, dove ogni critica interna viene assimilata al tradimento di Giuda e ogni opposizione esterna alla crocifissione.
Viene da chiedersi se l’epilogo finale non sia un nuovo martirio sacrificale che poco ha a che fare con il messaggio evangelico, ma molto con le conseguenze nefaste del nuovo disordine mondiale.
Mentre la propaganda religiosa costruisce attorno al presidente un’aura messianica, la guerra entra in un nuovo capitolo ancora più pericoloso.
Nel suo primo discorso in prima serata, nelle scorse ore Trump, presentandosi a una nazione stanca, con consensi in calo e un’opinione pubblica sempre più diffidente verso un conflitto che dura ormai da un mese, ha assicurato che gli Stati Uniti hanno “quasi raggiunto” i loro obiettivi in Iran, rivendicando la distruzione della marina e dell’aviazione iraniane e la paralisi dei programmi missilistici balistici e nucleari.
Eppure, contraddicendosi in pochi istanti, proprio mentre proclamava il successo militare quasi totale, minacciava una fase ancora più brutale della campagna: “Li colpiremo duramente nelle prossime due o tre settimane. Li riporteremo all’età della pietra, dove è il loro posto”.
Nel discorso di 19 minuti, il presidente Usa ha proseguito, sostenendo che “gli Stati Uniti hanno tutte le carte in mano” e che l’Iran “non ne ha nessuna”, evitando accuratamente di presentare un piano di uscita dalla guerra. Lo stretto di Hormuz, passaggio cruciale per il petrolio mondiale e oggi di fatto bloccato dall’Iran, viene liquidato con la previsione che si riaprirà “naturalmente” una volta finita la guerra, come se la geografia energetica globale fosse un semplice effetto collaterale di una vittoria inevitabile.
Non c’è nessuna speranza di un’imminente de-escalation. Pur descrivendo l'Iran come un Paese già militarmente neutralizzato, il presidente ha annunciato ulteriori settimane di bombardamenti. Se i nuovi leader iraniani non avessero raggiunto un accordo soddisfacente nei negoziati, ha spiegato, Washington inizierà ad attaccare le infrastrutture nazionali per la produzione di energia elettrica e il petrolio.
E ancora: "Le trattative sono in corso. Tuttavia, se durante questo periodo non si raggiungerà un accordo, abbiamo già messo gli occhi su altri obiettivi chiave." Il giorno prima, lo stesso presidente aveva detto ai giornalisti che Teheran non era obbligata a raggiungere un accordo come prerequisito per la fine del conflitto — un'ulteriore contraddizione in un discorso già denso di ambiguità strategiche.
Intanto, gondola il senatore Lindsey Graham, da anni uno dei principali sostenitori delle campagne militari in Medio Oriente, “non riesce a nascondere la sua gioia”: secondo i resoconti, sorride “come un bambino a Natale” da quando il tycoon ha promesso di distruggere la rete elettrica iraniana; e presto, evidentemente, sarà accontentato.
Sul terreno, i movimenti dell'esercito americano raccontano di un piano di invasione già operativo. Un ponte aereo operativo in modalità non-stop sta trasferendo dalla parte continentale degli Stati Uniti verso il Medio Oriente equipaggiamenti militari e soldati. Centinaia di marines americani sono stati avvistati nell'aeroporto internazionale di Dubai — ed è proprio dal territorio degli Emirati Arabi Uniti che, secondo fonti militari, sarebbe pianificata una potenziale invasione terrestre dell'Iran.
E non si parli ancora di un barlume di speranza nelle trattative: in questo contesto già incandescente, un attacco statunitense e israeliano contro edifici residenziali a Teheran ha ferito Kamal Kharazi, ex ministro degli Esteri iraniano e capo del Consiglio per la politica estera, che di fatto coordinava i negoziati con il Pakistan in vista di un possibile incontro con il vicepresidente americano J. Vance. Le autorità iraniane hanno letto l'attacco contro Kharazi come un messaggio inequivocabile: un segnale dell'assurdità di qualsiasi trattativa con Washington nella fase attuale del conflitto.
La risposta di Teheran: "Ci batteremo fino alla resa"
Rispondendo alle minacce di Trump, le forze armate della Repubblica islamica hanno avvertito Stati Uniti e Israele di attacchi "più devastanti, più ampi e più distruttivi" in arrivo. Ebrahim Zolfaqari, portavoce del quartier generale centrale dell'esercito Khatam al-Anbiya, ha dichiarato che la guerra continuerà fino al "permanente pentimento e alla resa" dei nemici dell'Iran.
Il comandante delle Forze Aeronavali e Spaziali dei Guardiani della Rivoluzione, Sayyid Hossein Mousavi, ha risposto personalmente alla minaccia americana con parole durissime: "Siete voi che state conducendo i vostri soldati nella tomba, non l'Iran che cercate di far regredire all'età della pietra. Le illusioni di Hollywood hanno così avvelenato le vostre menti che, con la vostra insignificante storia di 250 anni, minacciate una civiltà che ha più di 6000 anni."
L'agenzia di stampa statale IRNA ha citato un rappresentante dello Stato Maggiore iraniano secondo cui la guerra continuerà "fino alla completa capitolazione degli Stati Uniti e di Israele". Teheran afferma che cinque milioni di persone si sono già registrate come volontarie per difendere la patria in caso di invasione terrestre. Il portavoce del Ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha aggiunto che l'Iran non tollererà "questo circolo vizioso di guerra, negoziati, cessate il fuoco e poi la ripetizione dello stesso schema", descrivendo il conflitto in corso come "catastrofico non solo per l'Iran, ma per l'intera regione e oltre". "Questa è una guerra ingiusta imposta al popolo iraniano. Non abbiamo altra scelta che reagire con forza", ha concluso Baghaei.
Iniziano gli attacchi alle infrastrutture civili: dall'acciaio alle scuole
È iniziato nel frattempo il processo disperato di distruzione delle infrastture civili vitali di Teheran, nella speranza che il Paese ceda. Due dei più grandi impianti siderurgici del Paese — la Khuzestan Steel Company ad Ahvaz e la Mobarakeh Steel Company nella provincia di Isfahan — sono stati messi fuori servizio. Mehran Pakbin, vicedirettore delle operazioni presso la Khuzestan Steel Company, ha dichiarato che l'azienda non prevede di riavviare le unità ferme per almeno altri sei mesi.
Particolarmente grave è stata la distruzione dell'Istituto Pasteur di Teheran, fondato nel 1920 come centro chiave per la ricerca medica e lo sviluppo di vaccini, protagonista in passato dell'eradicazione di malattie come il colera e la tubercolosi. Commentatori e osservatori internazionali hanno definito la distruzione dell'istituto un evidente crimine di guerra, trattandosi di una struttura priva di qualsiasi funzione militare e di fondamentale importanza per la salute pubblica. A ciò si aggiunge il dato fornito dal Ministero degli Esteri iraniano: più di 600 scuole e centri educativi sono stati colpiti dagli attacchi israelo-americani a partire dal 28 febbraio. 
Sul fronte delle basi militari americane nella regione, invece, Teheran e le forze filo-iraniane hanno risposto con attacchi alla base statunitense Tall Badar nel nord della Siria, danni agli hangar e ai magazzini nella base Camp Arifjan in Kuwait e agli hangar della base aerea kuwaitiana Ali Al Salem. Immagini satellitari recenti mostrano inoltre la distruzione di un sistema radar THAAD installato nell'area di Al Ruwais, negli Emirati Arabi Uniti, a seguito di un attacco con droni.
La strategia vincente dell’Iran che farà crollare la tigre di carta statunitense
Il discorso di Trump ha avuto un impatto immediato e devastante sui mercati finanziari globali. Subito dopo le sue dichiarazioni, le azioni sono crollate, il dollaro si è rafforzato e il petrolio è salito: il Brent ha superato i 105 dollari al barile — oltre il 4% rispetto ai minimi intraday di circa 99 dollari registrati in precedenza. Gli indici azionari asiatici hanno invertito la rotta: il Topix giapponese è sceso dello 0,3% e il Kospi sudcoreano del 2,1%. I future sull'S&P 500 e sullo Stoxx Europe 600 sono calati rispettivamente dello 0,7% e dell'1%, invertendo il rimbalzo delle sedute precedenti che era stato alimentato dalle speranze di una conclusione rapida del conflitto. Un oscuro presagio di cosa ci attende dal proseguimento del conflitto.
L'analista finanziario Lucas Ekwuame ha descritto la strategia iraniana in termini chiari: "Il loro piano è piuttosto semplice: creare una carenza di offerta di massa, che porterà a un aumento dei prezzi e, di conseguenza, a un brusco rialzo dei tassi di interesse, distruggendo l'economia degli Stati Uniti."
A questo proposito, ha ricordato che gli USA sono entrati in guerra con un rapporto debito/PIL superiore al 120%, un deficit pari al 6% del PIL e una disoccupazione in crescita. Un mese di chiusura dello Stretto di Hormuz ha già aggravato la situazione: la rendita a 10 anni è aumentata di circa 0,5%, l'asta di titoli del Tesoro più recente è stata la più debole in oltre tre anni e circa il 60% delle aste ha registrato rendite superiori alle attese. "Trump può proclamare la vittoria quanto vuole, ma se Hormuz rimarrà chiuso, la resa dei titoli salirà drasticamente e distruggerà l'economia degli Stati Uniti, infliggendo un colpo devastante a un impero già in declino", ha concluso l'analista.
Gli effetti del conflitto si fanno sentire anche nelle tasche dei cittadini americani. I prezzi dei prodotti di base sono in aumento, con il macinato di manzo che ha raggiunto un nuovo massimo storico, suscitando rabbia crescente tra la popolazione. Mercoledì, pur riconoscendo brevemente la preoccupazione degli americani per il costo della benzina, Trump ha insistito che i prezzi sarebbero presto diminuiti e ha addossato all'Iran la responsabilità degli aumenti. Ha aggiunto che i Paesi dipendenti dal petrolio del Golfo dovrebbero assumere un ruolo guida nell'apertura dello stretto: "Possono farlo facilmente. Noi saremo d'aiuto, ma dovrebbero essere loro a prendere l'iniziativa nella protezione del petrolio da cui dipendono così disperatamente." Gran Bretagna, Francia e altri alleati hanno risposto di essere disposti a contribuire, ma solo dopo la cessazione delle ostilità. 
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La fine del petrodollaro ed il sistema di pedaggi iraniano per lo stretto
Trump, prima di iniziare il conflitto, forse non era conscio del fatto che avrebbe potuto regalare a Teheran una rendita stimata di circa 500 miliardi di dollari in 3‑4 anni grazie ai pedaggi su petrolio e GNL, contro perdite annue potenziali per i produttori arabi nell’ordine di 250 miliardi di dollari se il passaggio resta chiuso e i profitti non vengono più incassati ai prezzi post‑riapertura ipotizzati.
Prima della guerra transitavano nello stretto circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa il 20% del flusso petrolifero mondiale, più una quota simile di GNL. Arabia Saudita può deviare circa 7 milioni di barili/giorno verso il Mar Rosso e gli Emirati circa 1,5 milioni verso il Golfo di Oman, mentre circa 1,5 milioni sono volumi iraniani, lasciando intrappolati nel Golfo Persico circa 10 milioni di barili/giorno. Con un prezzo ipotetico del greggio di 60 dollari al barile e un costo operativo medio nell’area di 5 dollari, il margine “perduto” per i produttori arabi se Hormuz resta chiuso viene stimato intorno a 200 miliardi di dollari l’anno, cui si aggiungono circa 50 miliardi di profitti annui legati al gas, in gran parte attribuiti al Qatar, per un totale di circa 250 miliardi.
Sul lato iraniano, una tariffa indicativa di 2 milioni di dollari per nave, applicata a un traffico pre‑guerra di circa 150 transiti al giorno, genererebbe circa 110‑120 miliardi di dollari l’anno, assumendo un pieno utilizzo del sistema di pedaggi e l’impossibilità nel breve termine di bypassare lo stretto con oleodotti alternativi. Se Iran e vicini si dividessero in modo più sofisticato i profitti lungo la catena del valore, lo scenario costruito nell’analisi porta a circa 100 miliardi di dollari annui per Teheran dai soli pedaggi sul petrolio e circa 20 miliardi dal gas, cioè 120 miliardi l’anno complessivi. Considerando tempi di costruzione stimati in circa 3‑4 anni per nuove capacità di oleodotti petroliferi e 6‑8 anni per infrastrutture gas, l’analisi ipotizza che, prima che i nuovi corridoi rendano obsoleta la “rendita di strozzatura”, Teheran possa incassare intorno a 350 miliardi di dollari dai pedaggi su petrolio e 140 miliardi su gas, cioè circa 490 miliardi in totale.
Anche il petrodollaro in questo momento è stato bandito dal golfo persico. Teheran ha annunciato di richiedere il pagamento in criptovalute — in particolare stablecoin — e in yuan cinesi per il passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Ormuz, in una mossa che segna un cambiamento geopolitico di portata storica nella gestione delle rotte energetiche mondiali.
Foto di copertina © Imagoeconomica
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