Con 62 voti contro 48 Israele approva la morte obbligatoria per i “terroristi” palestinesi, mentre i coloni restano sotto la protezione della legge civile
Alla Knesset si alzano gli spumanti e si intonano cori festanti. Il Parlamento israeliano ha approvato la legge che introduce la pena di morte per terrorismo.
Secondo il testo, passato con 62 voti a favore e 48 contrari. è passibile di condanna capitale “chi causa intenzionalmente la morte di una persona nell’ambito di un atto di terrorismo, con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”. C’è un particolare sostanziale in ogni caso: nella versione approvata, chi viene riconosciuto colpevole dell’omicidio di un cittadino israeliano nella Cisgiordania occupata viene automaticamente condannato a morte dai tribunali militari che amministrano il territorio, mentre i giudici civili in Israele mantenendo un margine di scelta tra esecuzione e ergastolo, con la possibilità di optare per la seconda solo in presenza di “speciali ragioni” non meglio definite.
L’estrema destra è in estasi. “Abbiamo fatto la storia. Lo avevamo promesso e lo abbiamo mantenuto. La legge sulla pena di morte per i terroristi è entrata a far parte dell’ordinamento giuridico dello Stato di Israele” ha scritto il ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, il principale promotore del provvedimento, che in aula ha festeggiato con applausi, abbracci e stappando una bottiglia.
Una legge che, di fatto, non farà altro che esacerbare il processo di apartheid in un sistema già discriminatorio. Secondo dati del sistema giudiziario israeliano, già nel 2010 il tasso di condanna dei palestinesi processati in Cisgiordania superava il 99%, mentre uno studio di Yesh Din indica che, tra il 2005 e il 2024, solo circa il 3% dei coloni accusati di crimini contro palestinesi in Cisgiordania è stato effettivamente condannato, con oltre il 90% delle indagini archiviate senza alcun rinvio a giudizio.
Le organizzazioni per i diritti umani leggono la legge come un tassello ulteriore di quello che definiscono da tempo un sistema di apartheid. Amnesty International ha denunciato il provvedimento come “un altro strumento discriminatorio nel sistema di apartheid israeliano”, sottolineando come la norma si innesti su una realtà già segnata da detenzione amministrativa, procedure sommarie e un ricorso esteso alla forza letale verso una popolazione occupata. Human Rights Watch, per bocca del vicedirettore per il Medio Oriente Adam Coogle, afferma che “i funzionari israeliani sostengono che l’imposizione della pena di morte sia una questione di sicurezza, ma in realtà essa consolida la discriminazione e un sistema giudiziario a due velocità, entrambi elementi distintivi dell’apartheid”, aggiungendo che “la pena di morte è irreversibile e crudele” e che, combinata con “severe restrizioni in materia di appello e il termine di 90 giorni per l’esecuzione, questo disegno di legge mira a uccidere i detenuti palestinesi più rapidamente e con minore controllo”.
Sul piano internazionale, la reazione è stata netta, seppur tardiva rispetto a un iter legislativo noto da mesi. I ministri degli Esteri di Germania, Francia, Italia e Regno Unito hanno firmato una dichiarazione congiunta in cui si dicono “particolarmente preoccupati per il carattere di fatto discriminatorio del disegno di legge”, avvertendo che “l’adozione di questo disegno di legge rischierebbe di compromettere gli impegni assunti da Israele in materia di principi democratici” e definendo la pena capitale “una forma di punizione disumana e degradante, priva di qualsiasi effetto deterrente”. L’Unione Europea ha ribadito la propria opposizione alla pena di morte “in tutti i casi e in tutte le circostanze”, mentre il Consiglio d’Europa e diversi governi europei hanno invitato Israele ad abbandonare un percorso che “allontana” ancora di più il Paese dagli standard giuridici del continente.
Una legge che tra l’altro, come evocato, crea cittadini di serie A e cittadini di serie B. I palestinesi sono soggetti alla legge militare, mentre i coloni israeliani rispondono alla legge civile israeliana,
Nonostante i tentativi del governo Netanyahu e del ministro Smotrich di consolidare un’annessione graduale della Cisgiordania, quel territorio resta formalmente un’area occupata e, come tale, sottoposta alle norme dell’occupazione e non alla piena legislazione sovrana dello Stato occupante. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel settembre 2024, ha chiesto a stragrande maggioranza la fine dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gerusalemme Est entro un anno, appoggiando il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia che ha definito “illegale” l’occupazione stessa. È in questo contesto che l’Associazione per i diritti civili in Israele ha depositato ricorso alla Corte Suprema pochi minuti dopo il voto, definendo il provvedimento “discriminatorio per sua stessa natura” e sostenendo che i legislatori israeliani non hanno autorità legale per imporlo a palestinesi che non sono cittadini israeliani e vivono in un territorio straniero occupato.
La legge militare vigente in Cisgiordania permette pratiche come la detenzione amministrativa – in cui persone possono essere trattenute a tempo indefinito senza accuse formali – tutele legali asimmetriche e un’applicazione selettiva delle leggi, con demolizioni sistematiche di case palestinesi “costruite senza permesso”, in un contesto in cui ottenere quei permessi è quasi impossibile, a fronte di insediamenti ebraici illegali spesso poi legalizzati retroattivamente. A marzo 2026 circa 9.500 palestinesi risultavano detenuti nelle carceri israeliane, spesso in condizioni definite disumane, e circa la metà si trovava in detenzione amministrativa o classificata come “combattente illegale”, senza processo e senza possibilità effettiva di difesa.
La questione della tutela dei minori palestinesi evidenzia ulteriormente la fragilità delle garanzie. I bambini e gli adolescenti palestinesi possono essere fermati e interrogati senza la presenza dei genitori e con accesso ritardato a un avvocato, in violazione sia del diritto israeliano che delle norme internazionali sui diritti del fanciullo, come documentato da Human Rights Watch. Un quadro di pulizia etnica che sarà ora alimentato anche dall’introduzione della pena capitale.
Alla base del quadro normativo attuale c’è anche la legge sullo Stato-nazione del 2018, che definisce Israele come “patria esclusiva del popolo ebraico” e attribuisce rango di valore nazionale alla promozione degli insediamenti ebraici, senza contemplare una clausola di uguaglianza per i cittadini non ebrei. Secondo i critici, questa legge ha “codificato” in termini costituzionali la gerarchia etnica, degradando lo status dei cittadini palestinesi di Israele, che rappresentano circa il 20% della popolazione, e dando un ombrello ideologico alle pratiche discriminatorie nei territori occupati.
Foto © Imagoeconomica
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