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Il partito del Presidente USA si divide sulla strategia militare in Medio Oriente, mettendo in crisi la leadership del tycoon

Il Partito Repubblicano statunitense sta attraversando una fase di forte tensione interna, con crepe sempre più evidenti nella leadership di Donald Trump, le divisioni tra l’ala più vicina al movimento Maga e i repubblicani moderati appaiono ormai secondarie rispetto a un diffuso malcontento intorno. Il punto di rottura si è manifestato durante un briefing riservato al Congresso, in cui funzionari della Difesa e dell’intelligence hanno riferito alla Commissione Forze Armate della Camera. L’incontro, che avrebbe dovuto chiarire la strategia americana nel conflitto mediorientale in corso, si è invece trasformato in un momento di forte frustrazione ed irritazione per molti deputati, secondo alcune indiscrezioni provenienti dagli staff parlamentari precedenti alla conclusione.

Tra i più critici, Mike Rogers, presidente repubblicano della Commissione, che ha sì espresso sostegno formale al presidente ma denunciando anche il disordine che regna all’interno dell’amministrazione: diverse fonti presenti all’incontro hanno evidenziato versioni discordanti tra i funzionari, senza una linea comune né sugli obiettivi né sulle possibili azioni militari. Sulle motivazioni iniziali dell’intervento le spiegazioni fornite non sono apparse convincenti e hanno alimentato ulteriori perplessità, già emerse dopo le dichiarazioni della direttrice dell’Intelligence Tulsi Gabbard, che aveva ridimensionato l’idea di una minaccia imminente da parte dell’Iran. Anche l’intervento di Nancy Mace, deputata repubblicana della South Carolina, che ha preso posizione contro il possibile invio delle truppe di terra in Iran: “Non voterò per mandare i nostri giovani a morire per i prezzi del petrolio”, riflette un sentimento sempre più diffuso tra i membri del Grand Old Party, dove sta prendendo forma una vera e propria opposizione interna. Questa spaccatura potrebbe rafforzarsi ulteriormente se figure già critiche come Warren Davidson, rappresentante dell’Ohio e Thomas Massie, rappresentante del Kentucky, trovassero nuovi alleati mettendo in difficoltà lo Speaker Mike Johnson nel sostenere la linea presidenziale.

Alla base delle tensioni non c’è solo la comunicazione carente, ma soprattutto l’assenza di una strategia chiara. Dopo i primi giorni di conflitto, molti repubblicani avevano indicato tre condizioni fondamentali: obiettivi definiti, una tempistica precisa per la conclusione delle operazioni e il rifiuto dell’impiego di truppe di terra. Tuttavia, su nessuno di questi punti l’amministrazione sembra fornire garanzie, anzi il recente dispiegamento di migliaia di militari ha alimentato il timore di un coinvolgimento diretto sempre più ampio. A preoccupare è in particolare la gestione della sicurezza dei soldati, su cui - secondo alcuni deputati - mancano rassicurazioni adeguate. Cresce inoltre il disagio per i costi dell’operazione: la richiesta di 200 miliardi di dollari aggiuntivi per il Pentagono arriva in un momento di difficoltà interna, tra disagi nei trasporti e problemi nei pagamenti dei dipendenti federali. La deputata Lauren Boebert, membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato del Colorado, ha sintetizzato il malcontento: molte famiglie americane faticano a sostenere le spese quotidiane, mentre il governo destina risorse ingenti a un conflitto impopolare. 

Persino al Senato, sebbene con toni più moderati, non mancano le critiche sulla pianificazione della guerra: alcuni esponenti conservatori ritengono che siano state sottovalutate le capacità di risposta iraniane e che non tutte le variabili siano state prese in considerazione. Infine, non convince neppure la gestione dei rapporti internazionali. L’approccio diretto e spesso duro di Donald Trump nei confronti degli europei, viene visto tra le fila del Gop come controproducente: pur riconoscendo la necessità di una collaborazione, un metodo diplomatico e una richiesta di aiuto sarebbero stati più efficaci per rafforzare il sostegno degli alleati. La crescente inquietudine all’interno del Partito Repubblicano non riguarda più soltanto semplici divergenze politiche, bensì evidenzia una vera messa in discussione della strategia decisionale della Casa Bianca.

Fonte: La Stampa

Foto © Imagoeconomica

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