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Il direttore generale replica: “Rischiavamo una multa da 1 miliardo e la chiusura

Il webinar dedicato alla finanza etica nel contesto della guerra e delle conseguenze del conflitto a Gaza si è trasformato in un confronto acceso e in parte inatteso. L’incontro, promosso dal gruppo dei “dipendenti di Banca d’Italia per la Palestina” nato durante le mobilitazioni dello scorso anno contro il genocidio dei palestinesi nella Striscia, ha riunito economisti, operatori finanziari e figure istituzionali per discutere dei limiti e delle responsabilità del sistema finanziario internazionale. A moderare l’appuntamento è stato Duccio Facchini di Altreconomia, mentre tra gli ospiti principali figuravano la relatrice speciale delle Nazioni Unite per il Territorio palestinese occupato Francesca Albanese e il direttore generale di Banca Etica Nazzareno Gabrielli.
Il dibattito si è aperto con la lettura dell’articolo 11 della Costituzione italiana e con un intervento dell’economista Pier Giorgio Ardeni, ma il cuore della discussione si è presto spostato su una questione concreta e controversa: le difficoltà economiche e operative che Albanese sta affrontando da quando gli Stati Uniti hanno deciso di imporle sanzioni. Il provvedimento, introdotto lo scorso anno, ha avuto conseguenze dirette anche sul piano bancario e finanziario, rendendo estremamente complesso per la relatrice Onu svolgere normali operazioni economiche.
Tra gli effetti più evidenti c’è l’impossibilità di aprire un conto corrente, nemmeno presso un istituto come Banca Etica. “La finanza etica è etica fino a un certo punto, perché opera all’interno di questo sistema e con grossi vincoli, il mio caso ne è la prova”, ha detto Albanese durante il confronto.
A risponderle è stato Gabrielli, che ha ricostruito il tentativo compiuto dalla banca lo scorso anno per aprirle un conto. Il processo si è però fermato quando è emerso che le sanzioni statunitensi — in particolare l’inserimento del nome di Francesca Albanese nella lista Ofac — comporterebbero per un istituto che le violi una sanzione fino a un miliardo di euro. “Sono passato dalla felicità di venire scelto da Albanese alla frustrazione di essermi reso conto che il provvedimento Usa aveva ripercussioni giuridiche così forti che non abbiamo potuto aprirle un conto corrente”.
Dal canto suo Albanese ha chiarito di aver scelto di non intraprendere un contenzioso contro l’istituto: “Avrei potuto fare causa a Banca Etica, non l’ho fatto per quello che sono”.
Gabrielli ha insistito sul fatto che il margine di azione degli operatori finanziari sia estremamente ridotto. “Gli operatori finanziari non hanno alternativa”, ha spiegato, sottolineando come solo le istituzioni politiche possano intervenire su un quadro normativo di questo tipo. Banca Etica, ha raccontato, ha provato a muoversi insieme ad altri attori della finanza etica europea e internazionale per sollecitare un’iniziativa politica, ma senza risultati concreti.
Pur criticando apertamente l’uso politico delle sanzioni anti-riciclaggio, l’istituto è comunque costretto a operare all’interno delle regole del sistema finanziario internazionale. Ignorarle avrebbe comportato rischi enormi, fino alla possibile chiusura della banca stessa. “Dobbiamo pensare ai nostri 130 mila clienti, tra cui ci sono ong che lavorano in Palestina. La sfida vera è riuscire a fare banca dentro il sistema, evidenziando anche gli atteggiamenti criminali delle istituzioni, in alcuni casi”.
Per Albanese, tuttavia, questa spiegazione non basta. Dal suo punto di vista politico e personale, il caso dimostra come gli strumenti della finanza etica non siano sufficienti quando entrano in gioco dinamiche di potere globali. “Il mio caso ha dimostrato chiaramente che la finanza etica ha dei limiti. In fin dei conti, nessuno se la sente di assumersi il rischio di sfidare una situazione illegale, immorale e irresponsabile come quella di sanzionare un esperto tecnico delle Nazioni Unite”, ha spiegato.
La situazione ha avuto ripercussioni anche nella sua vita privata e familiare. “Per questo ora mia figlia di 13 anni, cittadina americana, si trova a fare causa al presidente Donald Trump”: un tentativo di uscire da quello che la relatrice definisce un vero e proprio vuoto finanziario. “La verità è che il mio Paese mi ha lasciato sola”, ha aggiunto con amarezza.
Le critiche di Albanese non riguardano soltanto il governo guidato da Giorgia Meloni. L’Italia, ha ricordato, si è unita alla proposta francese — poi fallita — che chiedeva le dimissioni della relatrice speciale dell’Onu in seguito a una campagna diffamatoria promossa da gruppi filo-Netanyahu.
Alla base delle sanzioni statunitensi c’è il contenuto del lavoro svolto da Albanese per le Nazioni Unite. In particolare, il rapporto dedicato all’“economia del genocidio”, nel quale si analizza il coinvolgimento di centinaia di aziende, banche e fondi internazionali nelle politiche di occupazione e nelle operazioni militari israeliane in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Secondo la relatrice, le misure restrittive adottate dagli Stati Uniti rappresentano una punizione diretta per questa attività di ricerca e denuncia.
Nel corso del webinar Facchini ha ricordato che anche l’Unione europea dispone di strumenti politici che potrebbero essere utilizzati per contrastare o attenuare l’impatto delle sanzioni americane.
Un margine di intervento, almeno sul piano interpretativo, esisterebbe anche per la Banca d’Italia. L’istituto potrebbe infatti fornire chiarimenti più specifici sull’applicazione delle sanzioni Ofac, soprattutto considerando l’uso apertamente politico di questi strumenti inaugurato dall’amministrazione Trump. Non a caso, le prime figure colpite erano stati i giudici della Corte penale internazionale che avevano emesso un mandato di arresto contro Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant.
Tuttavia, finora né le istituzioni europee né quelle italiane hanno preso una posizione concreta. E il caso Albanese continua a rappresentare, nel dibattito sulla finanza etica, l’esempio più evidente dei limiti di un sistema che, anche quando si proclama alternativo, resta profondamente vincolato agli equilibri politici e finanziari globali.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Foto © Paolo Bassani 

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