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Il premier spagnolo alla Conferenza di Monaco: “Il mondo non ha bisogno di un riarmo nucleare, ma di uno che sia morale”

 È una grande lezione politica e morale quella che il capo del governo spagnolo Pedro Sánchez ha offerto ai leader europei, molti dei quali allineati agli interessi della Casa Bianca, Italia compresa. Il presidente del governo spagnolo ha infatti preso una posizione pubblica molto netta contro l’operazione militare condotta dagli Stati Uniti insieme a Israele contro l’Iran.
Durante un intervento ufficiale dalla residenza governativa della Moncloa, avvenuto pochi giorni fa, il leader socialista ha rilanciato uno slogan storico della sinistra spagnola: “No alla guerra”. Stiamo parlando di un’espressione che richiama la grande mobilitazione popolare del 2003 contro l’invasione dell’Iraq e che contribuì, negli anni successivi, alla caduta del governo conservatore guidato da José María Aznar.
Per Sánchez, insomma, la Spagna non deve sostenere un conflitto che rischia di destabilizzare ulteriormente il sistema internazionale.
Non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo - ha detto il premier spagnolo - né contrario ai nostri valori e interessi, semplicemente per evitare ritorsioni da parte di qualcuno. Dobbiamo imparare dalla storia: non si può giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone”.
Proprio l’esempio dell’Iraq rappresenta un punto di partenza fondamentale per comprendere le conseguenze di quel tipo di interventi: dall’aumento significativo del terrorismo alle crisi migratorie, fino alle ricadute economiche e politiche. “Dobbiamo difendere oggi gli stessi valori che difendiamo quando parliamo dell'Ucraina, di Gaza, del Venezuela o della Groenlandia”, ha proseguito Sánchez. “La questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah. Nessuno lo è. Certamente non il popolo spagnolo e nemmeno il governo spagnolo. La questione è piuttosto se siamo dalla parte del diritto internazionale e, quindi, della pace”.
Il presidente spagnolo ha voluto rimarcare anche un altro aspetto: la posizione di Madrid si inserisce in un quadro molto più ampio, che - almeno nelle intenzioni - dovrebbe essere condiviso da una parte consistente della comunità internazionale.
I governi esistono per migliorare la vita delle persone, per fornire soluzioni ai problemi - ha sottolineato - non per peggiorarla. È assolutamente inaccettabile che leader incapaci di adempiere a questa missione utilizzino il fumo della guerra per nascondere il proprio fallimento. E, per inciso, per riempire le tasche di pochi, i soliti”.
Secondo il premier spagnolo, infatti, sono sempre gli stessi a trarre profitto dai conflitti.
Sono gli unici che vincono quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili”, ha aggiunto.
Sánchez ha poi assicurato che la Spagna continuerà a lavorare con i Paesi della regione che sostengono la pace e il rispetto del diritto internazionale, “due facce della stessa medaglia”. Lo farà offrendo sostegno diplomatico e, se necessario, anche risorse materiali. “Lavoreremo con i nostri alleati europei per una risposta coordinata che possa essere realmente efficace”.
Ovviamente, la posizione del premier spagnolo ha provocato una reazione molto dura da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha puntato il dito direttamente contro Madrid. “Taglieremo ogni commercio con la Spagna”, ha dichiarato Trump ai giornalisti durante un incontro nello Studio Ovale con il cancelliere tedesco Friedrich Merz.  


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Donald Trump 


A far infuriare il tycoon, che ha anche detto “Non vogliamo avere nulla a che fare con la Spagna”, sarebbero stati due fattori: il rifiuto della Spagna di consentire l’utilizzo delle basi militari presenti sul suo territorio per operazioni legate all’attacco contro l’Iran e la questione delle spese militari all’interno della NATO.
La Spagna è infatti l’unico Paese dell’Alleanza che non ha accettato di portare la spesa per la difesa al 5% del PIL, obiettivo che Washington spinge da tempo affinché venga adottato dai partner europei. Trump è arrivato a definire Madrid un alleato “terribile” e ha persino ventilato la possibilità di un embargo commerciale contro il Paese.
Alle parole del presidente americano è arrivata immediata la risposta del governo spagnolo, che ha ricordato come la politica commerciale non sia una competenza nazionale ma europea. In altre parole, gli Stati Uniti non possono negoziare o interrompere relazioni commerciali con un singolo Paese dell’Unione senza coinvolgere l’intera UE.
Madrid, tuttavia, non ha fatto passi indietro. Il governo spagnolo ha fatto sapere di essere pronto ad affrontare eventuali ritorsioni economiche, diversificando le catene di approvvigionamento e sostenendo i settori che potrebbero essere colpiti.


Guerra e crisi energetica: Madrid cerca alleati

Parallelamente alla scelta di opporsi all’intervento militare, Sánchez ha avviato un’intensa attività diplomatica per cercare sostegno internazionale alla sua posizione. Negli ultimi giorni ha moltiplicato i contatti con leader europei e internazionali nel tentativo di costruire un fronte contrario all’escalation militare.
Tra i suoi interlocutori figurano diversi capi di governo europei e latinoamericani, mentre alcuni Paesi hanno espresso apprezzamento per la linea pacifista adottata da Madrid. La presa di posizione del premier spagnolo ha avuto eco anche nei media internazionali, che lo hanno descritto come uno dei principali oppositori europei della strategia americana.
Secondo l’entourage di Sánchez, la strategia del “no alla guerra” potrebbe progressivamente trovare maggiore sostegno in Europa, soprattutto se il conflitto dovesse aggravarsi e produrre conseguenze economiche e geopolitiche. Questo perchè il governo spagnolo ritiene che l’instabilità in Medio Oriente possa avere effetti diretti anche sull’economia europea, in particolare sul mercato energetico e sulla stabilità finanziaria.
Infatti, è proprio questo uno degli aspetti più delicati della crisi.
La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran non viene letta soltanto come una crisi militare, ma come una minaccia diretta al cuore del sistema energetico mondiale.
L’allarme più netto è arrivato dal Qatar, che vede nel conflitto il rischio di una paralisi delle esportazioni dal Golfo Persico e, quindi, di uno shock capace di propagarsi ben oltre il Medio Oriente.
Il ministro dell’Energia qatariota Saad al-Kaabi ha avvertito che, se la crisi dovesse continuare, i Paesi del Golfo potrebbero essere costretti a fermare le spedizioni di energia “nel giro di pochi giorni” o comunque di poche settimane, con il petrolio che potrebbe salire fino a 150 dollari al barile.
Secondo il ministro, una simile interruzione “farebbe crollare le economie mondiali”.
Anche Reuters, riportando un’intervista al Financial Times, ha confermato che Doha teme una dichiarazione generalizzata di forza maggiore da parte degli esportatori dell’area. L’agenzia sottolinea inoltre che il Qatar ha già sospeso parte della produzione di gas naturale liquefatto dopo gli attacchi iraniani contro alcune infrastrutture energetiche del Golfo. 


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Saad al-Kaabi


Al centro di questo allarme c’è soprattutto lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo più delicato del pianeta per il commercio energetico. In effeti, da lì transita circa un quinto del petrolio mondiale, oltre a volumi cruciali di gas liquefatto. Proprio per questo motivo ogni interruzione lungo quel corridoio si trasforma rapidamente in una crisi globale.
Ciò che colpisce è che l’Occidente ha ormai così tanti fronti aperti nel mondo che, aprendo nuovi scontri, finisce spesso per indebolire quelli già esistenti.
È il caso della Russia, ad esempio, che sta emergendo come un fornitore alternativo di energia. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che la domanda di energia russa è cresciuta “in modo significativo” a causa della guerra in Iran e delle difficoltà nel passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz.
Il rischio di una contrazione per gli Stati Uniti - che con la guerra in Ucraina hanno visto crescere i profitti legati alla vendita di gas naturale liquefatto, diventando uno dei principali fornitori energetici dell’Europa - è considerato talmente elevato che Washington ha persino concesso una deroga temporanea di 30 giorni che consente alle raffinerie indiane di acquistare petrolio russo già caricato entro il 5 marzo 2026.
Chi invece si muove su una linea più prudente è la Cina. Secondo Reuters, Pechino sarebbe in contatto con Teheran per garantire un passaggio sicuro alle navi che trasportano petrolio e gas naturale liquefatto, compreso il GNL proveniente dal Qatar.
Anche per la Cina, la posta in gioco è enorme: una parte essenziale del suo approvvigionamento energetico passa proprio attraverso lo Stretto di Hormuz.


Perché Sánchez piace sia dentro che fuori dalla Spagna?

Tornando al primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, non è passato inosservato nemmeno il suo intervento alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati alla geopolitica e alla difesa.
Durante quell’occasione il leader spagnolo ha lanciato un avvertimento che suona come un richiamo diretto alle grandi potenze nucleari. Sánchez ha parlato apertamente del rischio di una nuova fase di proliferazione atomica, proprio mentre si è chiusa una pagina cruciale del controllo degli armamenti: la scadenza del trattato New START, l’ultimo accordo rimasto in vigore tra Stati Uniti e Russia per limitare i rispettivi arsenali nucleari.
Voglio chiedere cordialmente a queste potenti nazioni: per favore, sedetevi, negoziate e firmate un nuovo trattato START per garantire la continuità di quello appena scaduto”, ha dichiarato durante uno dei panel della conferenza.
Sánchez ha poi insistito su un altro punto che, secondo lui, dovrebbe guidare il dibattito internazionale: “Il riarmo di cui abbiamo più bisogno al mondo è quello morale”.
Il tema nucleare non era tra i punti centrali dell’agenda della conferenza, ma è riemerso proprio grazie al suo intervento e alle prime discussioni avviate tra Francia e Germania sull’idea di estendere l’ombrello nucleare francese al resto dell’Europa.
Pedro Sánchez sta cercando di costruire una narrazione politica ben precisa. Da un lato vuole presentare il suo governo come un esecutivo capace di intervenire sui grandi nodi - sia internazionali sia sociali - del Paese. Dall’altro punta a marcare una distanza netta sia dalle opposizioni sia da quei poteri economici che, a suo giudizio, ostacolano una redistribuzione più equa della ricchezza.
È all’interno di questa cornice che si collocano i quattro pilastri della sua agenda: la casa, la disuguaglianza, i salari e il futuro economico dell’Unione europea.
Sul fronte abitativo, il governo spagnolo ha annunciato che il nuovo fondo sovrano España Crece servirà anche a finanziare la costruzione di fino a 15 mila alloggi l’anno a prezzi accessibili. L’obiettivo è mobilitare complessivamente 23 miliardi di euro per il settore immobiliare, utilizzando parte delle risorse europee del Recovery non ancora impiegate per attirare nuovi capitali pubblici e privati. 


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Pedro Sánchez e António Costa


C’è poi il tema della disuguaglianza. Sánchez è intervenuto con decisione contro quelle che definisce élite economiche e alcuni governi regionali, accusandoli di frenare gli sforzi redistributivi dello Stato. Il bersaglio polemico sono gli “oligarchi” che, secondo il premier, cercano di consolidare “uno status quo di disuguaglianza”.
Secondo Sánchez, alcuni gruppi imprenditoriali alimentano una sorta di “inflazione dell’avidità”, mentre molti cittadini faticano ad arrivare a fine mese. L’economia spagnola cresce, la borsa vola e le imprese registrano profitti elevati, ma questa ricchezza - ha spiegato il premier - non si trasferisce in modo sufficiente ai salari e alle condizioni di vita della maggioranza.
Da qui l’idea di una “disconnessione” tra buoni dati macroeconomici e realtà sociale.
L’elenco degli effetti citati dal premier ricorda molto quello italiano: polizze assicurative più costose, mutui più pesanti, affitti in aumento e rendimenti dei risparmi che non crescono allo stesso ritmo dei profitti bancari.
Il terzo capitolo riguarda invece il salario minimo. Sánchez ha scelto di partecipare personalmente alla firma dell’accordo che porta il salario minimo interprofessionale a 1.221 euro lordi mensili in 14 mensilità, con un aumento del 3,1% rispetto all’anno precedente.
Un gesto non casuale, perché l’accordo è stato firmato con i sindacati ma senza i datori di lavoro. Proprio contro l’assenza delle organizzazioni imprenditoriali il premier ha lanciato un attacco diretto. “I datori di lavoro sono assenti, e la loro assenza dice molto”, ha dichiarato.
Sánchez ha poi insistito su un principio semplice: se nei momenti difficili si chiede a tutti di stringere la cinghia, quando l’economia cresce i profitti devono essere condivisi. “Che nessuno ci dica che i salari non possono aumentare quando i profitti crescono”, ha detto il premier spagnolo, invitando le aziende a “pagare di più”.
Il governo rivendica che, dal 2018 a oggi, il salario minimo sia aumentato del 66%, passando da 736 a 1.221 euro, con un recupero significativo del potere d’acquisto rispetto all’inflazione.
Infine c’è il tema del futuro economico dell’Unione europea.
Pedro Sánchez sostiene che l’Unione europea non debba rispondere alla concorrenza di Stati Uniti e Cina abbassando gli standard ambientali e sociali. In un documento inviato al presidente del Consiglio europeo, António Costa, il leader spagnolo ha difeso la transizione verde e il modello sociale europeo, indicandoli come veri punti di forza della competitività dell’UE. 
Madrid si oppone inoltre a modifiche profonde del sistema europeo di scambio delle quote di emissione e propone di rafforzare il bilancio dell’Unione fino al 2% del PIL, con l’obiettivo di finanziare investimenti comuni in difesa, infrastrutture, energia, innovazione e tecnologia.
Secondo Sánchez, solo puntando su investimenti condivisi, energie rinnovabili e sviluppo tecnologico l’Europa potrà restare competitiva nello scenario globale.

Foto © Imagoeconomica 

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