Depositate le motivazioni della sentenza contro l’ex militare uruguaiano, condannato per la morte di Elena Quinteros, Raffaella Filippazzi e Augustin Potenza
Non un semplice esecutore di ordini né un ufficiale tecnico senza reale potere decisionale, come sostengono gli avvocati, ma un uomo chiave della giunta uruguayana perfettamente inserita nel "Plan Condor" della Cia. E’ la descrizione che i giudici della Corte d'Assise di Roma fanno di Jorge Nestor Troccoli nelle motivazioni della sentenza con cui il 21 ottobre scorso hanno condannato all'ergastolo (con isolamento di oltre un anno) l’ex comandante della Marina uruguaiana, accusato dell'omicidio della cittadina italiana Rafaella Giuliana Filippazzi, dell’argentino Augustin Potenza e della uruguaiana Elena Quinteros, sequestrati e uccisi tra il 1976 e il 1977 nell'ambito del cosiddetto Piano Condor. Troccoli, 78 anni, si rifugiò in Italia nel 2007 protetto dalla sua doppia cittadinanza, per fuggire dalla giustizia uruguaiana ritrovandosi però perseguito da quella italiana per i fatti della dittatura. Incriminato e condannato all'ergastolo per la morte di una ventina di desaparecidos nello storico processo di Roma sul "Plan Condor", conclusosi ne 2021, attualmente è detenuto nel carcere di Secondigliano. E ora gli è stata comminata una nuova condanna durissima, sebbene in primo grado. Nelle 231 pagine redatte dalla presidente della corte Antonella Capri (giudice a latere Renato Orfanelli) si evidenzia non solo la conferma di una pena, ma anche l’analisi minuziosa di come funzionava un ingranaggio concreto del sistema repressivo nel periodo in cui il Cono Sud dell’America Latina era strangolato da dittature sanguinarie e di come i giudici abbiano ricostruito il meccanismo di queste dittature. Nella fattispecie, quella uruguayana (1973-85). La corte ha smentito quella figura di semplice impiegato delle marina militare, come si era autodefinito anche nella sua autobiografia (“Il Leviatano”) accertando invece “il profilo del repressore ‘perfetto’: militare esperto, altamente motivato, privo di scrupoli, selezionato rigorosamente, capace di pianificare strategie d’intervento, organizzare uomini e risorse economiche, prendere iniziative e impartire ordini, partecipare e dirigere le sessioni di interrogatorio, nonché torturare le vittime grazie alla profonda esperienza maturata negli anni”. 
Elena Quinteros
Ad accertare le gravissime responsabilità dell’ex ufficiale del Corpo dei Fucilieri Navali dell’Uruguay (Fusna) una serie di elementi inconfutabili forniti dalle dichiarazioni dei familiari delle vittime, dei sopravvissuti alla prigionia, poi esimi storici e consulenti, poi organi del pool di investigazione sulla violazione dei diritti umani durante la dittatura. E infine l’acquisizione di copiosa documentazione della giunta, fra cui documenti ufficiali delle commissioni di inchiesta istituite dai vari governi democratici insediatisi dopo la caduta dei regimi militari, in particolare i documenti rinvenuti negli archivi degli stessi organi repressivi. Tra questi, di fondamentale importanza, come in tutti i processi per lesa umanità sui fatti del Sudamerica, è l'"Archivio del Terrore", una mole considerevole di documenti scoperta ad Asunciòn nel 1992 relativi non solo ai detenuti politici dell'epoca della dittatura, ma anche alla cooperazione tra militari di vari paesi del Sud America per la ricerca e la cattura di oppositori. Il fulcro del "Plan Condor", infatti, spiegano i giudici, fu un accordo segreto tra giunte militari di varie nazioni avente ad oggetto, agli inizi, lo scambio di informazioni riguardanti gli appartenenti ai movimenti politici di opposizione ai regimi, allora insediatisi nei Paesi del Cono Sud dell'America Latina e, successivamente, volto a consentire sequestri, torture e omicidi di rivoluzionari, oppositori o sedicenti tali, con l'accordo del Paese ospitante (ove la vittima si fosse ivi rifugiata) e con garanzia di assoluta impunità”. 
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La sorte della maestra e della coppia
Un’impunità che con la fine delle dittature e il ritorno delle democrazie, seppur con fatica, ha cominciato a scricchiolare. Oggi, infatti, le responsabilità di Troccoli emerse nel “Processo Condor” (contro Arce Gomez + 32) sono state ulteriormente approfondite. Per i giudici della corte d’Assise Troccoli è colpevole della scomparsa della maestra e militante del partito PVP Elena Quinteros, desaparecida nel 1976 dopo essere stata sequestrata illegalmente mentre cercava asilo presso l’Ambasciata del Venezuela a Montevideo e per la coppia formata dal peronista Potenza e della compagna rapita a Montevideo nel 1977 e trasferita clandestinamente ad Asuncion, dove i due furono giustiziati insieme. Il corpo di Quinteros fu cremato e disperso nelle acque del Rio de la Plata. Quelli di Filippazzi e Potenza, invece, furono sotterrati e i resti furono trovati nel 2013, specificano i giudici, “grazie al coraggio, allo spirito di abnegazione, alla perseveranza del teste Rogelio Goiburu - figlio di Augustin, dirigente dello stesso partito Colorado del dittatore Stroessner, a sua volta desaparecido - che ha condotto la campagna di scavi nell'area adiacente al centro di detenzione con l'ausilio dell'Istituto di Antropologia Forense argentino”. Dalla ricostruzione dei giudici, “la maestra uruguaiana era schedata fin dal 1975 dal FUS.NA. come militante dell'OPR-33 e della ROE e in ragione di tale militanza politica era ricercata fin da quell'anno dagli organi repressivi, dopo essere stata arrestata e torturata per la sua militanza politica già nel 1969, accusata e condannata per assistenza alla sedizione ed in particolare al MLN-T, e in precedenza nel 1967 ai Tupamaros”. Dopo essersi riparata in Argentina per sfuggire alla persecuzione politica nel 1975, partecipa nel mese di luglio al congresso fondativo del PVP che si tiene a Buenos Aires e assume la responsabilità della Zona A del settore Agitazione e Propaganda (Agi.Prop.) del nuovo partito, rientrando in Uruguay fin dai primi mesi del 1976. Quindi nel giugno 1976 la militante è in procinto di espatriare nuovamente in Argentina per sottrarsi alle ricerche delle forze di repressione, ma, dopo aver salutato la madre il 22 giugno, viene sequestrata dalla sua casa di Montevideo il 24 giugno e successivamente portata nel centro di detenzione clandestino ‘300 Carlos’ o ‘Infierno grande’ dove fu torturata e poi uccisa (desaparecida) con indicazione della sua sorte nell'archivio del FUSNA come ‘fallecida’ verosimilmente tra il 2 ed il 3 Novembre 1976. Il suo corpo non è stato mai trovato”. Stessa tragica sorte toccò anche a Filipazzi e Potenza. I due, si legge, “sono stati vittime del meccanismo repressivo instaurato nell'ambito del c.d. Plan Condor, poiché, ricercati dalle forze di sicurezza del Paraguay, vennero sequestrati illegalmente in Uruguay da appartenenti al FUS.NA. il 27.5.1977, ristretti presso quella unità, a disposizione dell'S2, e successivamente, in data 8 giugno 1977, consegnati alle autorità paraguaiane, precisamente al Direttore del Registro degli Stranieri della Polizia del Paraguay Victorino Oviedo, che eseguì il loro trasferimento forzato in Paraguay a mezzo delle linee aeree civili paraguaiane”.
Rafaella Giuliana Filippazzi
I giudici riportano che le schede segnaletiche rinvenute nell'archivio del FUS.NA. sono state redatte dall'S2, “il servizio di intelligence comandato saldamente dall'imputato Troccoli al momento dei fatti, e documentano sia l'evento del sequestro sia le attività di monitoraggio propedeutiche all'arresto, considerate la coincidenza delle date delle annotazioni presenti sulla scheda con le date di ingresso dei due stranieri a Montevideo”.
Le conclusioni: Troccoli colpevole
Per tali ragioni, “l’imputato deve essere dichiarato responsabile dell’omicidio di Elena Quinteros”, si legge nelle motivazioni della sentenza, “poiché partecipò al processo che condusse alla sua morte, contribuendo materialmente e moralmente all’identificazione della donna come obiettivo dell’operazione repressiva in quanto importante rappresentante del PVP (Partido por la Victoria del Pueblo), nonché all’operazione di nuova detenzione presso l’Ambasciata del Venezuela e alla prosecuzione della sua detenzione”. Inoltre, ribadisce che nel caso Filipazzi-Potenza “l’imputato deve essere dichiarato responsabile per concorso nel reato di omicidio, commesso ad Asunción, Paraguay, [...] poiché, nella sua qualità di comandante dell’S2 del Fusna, contribuì volontariamente e consapevolmente alla commissione dell’omicidio, procedendo illegalmente al sequestro, alla detenzione e alla consegna forzata delle due persone offese alle autorità di polizia paraguaiane [...]. Il sequestro, la detenzione e la consegna, illegali e clandestini, delle persone aggredite costituirono i presupposti necessari per la condotta omicida, senza i quali l’evento letale non avrebbe potuto consumarsi, e lo stesso imputato dovette riconoscere che l’azione era stata pianificata proprio all’interno di quel meccanismo di cooperazione tra Stati che rispondeva all’accordo politico-militare del Plan Cóndor, la cui esistenza egli negò poi di conoscere”. La corte ha anche riconosciuto le aggravanti “di aver commesso il fatto con premeditazione, per motivi abbietti, adoperando sevizie e agendo con crudeltà, agendo con abuso di poteri, agendo con mezzi insidiosi”. 
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Il ruolo di Troccoli nel FUS.NA e la condivisione d’intenti con i superiori
Nelle motivazioni della sentenza si spiega poi il ruolo operativo ricoperto da Troccoli fino al 1978, anno del suo trasferimento. “Dall’istruttoria emerge che il FUS.NA. aveva la missione di svolgere attività di investigazione e raccolta di informazioni contro la sedizione e la sovversione, secondo la terminologia utilizzata durante la dittatura militare. Tali attività comprendevano perquisizioni, sequestri, interrogatori - anche sotto tortura - e la gestione dei casi ritenuti collegati ai movimenti di opposizione”. Testimoni sentiti a dibattimento hanno evidenziato “un elemento rilevante per comprendere il ruolo dell’S2 del FUS.NA. nella repressione: il reparto godeva di ampia autonomia decisionale sia nell’“identificazione del bersaglio”, cioè delle persone da arrestare, sia nel trattamento da riservare agli arrestati e nel determinarne il destino”. In questo quadro, aggiungono giudici, “l’imputato disponeva di un notevole margine operativo nell’azione contro i militanti dell’opposizione, all’interno di una repressione decisa dai vertici politici e militari del regime”. Non solo. L’istruttoria ha dimostrato l’ampio margine di autonomia dei cosiddetti “quadri intermedi”. Lo stesso Troccoli ha riconosciuto nel suo libro “Il Leviatano”, che le loro azioni non derivavano semplicemente da ordini gerarchici, ma da una piena adesione ideologica agli obiettivi politici del regime. "(...) La cosa importante da sottolineare e che non era precisamente il potere coattivo dell'autorità del superiore ciò che ci faceva agire, non si può dire che quando si torturava si facesse soltanto in adempimento agli ordini superiori. Non si può neanche affermare che fossero azioni personali isolate. Era, innanzitutto, un procedimento attraverso il quale si otteneva l'informazione. Era, com'è stato ed è in ogni parte del mondo, una caratteristica in più di quel tipo di lotta. "(...) Per noi non c'erano, ripeto, degli ordini espliciti di torturare...il grande messaggio implicito era che si doveva partecipare e non si poteva perdere... Non possiamo vedere quindi la situazione alla luce di un regime di obbedienza dovuta, non posso essere cinico e codardo e dire che io "mi limitavo a eseguire gli ordini”. Ecco che, sentenzia la corte, “l’imputato, al pari di coloro che come lui, erano stabilmente inseriti nella macchina repressiva del regime, non solo operavano a stretto contato con i vertici militari e i capi di governo del Paese ma ne condivideva gli ideali, da loro riceveva direttive e relazionava periodicamente sui risultati della repressione che organizzava in piena autonomia, avvalendosi di collaboratori fidati. Faceva parte di una élite stabile che conosceva e condivideva l'obiettivo perseguito dai superiori gerarchici ed era consapevole di concorrere, con l'individuazione delle persone da arrestare, al conseguimento del risultato. Per questo motivo agiva con arroganza, spavalderia, forte del silenzio e dell'inerzia serbata dalle autorità costituite a fronte delle denunce dei familiari delle vittime”.
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