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Washington insiste sul compromesso territoriale mentre il presidente ucraino punta a un faccia a faccia con Putin senza riconoscere la sovranità russa sul Donbass 

Mentre all’ambasciata dell’Oman, a Ginevra si decidevano i destini del Medio Oriente, alle 13:00 presso l'Hotel Intercontinental, a soli 2,2 km di distanza, si è chiuso il primo giorno di colloqui trilaterali tra Russia, Stati Uniti e Ucraina, al termine di sei ore di riunioni a porte chiuse. 
Un faccia a faccia che una fonte diplomatica ha descritto come “molto teso” e che aveva sul tavolo i parametri chiave di un possibile accordo: aspetti militari, politici e umanitari, con Kiev intenzionata a porre anche la questione di un “cessate il fuoco energetico”, come anticipato dal segretario del Consiglio per la Sicurezza e la Difesa nazionale, Rustem Umerov
Da parte russa il team è guidato dall’assistente presidenziale Vladimir Medinsky, nuovo capo negoziatore di Mosca; per Washington hanno presieduto al tavolo l’inviato speciale Stephen Witkoff e Jared Kushner, genero del presidente Donald Trump; per l’Ucraina, infine la delegazione è stata capeggiata dal capo dell’ufficio di Volodymyr Zelensky, Kirill Budanov
Sul fronte economico, a Ginevra dovrebbe riunirsi anche il gruppo di lavoro dedicato alle questioni finanziarie, sicurezza energetica e investimenti post-bellici, che comprende tra gli altri il direttore generale del Fondo russo per gli investimenti diretti, Kirill Dmitriev. Tuttavia, il Cremlino, per bocca del portavoce Dmitrij Peskov, ha subito raffreddato le aspettative, chiarendo che “non sono attese novità” immediate dai colloqui odierni e che l’obiettivo, per ora, è semplicemente “proseguire il lavoro” nei prossimi giorni. Non c’è euforico entusiasmo in nessuna delle parti, in sostanza. 
Il giornalista di AxiosBarak Ravid, citando due fonti informate, ha riferito che “i colloqui del gruppo politico a Ginevra oggi sono giunti a un punto morto” e che “la ragione di ciò sono le posizioni espresse dal nuovo capo negoziatore russo, Vladimir Medinsky”, la cui linea sulle questioni territoriali e sulle garanzie di sicurezza avrebbe irrigidito il tavolo al punto da non consentire alcun passo avanti concreto nella prima giornata di confronto. Non era un mistero, d’altra parte, che Mosca avesse sempre posto come punti cardini della pace i territori, il riconoscimento linguistico dei popoli russi e, soprattutto, la neutralità.
Dall’altra parte del tavolo, anche il fronte ucraino mostra crepe interne. The Economist ha riportato che all’interno della squadra negoziale di Kiev si stanno formando due coalizioni contrapposte: un’ala, guidata da Budanov, ritiene che “gli interessi di Kiev siano meglio tutelati da un accordo rapido, guidato dagli Stati Uniti”, temendo che la finestra di opportunità per un’intesa possa “chiudersi presto”; l’altra corrente, che gli osservatori ritengono ancora vicina all’ex capo dell’amministrazione presidenziale Andriy Yermak, è molto più scettica su un compromesso accelerato e teme concessioni irreversibili sul piano territoriale. A Ginevra sono arrivati anche rappresentanti britannici, guidati dal consigliere per la sicurezza nazionale del primo ministro Keir Starmer, Jonathan Powell, interessati a “conoscere i risultati dei colloqui” e a valutare margini per un eventuale sostegno europeo al processo. 
A stemperare ogni possibile spiraglio ottimista ci ha pensato ancora una volta Volodymyr Zelensky, che in un’intervista ad Axios ha escluso in modo netto la possibilità di accettare un’intesa basata sulla cessione dei territori occupati. “Il popolo ucraino rifiuterà l’accordo di pace che prevede il ritiro unilaterale dell’Ucraina dalla regione orientale del Donbass e il suo trasferimento alla Russia”, ha dichiarato il presidente, ribadendo che un’intesa di questo tipo sarebbe “inaccettabile” per la società ucraina. La pubblicazione sottolinea che l’intervista è avvenuta mentre a Ginevra ucraini e russi tenevano il terzo round di colloqui diretti, con il controllo del Donbass come principale punto di contesa. 
Zelensky ha insistito sul fatto che “la Russia deve ritirare le sue truppe alla stessa distanza: queste sono le condizioni per il ritiro delle Forze armate ucraine dal Donbass”, collegando qualsiasi ridislocazione delle unità di Kiev a un contestuale arretramento di quelle russe. Secondo il resoconto di Axios, gli emissari americani Steve Witkoff e Jared Kushner gli hanno riferito che Mosca “vuole davvero porre fine alla guerra” e che, in vista dei colloqui, il presidente ucraino dovrebbe “coordinare la questione con la sua delegazione” partendo da questo presupposto, ma Zelensky si è detto “molto più pessimista” riguardo alle reali intenzioni del Cremlino. 
Il capo di Stato ucraino ha messo in guardia i mediatori statunitensi dal tentativo di vendergli una pace che non reggerebbe alla prova dell’opinione pubblica. Ha raccontato di aver consigliato a Witkoff e Kushner di non cercare di costringerlo a presentare al suo popolo una visione di pace che verrebbe percepita come una “storia fallita”, avvertendo che qualsiasi accordo percepito come una sconfitta mascherata rischierebbe di essere rigettato non solo dal fronte politico, ma dagli stessi cittadini che sostengono lo sforzo bellico da quattro anni. 
Il leader ucraino ha poi criticato in termini insolitamente duri la postura del presidente statunitense Donald Trump, definendo “disonesto” il fatto che continui a chiedere pubblicamente all’Ucraina, e non alla Russia, di fare concessioni per la pace. Secondo il presidente ucraino, “sebbene per Trump possa essere più facile fare pressione sull’Ucraina che sulla Russia, che è molto più grande, la strada per creare una pace duratura non è quella di dare la vittoria al presidente russo Vladimir Putin”. Nelle ultime ore Trump ha ripetuto che “la responsabilità di fare concessioni spetta a Zelensky”, una linea che a Kiev viene letta come un segnale di crescente impazienza da parte della Casa Bianca. 
“Spero che questa sia solo una sua tattica e non una decisione definitiva”, ha commentato Zelensky nell’intervista, lasciando intendere che considera ancora possibile un riallineamento della posizione americana, ma non escludendo frizioni più profonde se Washington dovesse continuare a insistere sulle concessioni territoriali. In parallelo, il presidente ha incaricato il suo team di organizzare un faccia a faccia con Vladimir Putin proprio a Ginevra, ritenendo che “il modo migliore per raggiungere una svolta sulla questione dei territori è incontrare Putin di persona”, pur ribadendo di essere pronto a discutere solo di un ritiro reciproco delle truppe e non di un riconoscimento della sovranità russa sulle aree occupate. 
Sul piano interno, il presidente ucraino ha affrontato anche il tema delle future elezioni, ipotizzando che potrebbero svolgersi durante un cessate il fuoco instabile, qualora il conflitto entrasse in una fase di congelamento. Ha ammesso di prendere in considerazione la possibilità di presentare nuovamente la sua candidatura, ma ha aggiunto che la decisione finale non spetterà al solo vertice politico: “Dipenderà dalla gente. Vedremo cosa vogliono”, ha spiegato, legando implicitamente il proprio futuro politico all’esito dei negoziati di pace e alla percezione pubblica delle eventuali concessioni. 

Foto © Imagoeconomica 

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