Secondo round USA‑Iran senza svolta: mentre si negoziano principi astratti, portaerei, caccia stealth e AWACS ridisegnano lo scacchiere del Medio Oriente
È una giornata di calma glaciale nei cieli del Medio Oriente con la conclusione del secondo round di negoziati nucleari tra Iran e Stati Uniti a Ginevra. Nessuna svolta immediata, ma resta la definizione di principi comuni e la decisione di lavorare a bozze di un possibile accordo, lasciando aperto, almeno per ora, un percorso fragile e reversibile verso l’intesa.
Nel consolato dell’Oman a Ginevra, delegazioni iraniana e statunitense si sono confrontate per alcune ore in un formato indiretto, scambiando note attraverso i mediatori omaniti su dossier tecnici, giuridici ed economici legati al programma nucleare iraniano. A guidare il team iraniano è stato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, mentre per Washington erano presenti gli inviati del presidente Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner. Le consultazioni si sono concluse abbastanza rapidamente, in un contesto regionale segnato da un massiccio dispiegamento militare statunitense, portaerei e bombardieri strategici che, come hanno osservato analisti e reporter, configurano una vera e propria scacchiera predisposta anche allo scenario di guerra.
Nelle ultime ore, il dispiegamento militare verso il Medio Oriente è proseguito senza sosta. Sul fronte aereo, il tassello più importante è il trasferimento di due E‑3 Sentry (AWACS) partiti dall’Alaska e ridislocati in Europa, passo visto da diversi analisti come “pezzo finale” necessario per gestire un’operazione su larga scala, coordinando lo spazio aereo, l’intercettazione di missili e droni e l’eventuale offensiva contro obiettivi iraniani. In parallelo, nelle ultime 24 ore sono stati inviati verso il Medio Oriente oltre 50 caccia di punta – F‑35, F‑22 e F‑16 – con almeno 36 F‑16 e una dozzina di F‑22 che hanno lasciato basi in Europa e negli Stati Uniti, supportati da aerocisterne e diretti verso hub come il Regno Unito e le basi USA in Giordania, Qatar e nel Golfo, da cui possono essere impiegati sia in ruoli difensivi (intercettare droni/proiettili) sia offensivi.
“Per certi versi i negoziati sono andati bene, ma è stato molto chiaro che ci sono alcune linee rosse fissate dal Presidente che l’Iran non è ancora disposto a riconoscere e ad affrontare. Il Presidente si riserva il diritto [di un’azione militare] se la diplomazia dovesse arrivare a un vicolo cieco”, ha dichiarato a margine dei colloqui di oggi il vicepresidente J.D. Vance, segnando un esito che appare direttamente proporzionale alla pressione militare esercitata su Teheran.
Ali Vaez dell'International Crisis Group, sostiene che qualsiasi dichiarazione sui progressi nei colloqui tra Stati Uniti e Iran "dovrebbe essere confrontata con basse aspettative", considerando che entrambe le parti stavano discutendo il formato dei negoziati solo due settimane fa. “Se l'ostacolo del formato è stato superato”, ha osservato Vaez in un post sui social media, la portata delle discussioni rappresenta una sfida ancora più grande.
"Le due parti hanno offerto linee guida molto divergenti su ciò che deve essere messo sul tavolo, e anche su quello su cui concordano – il nucleare – sono di nuovo divise su questioni di arricchimento, accesso e contabilità", ha proseguito, evidenziando che le prime letture gettano un'ombra positiva su quello che per ora rimane un processo basato sui principi, senza ancora entrare nei dettagli, dove si annidano “i diavoli”.
Le linee rosse di Teheran
Nel suo intervento alla Conferenza sul disarmo di Ginevra, Araghchi ha presentato il negoziato come lo strumento scelto dall’Iran per cercare di porre fine a una crisi che, a suo giudizio, “è stata aggravata dalle azioni statunitensi e israeliane”, ricordando che il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal JCPOA nel 2018 “ha rappresentato una violazione di un accordo approvato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e ha inflitto pesanti costi economici e umanitari alla popolazione iraniana”, minando la fiducia negli impegni multilaterali. Ha inoltre ribadito come gli attacchi contro tre impianti nucleari iraniani dello scorso giugno, condotti da Israele con il supporto degli Stati Uniti, “costituiscono un atto di aggressione in pieno negoziato e in aperta contraddizione con la Carta ONU”, reso possibile anche da rapporti dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica che Teheran ritiene abbiano aperto la strada a quelle operazioni.
Foto d'archivio: la fregata Jamaran durante un'esercitazione © Mohammad Sadegh Heydari
A margine dell’operazione Rising Lion del giugno scorso, mentre Israele sosteneva che l'Iran fosse a 6 mesi dalla produzione di 10 bombe atomiche, con 2.000 missili pronti a trasportarle, i servizi segreti degli Stati Uniti – riportava la Cnn – sapevano che Teheran non stava costruendo ordigni nucleari. Una realtà corroborata dalle dichiarazioni del capo dell’AIEA, Rafael Grossi: "Non abbiamo trovato, in Iran, elementi che indichino l'esistenza di un piano sistematico per la costruzione di un'arma nucleare. Non abbiamo visto elementi che consentissero a noi ispettori di confermare che un'arma nucleare fosse in fase di fabbricazione o produzione da qualche parte in Iran”.
L’Iran, ha ribadito Araghchi, “non punta a produrre o acquisire armi nucleari e considera tali ordigni incompatibili con la propria dottrina di sicurezza nazionale, ma rivendica come intrinseco, non negoziabile e giuridicamente vincolante il diritto a sviluppare ricerca, produzione e uso dell’energia nucleare per scopi pacifici, incluso l’arricchimento dell’uranio, come previsto dal Trattato di non proliferazione”.
Su questo punto, la leadership iraniana vuole che il nuovo quadro negoziale non si trasformi in una rinuncia sostanziale a prerogative riconosciute dal diritto internazionale, ma in un compromesso calibrato tra limiti verificabili e benefici tangibili sul fronte delle sanzioni.
Allo stesso tempo, un altro nodo scottante, è la richiesta americana di includere nel perimetro dell’intesa il programma missilistico iraniano che apre un fronte particolarmente delicato: un limite di gittata intorno ai 300 chilometri, come ipotizzato da esperti citati dai media, lascerebbe fuori portata molte basi israeliane e implicherebbe un regime di ispezioni che renderebbe accessibili ai tecnici statunitensi numerosi siti militari iraniani, una prospettiva che a Teheran viene percepita come vulnerabilità strategica più che come garanzia di trasparenza.
In questo quadro, l’Iran ha denunciato l’impunità di Israele, accusato di non riconoscere linee rosse e di aver oltrepassato ogni limite nella conduzione di operazioni militari, mentre gli Stati Uniti, secondo Teheran, brandiscono la minaccia dell’uso della forza come leva negoziale, invece di attenersi a un confronto su basi paritarie. Proprio per questo Araghchi ha invitato Washington a rinunciare immediatamente a ogni retorica di attacco, giudicata incompatibile con l’idea stessa di un processo negoziale credibile e con i principi del diritto internazionale.
Anche Teheran si prepara al peggio con esercitazioni militari in grande stile
L’ex impero persiano, nel frattempo, ha messo in vetrina la capacità delle Guardie della Rivoluzione. L’esercitazione, denominata "Controllo intelligente dello Stretto di Hormuz", ha coinvolto le forze navali in una manovra combinata e ad alta intensità allo scopo di verificare la capacità di risposta rapida e coordinata di fronte a possibili minacce alla sicurezza e a scenari di scontro militare nello Stretto di Hormuz, uno dei principali chokepoint mondiali per il traffico petrolifero.
Le manovre includono l’impiego integrato di sistemi missilistici costieri, unità navali veloci lanciamissili, mine navali, droni e capacità antinave, in un quadro di difesa multilivello destinato a colpire bersagli di superficie e, in parte, a contrastare minacce aeree, con prove di lanci di missili da piattaforme costiere, navali e insulari verso obiettivi designati nello Stretto.
Nelle prime fasi l’attività si è svolta a partire da isole iraniane nel Golfo, con l’addestramento di battaglioni di risposta rapida e reparti subacquei, e ha comportato anche la chiusura temporanea di alcuni tratti dello Stretto e la sospensione per alcune ore del traffico marittimo, prima della riapertura controllata dei passaggi per le navi commerciali.
Nei deserti dell’ex impero persiano ci si prepara al peggio
Nonostante le trattative in corso, tutti i segnali indicano che Teheran si stia preparando a un conflitto ormai considerato inevitabile. Dietro le quinte, infatti, il regime starebbe adottando una serie di misure difensive e strategiche che lasciano pochi dubbi sulle sue reali aspettative.
Secondo diverse fonti, gli ingressi del complesso sotterraneo di Esfahan e quelli del sito di Taleqan-2 sarebbero stati sigillati, mentre grandi quantità di missili antinave sarebbero state trasferite lungo la costa del Golfo Persico e sulle isole di Abu Musa e Tunb. Anche la decisione di annullare gran parte delle apparizioni pubbliche pianificate della Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei, contribuisce a delineare un quadro di crescente allerta nazionale.
Per qualsiasi osservatore attento, l’immagine complessiva è evidente: l’Iran si sta blindando in vista di uno scontro che considera ormai solo una questione di tempo.
In foto di copertina: Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, e Ignazio Cassis, presidente OSCE
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