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Fonte diplomatica a Yediot Ahronoth: "Il presidente Trump sta considerando la possibilità di rovesciare rapidamente il regime in Iran per evitare una guerra a lungo termine" 

È forse l’incontro decisivo, quello che potrà decidere la tregua o l’apertura del vaso di Pandora fino ad un caos senza precedenti che dal Medio Oriente si estenderà al mondo intero. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è arrivato a Ginevra per un secondo, delicatissimo round di colloqui sul nucleare con gli Stati Uniti, mentre nel Golfo Persico i Pasdaran mettono in scena esercitazioni navali nello Stretto di Hormuz, una delle rotte energetiche più strategiche del pianeta.

Araghchi ha fatto capire fin dal suo arrivo che non si aspetta un negoziato facile, ma vuole presentarsi con proposte precise. “Sono a Ginevra con idee concrete per raggiungere un accordo giusto ed equo”, ha scritto su X, aggiungendo che “quello che non è sul tavolo: la sottomissione prima delle minacce”.

Sul fronte nucleare il ruolo dell’AIEA è uno dei nodi tecnici e politici sul tavolo. Araghchi ha incontrato a Ginevra il direttore generale Rafael Grossi per preparare una “discussione tecnica approfondita”, accompagnato da un team di esperti nucleari incaricati di definire i parametri di eventuali nuove ispezioni nei siti danneggiati.
Secondo fonti diplomatiche e analisti, la leadership iraniana starebbe valutando “compromessi radicali” sul dossier nucleare, nel tentativo di evitare un confronto diretto con gli Stati Uniti mantenendo comunque una capacità tecnologica considerata vitale. Tra le ipotesi circolate, quella di ridurre il livello di arricchimento dell’uranio e aprire in modo molto più trasparente gli impianti all’organismo di ispezione globale, in cambio di garanzie sulla sicurezza del Paese e di un alleggerimento delle sanzioni. Ma le linee rosse restano chiarissime: Teheran ha ripetuto che non accetterà la richiesta di un arricchimento pari a zero e che il proprio programma missilistico, considerato pilastro della deterrenza, “non può essere negoziato”.

Sul versante americano, il Segretario di Stato Marco Rubio – in visita in Europa – ha cercato di calibrare aspettative e pressioni. “Penso che ci sia l’opportunità di raggiungere diplomaticamente un accordo che affronti le questioni che ci preoccupano. Saremo molto aperti e accoglienti in tal senso”, ha dichiarato, per poi raffreddare gli entusiasmi: “Ma non voglio esagerare. Sarà difficile. È stato molto difficile per chiunque concludere veri accordi con l’Iran, perché abbiamo a che fare con religiosi sciiti radicali che prendono decisioni teologiche, non geopolitiche”. Sullo sfondo, il presidente Donald Trump continua a giocare su un doppio registro: da una parte si dice fiducioso sulla possibilità di chiudere un’intesa “entro un mese”, dall’altra, secondo fonti diplomatiche del quotidiano Yediot Ahronoth “sta considerando la possibilità di rovesciare rapidamente il regime in Iran per evitare una guerra a lungo termine”, a fronte di analisti israeliani convinti che il sistema di potere iraniano non collasserebbe così in fretta.
Mentre i diplomatici si preparano a sedersi al tavolo, nello Stretto di Hormuz l’IRGC avvia un’esercitazione battezzata “Controllo intelligente dello Stretto di Hormuz”, con l’obiettivo dichiarato di testare la prontezza delle unità navali nel proteggere il corridoio attraverso cui transita una quota cruciale del petrolio mondiale. I war games, di durata non precisata, vengono presentati dai media iraniani come risposta preventiva ai “potenziali pericoli di sicurezza e militari” nella zona, proprio mentre le navi da guerra statunitensi intensificano le loro missioni. Per l’establishment iraniano si tratta anche di un messaggio politico: mostrare che, nonostante i colloqui in corso, la Repubblica Islamica non intende abbassare la guardia sul controllo dello stretto, una leva strategica capace di condizionare i mercati energetici e le valutazioni dei centri decisionali occidentali. 


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L’imponente macchina bellica di Washington dispiegata in Medio Oriente

Nel frattempo, la Casa Bianca ha disposto un rafforzamento massiccio della presenza militare nella regione, con la portaerei USS Abraham Lincoln già schierata e la USS Gerald R. Ford in arrivo dai Caraibi per portare a due il numero dei gruppi da battaglia impegnati tra Golfo Persico, Mar Arabico e Mediterraneo orientale.

Secondo fonti dell’amministrazione e ricostruzioni di stampa, l’obiettivo è avere a disposizione due portaerei e circa 15 cacciatorpediniere – oltre a sottomarini d’attacco – con un arsenale stimato in più di 600 missili da crociera Tomahawk, pari a circa un terzo dell’intera flotta navale statunitense concentrata nel teatro mediorientale. La stessa stampa israeliana descrive un establishment di sicurezza che “si sta preparando per giorni difficili che potrebbero trasformarsi in una guerra regionale”.

Anche sul fronte aereo il quadro è quello di una progressiva, calcolata escalation. Diversi KC‑135R/T Stratotanker e KC‑46A Pegasus sono stati tracciati mentre attraversavano gli Stati Uniti in rotta verso l’Atlantico, preparando corridoi di rifornimento che indicano un quasi certo trasferimento verso l’Europa e, da lì, verso il Medio Oriente. Nel giro di pochi giorni almeno 18 caccia F‑35A hanno lasciato la base britannica di Lakenheath diretti verso la Muwaffaq Salti Air Base in Giordania, scortati da un pacchetto di nove aerocisterne KC‑135 che faranno poi rientro a Chania, in Grecia, dopo aver completato le missioni di supporto. Secondo le ricostruzioni di analisti e siti specializzati, una volta completato il flusso di rinforzi, la sola Muwaffaq Salti ospiterà 30 F‑35A, 6 velivoli da guerra elettronica EA‑18G, 24 cacciabombardieri F‑15E e 12 A‑10C dedicati al supporto aereo ravvicinato, cui si aggiungono altri assetti dispiegati in basi regionali e sulle portaerei.

In totale, la potenza aerea statunitense attualmente concentrata nel teatro mediorientale e a bordo della USS Abraham Lincoln configura un ventaglio di capacità che va dal dominio aereo alla guerra elettronica, passando per intelligence e ricognizione. Per i ruoli di superiorità e multiruolo, gli Stati Uniti possono contare su 30 F‑35A “Lightning II”, 12 F‑35C imbarcati, 24 F‑15E “Strike Eagle” e 36 F/A‑18F “Super Hornet”, affiancati da 12 A‑10C “Thunderbolt II” per il supporto ravvicinato. Sul piano ISR e delle comunicazioni sono schierati droni MQ‑4C “Triton”, aerei P‑8A “Poseidon”, piattaforme E‑11A BACN e almeno un RC‑135V “Rivet Joint”, mentre 34 KC‑135 e 8 KC‑46A garantiscono un ampio margine di rifornimento in volo, supportato da 4 E‑2D “Advanced Hawkeye” per l’allerta precoce, 6 EA‑18G “Growler” per la guerra elettronica e un componente di trasporto e soccorso composto da elicotteri MH‑60R “Seahawk” e convertiplani CMV‑22B “Osprey”.

Foto di copertina © Imagoeconomica 

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