I genitori del cooperante ONU morto nel 2020 in circostanze mai chiarite annunciano il ricorso alla Corte europea
I genitori di Mario Paciolla, Anna e Pino Paciolla, stanno preparando il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La famiglia del cooperante ONU, morto in circostanze mai del tutto chiarite, non ha mai creduto alla tesi del suicidio né ha accettato l’archiviazione disposta dal Tribunale di Roma. Oggi ribadiscono la loro posizione con parole che non lasciano spazio a interpretazioni: qualcuno, sostengono, non ha detto la verità sugli ultimi giorni di loro figlio. E ora è il momento di parlare.
Paciolla lavorava per la missione delle Nazioni Unite in Colombia, impegnato nel monitoraggio degli accordi di pace tra il governo di Bogotá e le ex Farc. Il 15 luglio 2020 fu trovato morto nella sua abitazione a San Vicente del Caguán.
Fin dall’inizio, uno degli elementi che più ha alimentato i dubbi dei genitori è stato il tono delle ultime telefonate. Mario appariva preoccupato, parlava della necessità di lasciare il Paese, lasciava intendere di trovarsi in una situazione di rischio. Non poteva entrare nei dettagli per via del vincolo di riservatezza legato al suo incarico ONU, ma aveva prenotato in fretta un volo per rientrare in Italia. Un volo che non prenderà mai.
Parallelamente alla decisione di rivolgersi alla Corte di Strasburgo, resta ferma in Parlamento la proposta di una commissione d’inchiesta avanzata dalle opposizioni. L’iniziativa, spiegano i genitori, non è mai stata calendarizzata, nonostante aperture trasversali nelle commissioni competenti.
Nel mirino della famiglia ci sono alcune figure chiave della missione ONU: Stavroula “Lina” Antara, capo missione, e Lara Pardo Fernandez, la collega che trovò il corpo insieme al responsabile della sicurezza Christian Thompson. Secondo i genitori, sarebbero stati omessi elementi rilevanti sugli ultimi giorni di Mario.
Anche la dinamica del ritrovamento resta, per la famiglia, segnata da zone d’ombra. Pardo Fernandez e Thompson si recarono a casa di Mario per accompagnarlo in aeroporto. Tra l’ingresso nell’abitazione e la chiamata alla polizia colombiana sarebbero trascorsi circa quaranta minuti. Un intervallo che non è mai stato chiarito in modo definitivo e che continua ad alimentare dubbi.
Al centro delle contestazioni vi sono anche le modalità degli interrogatori: audizioni da remoto, in periodo Covid, con la presenza - accanto ai funzionari ONU - di un legale dell’organizzazione. Inoltre, l’ONU ha concesso l’immunità diplomatica ai propri funzionari coinvolti, una circostanza che, secondo la famiglia, avrebbe limitato ulteriori approfondimenti su passaggi ritenuti decisivi.
L’appello dei genitori è diretto e personale: chiedono a Stavroula Antara e a Lara Pardo Fernandez di incontrarli, di raccontare ciò che sanno, di fare chiarezza su quei giorni. Non parlano soltanto di eventuali responsabilità materiali, ma anche di possibili mandanti e di un contesto che, a loro dire, Mario Paciolla avrebbe voluto denunciare. La madre del cooperante, Anna Motta, arriva a dichiarare di essere pronta a perdonare gli esecutori, ma non chi, pur conoscendo la verità, continua a tacerla.
Sul fondo resta un sentimento di amarezza. La famiglia Paciolla avverte da tempo una disparità di trattamento rispetto ad altri casi di italiani morti all’estero. Pesa, secondo Motta, anche uno stereotipo legato a Napoli e alla Colombia, come se l’origine del giovane cooperante avesse contribuito a una narrazione meno empatica. “Ci sentiamo cittadini di serie B”, ripete infatti la famiglia Paciolla, pur riconoscendo la vicinanza di associazioni come Libera e di alcuni esponenti politici che hanno sostenuto la loro battaglia.
Fonte: Fanpage.it
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