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La Casa Bianca lega il cessate il fuoco alla cessione del Donbass e a un voto lampo entro il 15 maggio, mentre Zelensky smentisce e Mosca parla di “tradimento” del piano di Anchorage 

Ormai le indiscrezioni diventano sempre più insistenti. Dall’amministrazione Trump sta partendo un forte input per chiudere il conflitto, possibilmente entro la primavera, in vista delle elezioni di medio termine che mettono a rischio la riconferma del precedente successo elettorale.
Secondo un’inchiesta del Financial Times, ripresa da vari media, il presidente degli Stati Uniti non punta soltanto a riportare l’Ucraina alle urne, ma pretende “l’attuazione dell’intero accordo di pace, incluso il ritiro delle Forze Armate ucraine dal Donbass, entro il 15 maggio”. “Il presidente degli Stati Uniti ha chiarito a Kiev che le garanzie di sicurezza americane dipendono dalla conclusione di un accordo di pace più ampio, che probabilmente comporterà la cessione del Donbass alla Russia e che Washington vuole attuare entro la scadenza del 15 maggio”, si legge nella pubblicazione, secondo la quale, per l’appunto, “Washington sta lasciando a Kiev ben poco margine di manovra in vista delle imminenti elezioni di medio termine negli Stati Uniti”. La logica della Casa Bianca, per come la ricostruisce il quotidiano britannico, è quella di legare strettamente le future garanzie di sicurezza per Kiev all’accettazione di una soluzione territoriale dolorosa ma considerata necessaria per congelare il conflitto.
"Per quanto riguarda le elezioni, è la prima volta che sento parlare dell'intenzione di annunciarle il 24 febbraio. La prima volta che l'ho sentito è stata probabilmente dal Financial Times. Ora è la seconda volta che lo sento da voi", ha subito smentito Zelensky parlando durante un briefing online su WhatsApp.
Nessun cambio di passo delle precedenti condizioni evocate per richiamare nuovamente i cittadini alle urne, ovvero "le opportune garanzie di sicurezza". 
"Ho sempre detto che la questione delle elezioni è stata sollevata da alcuni partner dell'Ucraina. L'Ucraina stessa non l'ha mai sollevata, ma siamo sicuramente pronti per le elezioni, ho detto che è molto semplice da fare. Basta un cessate il fuoco (cessate il fuoco - UNIAN) e ci saranno le elezioni", ha sottolineato Zelensky.
Anche Mosca ha reagito alle indiscrezioni con cautela e scetticismo. Il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov ha invitato a “non trarre conclusioni basate sui resoconti dei media” riguardo a elezioni e referendum in Ucraina. “È troppo presto per fare speculazioni. Stiamo scambiando tali resoconti attraverso la stampa e altre fonti. Dobbiamo monitorare attentamente i flussi di informazioni, ma dovremmo affidarci a fonti primarie, e non ci sono state informazioni da una fonte primaria”, ha affermato, segnalando che il Cremlino preferisce non legittimare pubblicamente la narrativa occidentale sul calendario politico ucraino. Peskov ha anche criticato l’ultima decisione statunitense di vietare a Russia e Cina la partecipazione alle transazioni con il petrolio venezuelano, aggiungendo che Mosca userà i canali di comunicazione esistenti per “chiarire la situazione” con Washington, dato il peso degli investimenti russi in Venezuela. Le parole del portavoce indicano che, mentre il tavolo sull’Ucraina è aperto, il dossier globale delle sanzioni e delle contropartite economiche resta parte integrante del negoziato politico.


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Dmitrij Peskov


Ancora più duro è il giudizio del ministro degli Esteri Sergej Lavrov sulle evoluzioni del piano di pace, dopo che nei giorni scorsi aveva di fatto evocato un “tradimento” americano degli accordi raggiunti in Alaska. In un’intervista al progetto “Empathy Manuchi”, il capo della diplomazia russa ha accusato Kiev e i Paesi occidentali di aver deformato l’iniziativa americana. “Tutte le versioni successive sono il risultato di un tentativo di ‘violentare’ l’iniziativa americana da parte di Volodymyr Zelensky e dei suoi sostenitori provenienti da Gran Bretagna, Germania, Francia e Paesi Baltici”, ha affermato Lavrov, ricordando che il piano degli Stati Uniti conterrebbe una clausola sul “ripristino dei diritti dei russi in quanto minoranza nazionale in Ucraina”, un punto che nelle ultime bozze trapelate “non viene più menzionato”. “Le ultime versioni trapelate alla stampa non dicono nulla a riguardo. Dicono che le parti saranno tolleranti l’una con l’altra. Una sorta di ‘accordo di tolleranza’, sapete. E l’Ucraina aderirà a tutti gli standard dell’UE in questo ambito: tolleranza e così via”, ha ironizzato il ministro, accusando Kiev di voler sostituire obblighi giuridici concreti con vaghe formule di convivenza.
Lavrov ha fatto riferimento anche al documento in 20 punti discusso tra emissari di Stati Uniti, Europa e Ucraina dopo l’incontro in Alaska, sostenendo che quel testo non è mai stato formalmente consegnato alla Russia. “Ad Anchorage abbiamo trovato approcci basati sulle proposte americane che hanno aperto la strada alla pace. Il documento conteneva tutte le questioni fondamentali e proponeva di risolverle in base alle realtà sul campo”, ha spiegato, sottolineando che quelle realtà includono “quelle che avevamo creato per proteggere i russi dal regime nazista e dal suo percorso di sterminio di tutto ciò che era legato alla lingua, alla cultura, alla storia e all’ortodossia russa”. Su questa base, ha aggiunto, sarebbe possibile “giungere rapidamente a un accordo definitivo sul trattato di pace”, ma le modifiche introdotte da Kiev e dai suoi sponsor occidentali, secondo la versione russa, avrebbero di fatto bloccato quel sentiero.
Questo senza tener conto della proposta, evocata recentemente dal segretario generale della NATO, Mark Rutte, che vede un futuro cessate il fuoco come condizione per schierare le truppe dei volenterosi di Francia e Gran Bretagna.
Un nuovo avvicinamento dell’Alleanza ai confini russi che Mosca non potrà mai accettare. In pratica, della possibile risoluzione delle cause profonde della guerra, a Bruxelles, per ora, non se parla minimamente.


Zelensky ancora risoluto a non riconoscere i territori occupati

Sempre nella giornata di oggi, discutendo con i giornalisti, sull’ipotesi di una zona economica franca nel Donbass, dopo la fine del conflitto, il leader ucraino non ha lasciato spazio ad equivoci: anche se una zona di libero scambio fosse creata nel Donbass, Kiev “non la riconoscerà mai come russa. Questa è la nostra terra… Anche se è una zona economica libera”, ha insistito il presidente, rimarcando che il modo di controllare quell’area “dipende da noi” e che l’Ucraina “non ha bisogno di condividere ciò che faremo lì se è sotto il nostro controllo e il nostro territorio”. 
Sul versante europeo, intanto, Bruxelles ha deciso di blindare il sostegno finanziario all’Ucraina per i prossimi due anni. Il Parlamento europeo ha approvato un prestito da 90 miliardi di euro a favore di Kiev, con 458 voti a favore, 140 contrari e 44 astensioni. I fondi saranno raccolti con prestiti dell’UE sui mercati e gli interessi verranno coperti dal bilancio comunitario, mentre la restituzione del capitale da parte ucraina viene esplicitamente condizionata alla futura corresponsione di riparazioni da parte della Russia.


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Sergej Lavrov


La decisione apre la strada al finanziamento dell’Ucraina nel biennio 2026-2027: 60 miliardi saranno destinati all’acquisto di armi e al rafforzamento delle capacità militari, mentre 30 miliardi copriranno esigenze di bilancio e spesa corrente dello Stato. La prima tranche è attesa per l’inizio di aprile, in una fase in cui il fronte rischia di subire nuove pressioni e l’economia ucraina continua a dipendere in larga misura dagli aiuti occidentali.


Le truppe russe si avvicinano alle città cardine del Donbass

Nel frattempo sul terreno la guerra continua a logorare uomini e territorio. Un’inchiesta del New York Times ha raccontato come avvicinarsi a Kostiantynivka sia diventato così pericoloso per le truppe ucraine che “la maggior parte delle consegne di rifornimenti alla città è stata affidata ai robot”, con sistemi terrestri senza equipaggio usati per portare munizioni, cibo e materiale medico su strade battute dai droni russi. Dopo aver parzialmente accerchiato la città, le forze di Mosca hanno iniziato a infiltrarsi durante l’inverno, intensificando gli attacchi con droni sulle vie di rifornimento e mettendo Kiev nella posizione di dover scegliere se rischiare gravi perdite per mantenere la posizione o arretrare verso linee più difendibili.
Secondo un altro articolo della stessa testata, le offensive di logoramento lanciate da Mosca nell’ultimo anno, sebbene lente, starebbero iniziando a produrre risultati significativi.
“La Russia vicina a conquistare importanti città ucraine dopo un anno di offensive logoranti”, scrivono, citando Huliaipole nel sud-est e le città di Pokrovsk e Myrnohrad a nord-est come obiettivi strategici che potrebbero cadere nelle prossime settimane o mesi. La conquista di questi centri, spiegano esperti militari e osservatori indipendenti, fornirebbe a Mosca “aree urbane di sosta per lo schieramento delle truppe e la logistica per future offensive”, oltre a un “nuovo vantaggio nei colloqui di pace mediati dagli Stati Uniti”. Se la Russia riuscisse a consolidare tali successi, potrebbe sostenere al tavolo negoziale che i propri avanzamenti, per quanto graduali, sono “inevitabili”, rafforzando la tesi secondo cui l’Ucraina farebbe meglio a «cedere territorio ora come parte di un accordo piuttosto che perderlo in seguito in sanguinosi combattimenti”. 

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